Novalesa, storia di un’Abbazia

Nel corso delle nostre scorribande nel Medioevo, ci siamo imbattuti spesso in pergamene, amanuensi, scriptorium e abbazie.

Anche il libro da cui partiamo oggi ci apre le porte su questo lontano periodo storico, forse troppo frettolosamente liquidato come “buio”, e, in particolare, su una abbazia che fu tra le più importanti in Italia e in Europa.

Si tratta di “Cronaca di Novalesa”, Einaudi Editore, 1982. La particolarità di questo libro è che riporta fedelmente il testo del “ Chronicon Novaliciense”, scritto su una pergamena nel XII secolo, in cui è raccontata la storia dell’Abbazia benedettina dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa dalle sue origini, nell’VIII secolo, fino alla metà del XI secolo.

Abbazia di Novalesa

L’importanza delle Abbazie nella storia dell’uomo

Le pietre di un’abbazia recano incisa la storia della nostra civiltà più di ogni altro monumento perché l’importanza che questi edifici hanno avuto nella vicenda umana è unica e fondamentale. Sorte nei secoli cosiddetti “bui” dell’Alto Medioevo, le abbazie furono centri di cultura, di studio e di ricerca, furono scuole, ma anche officine e centri agricoli e commerciali. Furono ospizi e ospedali. Costituirono l’unica difesa contro le invasioni barbariche e solo loro, pur mutilate, incendiate e devastate, riuscirono a salvare, per tramandarlo a noi, un patrimonio religioso e spirituale, ma anche culturale, artistico e civile che altrimenti sarebbe andato per sempre perduto.

Basti pensare ai tanti manoscritti che grazie all’opera infaticabile di tanti monaci amanuensi sono giunti indenni fino a noi, dandoci la possibilità di conoscere le nostre origini e la nostra storia.

Lo Scriptorium in una scena del film “Il nome della rosa”

Vale la pena, a questo punto, aprire una piccola parentesi, per ricordare queste figure di piccoli eroi, spesso invece ignorate o dimenticate.

Dall’antichità, ma soprattutto dal Medio Evo, fino all’invenzione della stampa, centinaia, forse migliaia, di uomini hanno dedicato interamente la loro vita a scrivere e a trascrivere tutto quanto il pensiero umano creava e aveva creato. Un’opera immane costata fatica e sacrifici: ore e ore seduti, gli occhi che si consumavano alla luce delle candele, il corpo che si intossicava per l’uso di inchiostri e colori velenosi. Senza di loro che ne sarebbe dei filosofi, degli scienziati e dei poeti greci e romani? Che ne sarebbe di tutta la cultura antica che è alla base della nostra civiltà? Per non parlare delle miniature con cui hanno abbellito le pergamene e i fogli, vere e proprie piccole opere d’arte.

Chiudiamo questa, a parer nostro, doverosa parentesi, per ritornare all’abbazia di Novalesa.

Cronaca di un’Abbazia

Novalesa si trova sulle pendici del massiccio del Moncenisio, nella valle del torrente Cenischia, una stretta valletta laterale alla Val di Susa. Fin dall’antichità è stata un’importante via di comunicazione tra l’Italia e la Francia, cioè tra il regno dei Franchi e quello dei Longobardi e qui è sorta, nell’Alto Medioevo, una delle abbazie più importanti dell’epoca.

Il “rotulo” di pergamena – Foto dell’archivio di Stato di Torino

La storia di questo cenobio, dalle sue origini, è scritta in un antico documento che è conservato presso l’Archivio di Stato di Torino. Si tratta di una lunga pergamena composta da 30 fogli cuciti tra loro a formare un “rotulo” largo una decina di centimetri e lungo, attualmente, 11,7 metri. Sappiamo che in origine era più lungo e quindi una parte di esso è andata perduta. Autore della cronaca è un ignoto monaco vissuto nel XII secolo.

L’Abbazia di Novalesa è stata fondata nel gennaio del 726 da Abbone, un nobile e ricco franco, che dopo aver prestato servizio come militare, abbandona le armi e si fa monaco. Uno dei suoi primi atti è quello di arricchire l’abbazia, trattenendo il censo della Gallia destinato a Roma e dotando il cenobio di un cospicuo numero di proprietà fondiarie che nel tempo aumenteranno ulteriormente, in Italia, ma anche in Francia giungendo fino alla valle del Rodano. 

Questo naturalmente conferisce importanza e potenza all’abbazia che gode anche dei favori di Carlomagno, il quale vi soggiorna più volte, la dota di particolari benefici e le dona preziose reliquie, tra cui quelle dei Ss. Cosma e Damiano. 

In occasione della sua venuta in Italia nel 773, per conquistare il regno longobardo, il re dei Franchi e futuro imperatore del Sacro Romano Impero, trovata la strada della val di Susa sbarrata, pone il suo quartier generale a Novalesa dove, nel frattempo, è stato eletto abate Frodoino, un suo lontano parente. Il supporto offerto dall’abbazia è molto utile e facilita la vittoria delle truppe carolinge. Una volta sconfitti i longobardi e insediatosi in Pavia, Carlomagno torna a Novalesa; in segno di riconoscimento, dona all’abbazia diversi domini ed affida a Frodoino il figlio illegittimo Ugo, ancora bambino, perché venga educato. Ugo si farà monaco e diventerà a sua volta abate.

Frodoino, da parte sua, dà ulteriore fama e potenza a Novalesa, aumentandone sempre più il patrimonio, ingrandendo ed abbellendo gli edifici. Inoltre dà impulso agli studi e all’opera di trascrizione dei testi antichi, facendo diventare l’abbazia uno dei centri culturali e spirituali più importanti dell’epoca. Sappiamo che il cenobio possiede una pregevole biblioteca con un consistente numero di codici e uno scriptorium molto attivo: da ricordare, tra le tante opere, è lo splendido Evangeliario commissionato proprio da Frodoino ad Atteperto, uno dei copisti più famosi e ricercati dell’epoca.

Chiostro dell’Abbazia di Novalesa

Così per quasi due secoli l’abbazia prospera. Fino al 906, quando dalla Provenza giungono a Novalesa i saraceni e i monaci si vedono costretti a fuggire portando con sé quanto più possono dei preziosi arredi e dei libri. Quello che non possono portare via viene nascosto nelle cavità degli altari e sappiamo che sarà ritrovato quando, dopo quasi un secolo, potranno ritornare.

Fuggono, dunque, i monaci e si rifugiano prima a Torino, sotto la protezione di Adalberto marchese d’Ivrea e più tardi, sempre con l’aiuto di Adalberto, a Breme, località nei pressi di Pavia, dove ricompongono la comunità, mantenendo però vivo il ricordo di Novalesa.

Agli inizi del XI secolo, cessato il pericolo, l’abbazia di Novalesa viene ricostruita e la comunità vi si trasferisce.

Inizia un nuovo periodo di splendore, si ingrandiscono gli edifici dell’abbazia, si estendono i possedimenti, si intensifica l’attività dello scriptorium e l’acquisizione di nuovi codici. Un inventario risalente all’XI secolo attesta, anche se in maniera incompleta, la loro presenza nella biblioteca del cenobio.

Questi testi sono le fonti a cui attinge l’anonimo estensore della Cronaca la quale però si interrompe a metà del XI secolo.

Sappiamo comunque quello che accade poi di Novalesa: nei secoli successivi, lentamente comincia a perdere potere e possedimenti, anche se conserverà una certa influenza dovuta alla protezione dei Savoia. Il suo inesorabile declino è dovuto a diversi fattori tra cui la complessa e confusa situazione politica venutasi a creare dopo il dissolversi della dinastia carolingia, che come abbiamo visto, ne aveva favorito l’ascesa, e soprattutto l’importanza che stava acquistando, in Francia, l’abbazia di Cluny. Fondata nel 910, Cluny, infatti, si ingrandisce anche a scapito di Novalesa, incamerando molti suoi territori, e possiede persino un suo esercito, divenendo in pratica uno stato feudale.

Più tardi, con Napoleone, i pochi beni rimasti vengono alienati; nel 1855 l’abbazia viene sconsacrata e trasformata in una casa di cura termale. In seguito sarà riconsacrata e attualmente è affidata ad una comunità di monaci benedettini che gestiscono, tra l’altro un piccolo, ma interessante museo del restauro del libro antico. 

Panorama di Npovalesa

Tornando al nostro ignoto cronista e alla sua opera, vanno fatte alcune considerazioni. L’autore scrive in latino, ma non è più il latino classico, bensì una lingua che già ha subito varie contaminazioni. Le sue fonti sono i libri dell’abbazia e la sua storia, ma anche la tradizione orale, con i suoi ricordi, gli aneddoti, le memorie e le leggende raccolte qua e là, come quella, a cui viene dato largo spazio, di Valtario, il guerriero che si fa monaco per espiare le sue colpe. 

Non è solo un cronista, dunque: è un uomo che, mescolando realtà e fantasia dimostra una certa propensione letteraria e un particolare gusto per il meraviglioso. Ne risulta un affresco vivace e anche poetico, che alterna episodi e personaggi importanti ad altri di una quotidianità minima, in cui non sempre è facile distinguere la realtà dall’invenzione. Uno stuzzicante lavoro di interpretazione per molti studiosi.

Storia di un mercante veneziano, di un viaggio sfortunato e del “bacalà alla vicentina”

Nel 1550  Giovanni Battista Ramusio pubblica a Venezia, presso l’editore Tommaso Giunti, il primo volume  della sua opera “Navigationi et viaggi”.

Caracca – Dipinto di Pieter Bruegel

Ramusio, eccellente diplomatico e letterato, è un profondo conoscitore della storia dei viaggi, delle esplorazioni e delle scoperte geografiche effettuate a partire da Annone il Navigatore (cartaginese vissuto a cavallo tra il VI e il V secolo a.C.) fino alla sua epoca. L’opera è una raccolta di testimonianze, relazioni e diari di viaggi, frutto di un accurato e approfondito lavoro decennale di ricerca e documentazione, ed è considerata il primo trattato geografico dell’età moderna, una fonte importantissima di notizie sulle terre esplorate e le loro popolazioni.

Un capitolo di questa antologia attira la nostra attenzione. Sempre alla ricerca di spunti insoliti, scopriamo il racconto di un viaggio di cui forse, se non fosse stato ripreso e trascritto da Ramusio, si sarebbero perse le tracce. Si tratta di: “Viaggio del magnifico messer Piero Quirino, gentiluomo vinitiano, nel quale, partito di Candia con malvagie (nota: malvasie, il vino) per ponente l’anno 1431, incorre in uno orribile et spaventoso naufragio, dal quale alla fine con diversi accidenti campato, arriva nella Norvegia e Svezia, regni settentrionali”.

Trattato sulla navigazione – Ramusio – Inizio XVI secolo

Le fonti sono i resoconti fatti dagli stessi protagonisti degli avvenimenti descritti: un manoscritto, detto manoscritto Vaticano perché conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, è la trascrizione del racconto fatto in prima persona dallo stesso Pietro Querini, mercante, padrone della nave e capo della spedizione, l’altro, detto manoscritto Marciano perché conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia, è la trascrizione dei racconti fatti da due membri dell’equipaggio, Cristofalo Fioravante, consigliere del Quirini, e Nicolò de Michiele, scrivano. 

Per rispettarne la forma, entrambi i testi sono stati trascritti così come sono stati raccontati, ossia nel dialetto veneto dell’epoca e quindi presentano una certa difficoltà di interpretazione. Forse proprio per questo motivo Ramusio, per agevolarne la lettura ha manipolato i testi. Ma poi è andato oltre e la sua non è solo l’azione di un filologo. Egli è anche un editore e quindi è attento a rendere l’opera interessante per un pubblico più vasto possibile: così si improvvisa lui stesso narratore rivedendo quelle parti più strettamente tecniche raccontate con un gergo marinaresco che potrebbe infastidire o non essere capito da tutti. Forse così l’opera ha perso un po’ della sua spontaneità originale, ma di sicuro l’intervento del Ramusio ha contribuito al suo successo e alla sua diffusione, evitando che cadesse nell’oblio.

La storia di Pietro Querini

Pietro Querini

A questo punto è giunto il momento di narrare i fatti. Pietro Querini è un patrizio veneziano vissuto nella prima metà del 1400. Appartiene ad una importante famiglia dedita alla mercatura, ma anche alla politica. Possiede delle terre nell’isola di Candia (la Creta odierna) come molti altri ricchi veneziani che usano questa terra come base per i loro viaggi verso l’oriente. Inoltre l’isola è ricca di vigneti e di boschi di cipressi il cui legno serve per la costruzione di navi e di botti per trasportare il pregiato vino di malvasia, molto apprezzato nei paesi del nord Europa che sono disposti a pagarlo a caro prezzo.

Da Candia quindi partono regolarmente convogli di navi dirette verso quei porti, Bruges in particolare.

E proprio con destinazione Bruges, nell’ aprile del 1431 Pietro Querini salpa da Candia: viaggia da solo, al comando della sua caracca “Gemma Querina”.

La caracca è un grande veliero, evoluzione della cocca, piccola nave a un albero in uso nel Medioevo nei Paesi Baltici, portata nel Mediterraneo dai Crociati del Nord Europa in viaggio verso la Terra Santa. Con il tempo la nave ha subito delle modifiche diventando più grande, fino ad avere 3-4 alberi, per poter affrontare più agevolmente l’oceano.

La Gemma Querina trasporta 800 barili di malvasia più altre merci di pregio. L’equipaggio è composto da 68 persone, più di quelle previste normalmente, ma la prudenza lo impone: la nave viaggia da sola ed inoltre in quel periodo Venezia e Genova, eterne rivali, sono ai ferri corti e bisogna essere pronti anche ad affrontare un eventuale attacco.

Ma il viaggio già dall’inizio si dimostra tribolato. Al largo delle coste africane si presentano le prime difficoltà e la nave deve far sosta a Cadice per le riparazioni. A luglio riparte, ma le correnti deviano il suo percorso verso le isole Canarie. Solo alla fine di agosto riesce ad arrivare a Lisbona dove fa scalo per altre riparazioni e per rifornimento di viveri.  In questo periodo Querini, che è molto religioso, lascia la nave e insieme a una dozzina di compagni si reca in pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela.

Il viaggio della Gemma Querina

Ad ottobre, con un certo ritardo sulla tabella di marcia, finalmente riparte con l’intento di costeggiare la Francia. La stagione avanzata non è l’ideale, alla partenza il comandante è stato avvisato dalla gente del posto che quello non è il momento più propizio per affrontare l’oceano. 

Il Naufragio e la scoperta del “culo mundi”

E infatti al largo dell’isola di Ouessant, all’altezza del Finistèrre, in Bretagna, una violentissima tempesta spinge al largo l’imbarcazione.

Questo è l’inizio della tragedia: uno dei naufragi più sventurati che la storia della navigazione ricordi.

La caracca è fortemente danneggiata ed è ormai ingovernabile, alla mercé della corrente del Golfo: le vele sono strappate, il timone è irrimediabilmente distrutto. L’equipaggio si vede costretto a gettare a mare il carico per cercare di alleggerire lo scafo. Ma questo non basta, le correnti spingono la nave sempre più al largo e sempre più a nord ed è impossibile stabilirne la posizione, inoltre il cibo comincia a scarseggiare.

E’ il mese di dicembre quando il comandante prende quella che sembra l’unica decisione possibile: abbandonare la nave, mettendo a mare le due scialuppe, e a remi raggiungere l’Irlanda che si pensa essere a est, non lontana. Erroneamente perché in realtà la nave su trova molto più a nord.

Le scialuppe dovrebbero procedere vicine, ma la corrente le allontana una dall’altra e di una non se ne saprà più nulla. La seconda scialuppa, su cui ci sono una quarantina di persone compreso il Querini, naviga alla cieca, sospinta sempre più a nord, mentre a bordo gli uomini cominciano a morire per il freddo, la fame e gli stenti.

Isole Lofoten – Circolo Polare Artico

A gennaio finalmente la scialuppa riesce a raggiungere la terraferma, sbarcando su un’isola coperta di neve, che però è disabitata. I superstiti sono solo una dozzina, stremati e affamati; non possono raggiungere un’isola che scorgono in lontananza, più grande e probabilmente abitata, perché la scialuppa ormai è inservibile, allora ne usano il legno per fare fuoco, bevono la neve sciolta e mangiano quei pochi molluschi che trovano sulla spiaggia. 

Pensano di essere destinati ad una lenta agonia, finchè, per puro caso, i fuochi vengono avvistati da due pescatori. Soccorsi e condotti a Rost, l’isola vicina, i pochi superstiti sono accolti con grande calore da tutti gli abitanti, rifocillati, curati amorevolmente ed ospitati nelle loro case. 

Trattati come persone di famiglia, i veneziani per quattro mesi, da febbraio a maggio, vivono la stessa vita degli abitanti.

Querini ha potuto comunicare con il prete del villaggio parlando in latino. Ha raccontato del naufragio e delle varie vicissitudini e ha scoperto di essere arrivato in Norvegia, nelle Isole Lofoten, al di sopra del circolo Polare Artico. 

Querini da uomo di cultura osserva, con l’occhio di un antropologo, e prende nota dell’ambiente e delle abitudini locali. E nei suoi scritti descrive tra i primi quelle terre con queste parole:

“luogo forian ed estremo è chiamato in suo lenguaggio Culo mundi”.

Usi e costumi del popolo del Nord

Ammira la bellezza fisica di quegli uomini e delle donne, ma soprattutto la loro umanità e generosità, la semplicità e l’onestà che improntano ogni azione ed escludono ogni malizia. Gli pare di vivere in un paradiso e pensa al suo mondo, alla sua Venezia che ora, al confronto, gli appare corrotta e disordinata.

Stocafisso

E’ molto interessato soprattutto all’attività della pesca che è la principale, se non l’unica, fonte di reddito. Si pesca il merluzzo, abbondante in quelle acque in cui ancora si fa sentire una certa influenza della Corrente del Golfo. Ma quello che lo stupisce, soprattutto, è il metodo di conservazione del pesce pescato, che in primavera viene esposto, su dei supporti di legno, all’aria. Il clima secco e freddo, ma non gelido, lo essica a tal punto che diventa durissimo e può essere conservato anche per anni, senza che perda il suo valore nutritivo. Per poterlo cucinare bisogna poi batterlo a lungo per rompere le fibre e ammollarlo nell’acqua per qualche giorno. Lo chiamano stoccafisso e viene commercializzato in tutti i paesi del nord Europa che ne fanno un largo consumo. Soprattutto viene usato molto sulle navi proprio perché si conserva bene pur mantenendo intatte le proteine e le vitamine.

I veneziani si fermano a Rost per quattro mesi, da febbraio fino a maggio, quando ormai si sono completamente ripresi e la buona stagione consente loro di riprendere il viaggio per tornare a Venezia. Accompagnati fino a Bergen, nel sud della Norvegia, dagli stessi pescatori, da lì continueranno il loro viaggio sempre favoriti da una rete di contatti che copre tutta l’Europa, creata già nell’Alto Medioevo proprio per aiutare i viaggiatori in difficoltà. 

Tornati a Venezia, tra lo stupore generale perché dati ormai per dispersi, se non morti, Querini e  altri due membri dell’equipaggio redigono le relazioni di cui abbiamo parlato all’inizio. Devono servire per spiegare la perdita della nave e di tante vite umane. Ma, soprattutto quella del Querini con le sue precise ed acute osservazioni, rappresentano anche un importante documento geografico ed etnografico, una testimonianza di una terra e di una popolazione all’epoca ancora poco conosciute.

Venezia e le Isole Lofoten

Ciò che colpisce, esaminando tutta questa vicenda è il rapporto di grande amicizia che si è creato tra i veneziani e gli abitanti delle Lofoten, rapporto (e qui sta lo stupore) che non si è mai interrotto nel corso dei secoli ed è tuttora vivo e si manifesta con tutta una serie di iniziative periodiche organizzate da ambo le parti: gemellaggi, rievocazioni, celebrazioni, giornate dell’amicizia, per ricordare quei drammatici fatti.

Lofoten 1932. La stele ricorda il naufragio dei veneziani avvenuto 500 anni prima, nel 1432

In Norvegia il ricordo di Pietro Querini è ancora molto vivo, il suo nome è forse più noto lì che in Italia; a lui sono dedicati studi e ricerche e nei suoi confronti è ancora presente un sentimento di gratitudine che si può spiegare facilmente.  All’epoca dei fatti, il XV secolo, i paesi dell’estremo Nord dell’Europa e i loro abitanti erano poco conosciuti nel resto del continente. Il Nord era chiamato “Culo mundi” ed era rappresentato come una terra inospitale e altrettanto inospitali e rozzi si pensava fossero i suoi abitanti.

Il veneziano con i suoi scritti, che all’epoca fecero molto rumore in tutta Europa, per la straordinarietà della vicenda e in seguito anche grazie all’opera di Ramusio, ha mostrato invece come si potesse vivere bene anche a quelle latitudini e soprattutto come quelle popolazioni fossero civili, accoglienti, con un profondo senso dell’onestà e della solidarietà, insomma non dei selvaggi, ma uomini e donne uguali agli altri europei, se non persino migliori.

Il bacalà alla vicentina

C’entra, perché è stato proprio il Querini, che portando con sé, nel suo viaggio di ritorno, 60 stoccafissi donatigli dai pescatori norvegesi, ha introdotto l’uso di questo pesce nella cucina veneta. Nel veneto poi lo stoccafisso ha preso il nome di bacalà, da non confondere con il baccalà che, nel resto d’Italia, identifica invece il merluzzo conservato sotto sale.

La facilità di conservazione di questo pesce e la bontà delle ricette inventate ne determinò il grande successo a cui contribuì anche una raccomandazione emanata dal Concilio di Trento nel 1563 che consigliava la consumazione proprio dello stoccafisso, considerato pesce magro ma nutriente, durante la quaresima e i giorni di astinenza dalla carne.

Le Mille Porte degli Ex Libris

Ex-libris dello scrittore Rudyard Kipling

Che cosa è un libro? Un oggetto. 

Un oggetto come milioni di tanti altri che ci circondano e fanno parte della nostra vita? 

No! Un libro è un oggetto speciale: fogli di carta e segni che hanno l’ineffabile potere di impressionare la nostra mente e il nostro cuore, a volte in maniera tanto incisiva da cambiare persino la nostra vita. Quale altro oggetto ha questo potere? 

Nessun gioiello, neppure il diamante più prezioso, può dare il piacere che dà un buon libro. Un piacere intimo che non ha bisogno di essere mostrato. Il gioiello dà piacere ai nostri occhi se lo guardiamo, alla nostra vanità se lo mostriamo ad altri, ma tutto finisce lì.

Il piacere che dà un buon libro è qualcosa di più, qualcosa che entra dentro di noi, ci fa crescere e dura nel tempo.

“Un diamante è per sempre” dice uno slogan pubblicitario, anche un libro è per sempre. L’eternità del diamante viene dalla sua consistenza materiale duratura, l’eternità del libro viene dal suo valore  spirituale. Il libro può deteriorarsi nel tempo, è vero, ma ciò non intacca il suo valore, anzi, in un certo senso, lo aumenta perché i segni del tempo e della sua vita vissuta tra le nostre mani lo arricchiscono di ricordi e di significati.

Da tutto ciò nasce l’esigenza di saldare in qualche modo questo legame intellettuale ed affettivo che si crea con i nostri libri. Anche se ne sono state stampate migliaia di copie uguali, il nostro libro è solo nostro e noi sentiamo il desiderio di affermarlo. 

Come? Apponendo il nostro marchio di proprietà: il nostro Ex libris.

EX LIBRIS

Ex libris è un’espressione latina che significa dai libri e seguita dal nome del proprietario indica che quel libro proviene dalla sua biblioteca. Si tratta di una semplice scritta, oppure di una etichetta, un contrassegno di carta o di altro materiale oppure anche un timbro apposto normalmente sul foglio di guardia del libro.

La storia degli ex libri è molto antica.

Già nel Medioevo c’è l’abitudine di scrivere sul frontespizio dei codici manoscritti il nome del proprietario, accompagnato a volte da frasi di ammonimento o addirittura vere e proprie maledizioni rivolte a chi avesse la malaugurata idea di appropriarsene indebitamente.

“ Hic liber est meus, quem mihi dedit Deus…” oppure “ Chi mi ruberà il libro morrà di mala morte”.

Troviamo scritte simili anche sugli incunaboli, i primi rari libri stampati.

Sarei certo di questo, che è libro assai raro” – frase scritta sul foglio di guardia di una delle prime edizioni del “Fasciculus Temporum” stampato a Venezia nel 1480

Con l’avvento e la diffusione della stampa l’abitudine di segnare il libro si diffonde sempre più.

La marca “aldina”

Inizialmente è lo stesso editore o stampatore che riporta, prima sul colophon, in seguito sul frontespizio, la sua marca tipografica o “di bottega”, la stessa che doveva depositare presso il registro del notaio della corporazione.

Una delle marche più note e prestigiose in tutta Europa è quella dell’editore veneziano Aldo Manuzio: creata nel 1502 rappresenta un’ancora con un delfino ed è derivata da una moneta romana del periodo imperiale.

È da notare che i libri, a quell’epoca, sono appannaggio solo di un’élite culturale e sociale, le biblioteche appartengono a re, principi, membri dell’aristocrazia o dell’alto clero, e alle grandi abbazie.

Un libro è una cosa rara e preziosa e chi lo possiede sente l’esigenza e il desiderio di rimarcarne il suo possesso e lo fa segnandolo con una “impresa da libro”.  

“IMPRESA DA LIBRO”

Dal verbo imprendere (=intraprendere)  l’impresa è quel contrassegno, con cui si marcano gli oggetti di proprietà, su cui compare una figura ed un motto che insieme identificano appunto il possessore e la sua casata. Si tratta di una rappresentazione simbolica dei principi a cui il possessore si ispira, dei suoi propositi di vita, di ciò che intende fare (imprendere = intraprendere). La figura è il corpo dell’impresa, il motto ne è l’anima.

Qualcosa di simile si trova già nel mondo greco-romano, ma l’usanza si diffonde in Europa a partire dal Medioevo con la nascita dell’araldica.

Tornando ai secoli XV e XVI -siamo agli albori della stampa- troviamo in Germania, patria della nuova invenzione che ha rivoluzionato il mondo della cultura scritta, le prime “imprese da libro”.

 Solo più tardi, verso la fine del ‘700, entreranno in uso le espressioni ex foliis, ex bibliotheca e soprattutto ex libris, dicitura che rimarrà definitivamente fino ai giorni nostri. 

Si tratta di foglietti stampati con la tecnica xilografica su cui, come abbiamo visto, sono raffigurati lo stemma nobiliare e il motto della casata del possessore.

La xilografia è una tecnica artigianale con cui si incide, con un bulino o attrezzo simile, un pezzo di legno, la matrice, in modo che il disegno risulti in rilievo. Con questa tecnica si possono stampare molte copie e perciò è adatta per soddisfare la crescente richiesta da parte delle biblioteche che possiedono un grande numero di libri.

È importante notare che non solo gli artigiani si dedicano a questo tipo di illustrazione, ma anche grandi artisti, come per esempio Albrecht Durer.

Sul finire del XV sec. prende piede un’altra tecnica, quella della calcografia, che viene ripresa dall’arte orafa per cesellare i metalli. In questo caso l’incisione è fatta su una lastra di metallo, per lo più rame, usando sostanze chimiche che intaccano la superficie in modo che il disegno risulti “in cavo”. Il risultato è migliore perché il segno è più sottile, quindi più preciso e si possono riprodurre chiaroscuri e sfumature. In questo caso però si possono stampare un minor numero di copie perché la matrice in metallo si usura più facilmente di quella in legno.

A volte il disegno consiste semplicemente in una cornice decorata entro la quale c’è lo spazio per apporre di mano propria la firma e il motto.

Come abbiamo visto, i primi ex libris sono stampati in Germania, presentano decorazione piuttosto austere e quasi sempre compaiono gli stemmi araldici. In seguito cominciano a diffondersi anche nel resto d’ Europa e le decorazioni diventano più ricche ed elaborate.

Questo processo si intensifica nel ‘700, il secolo dei lumi, quando si assiste ad un notevole aumento della diffusione dei libri, e di conseguenza degli ex libris, in tutta Europa.  Da tempo i libri sono  usciti dalle abbazie e dai castelli, ormai hanno riempito le biblioteche pubbliche e cominciano ad entrare nelle case della ricca borghesia. I lettori non sono più solo i nobili e i religiosi, ma anche i letterati, i medici, gli scienziati, gli avvocati e persino i mercanti. L’ex libris non è più visto come un simbolo di status sociale di una casata, ma rappresenta il proprietario del libro e quindi assume forme diverse secondo la personalità del possessore. 

I soggetti sono i più vari, non più solo stemmi, ma oggetti di tutti i tipi, spesso di uso comune: i più diffusi sono quelli che rappresentano libri, ma vanno molto anche gli animali,

In questo periodo predomina l’incisione calcografica perché, come si è detto, ottiene un segno più preciso e quindi permette disegni ricchi di particolari.

In contrapposizione a questi si diffondono anche, verso la fine del ‘700 semplici etichette, su cui scrivere solo nome e cognome, al massimo contornati da una sobria greca. Sono stampati in grande quantità e si vendono nelle cartolerie.

Nel romantico 800 i soggetti spesso si ispirano o ricopiano dipinti e disegni famosi.

Ex Libris disegnato dal famoso illustratore vittoriano A. Rackham

ART NOUVEAU

Ma sul finire del secolo prende piede un nuovo movimento artistico, quello dell’Art Nouveau. Nato in Francia si diffonde poi in tutta Europa e in America assumendo forme e nomi particolari: stile floreale, liberty. Tutte sfumature riconducibili allo stesso movimento che si caratterizza per l’eleganza decorativa delle sue forme armoniose, le linee dolci e sinuose che si ispirano alla natura e spesso richiamano disegni e stampe giapponesi.

Anche gli ex libris ne sono influenzati, rinasce l’interesse per la xilografia d’arte. La grande diffusione di questi veri e propri piccoli capolavori porta al collezionismo: nascono associazioni e raccolte, i collezionisti si scambiano i pezzi, si scrivono pubblicazioni e saggi un po’ in tutta Europa. In Inghilterra nel 1880 viene pubblicata una “Guide to the studio of Book-plates”. Anche in America si organizzano mostre e rassegne annuali. 

Questo è il periodo d’oro degli ex libris che durerà nella prima metà del ‘900, più o meno fino al secondo conflitto mondiale. 

EX-LIBRIS E COLLEZIONISMO

Con il collezionismo l’ex libris non è più prodotto con l’unica funzione di personalizzare il libro, ma anche proprio per essere raccolto e scambiato, divenendo così un’espressione d’arte a sé stante.

E il mondo dell’arte non guarda più con sussiego questi piccoli, deliziosi foglietti tanto che anche i grandi artisti non disdegnano di inserirli tra le loro creazioni.

In Italia è lo scrittore e poeta Gabriele D’Annunzio, grande esteta, che contribuisce a diffonderne l’uso e molti artisti, come per esempio il pittore e incisore Adolfo De Carolis, rispondono.

Ex-Libris stampato su una pregevole edizione rilegata in pergamena delle “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi” curata personalmente da Gabriele D’Annunzio

Dopo un periodo di indifferenza, verso la fine del ‘900 gli ex libris ritornano in auge, sia per personalizzare i propri libri che per farne oggetto di collezione: una forma d’arte che coniuga l’amore per i libri con la ricerca grafica estetica.

Un moderno e ironico Ex Libris

Una porta sull’antico Giappone

Il libro che apriamo oggi è uno di quelli che, se li vedi sul banchetto di un antiquario, degni solo d’uno sguardo fugace. La copertina è tanto consunta che poco si distingue del colore e del disegno originale. Doveva essere rivestita di carta marmorizzata, ma ora le macchie più visibili sono quelle provocate dall’usura del tempo. Ma quando si apre ecco che, come da una scialba conchiglia senza pregio, appare una preziosa perla. Una perla che ci parla di una carta antica, di un artista raffinato e di un mondo lontano, esotico e misterioso.

Si tratta di un libro, stampato a Osaka verso la metà del 1700, nel quale è descritta la vita quotidiana rurale nell’antico Giappone dell’epoca Edo (XVII-XIX sec.), con particolare riferimento ad alcune attività agricole riservate alle donne. Autore e illustratore, ma più illustratore perché le illustrazioni sono di gran lunga preponderanti rispetto alle parti scritte, è Tachibana Morikuni, il più grande artista della sua epoca.

A proposito di carte e rilegature

Il libro è stampato con il metodo xilografico, usando stampi in legno intagliati a mano, su carta washi (wa = giapponese; shi = carta), una carta fatta a mano con fibre vegetali del gelso o di altre piante locali affini, tipo il kozo. Secondo la leggenda questo metodo di lavorazione sarebbe stato portato in Giappone intorno all’anno 600 da un monaco coreano buddista.

Esempio di rilegatura Fukuro Toji

La carta era prodotta in ambiente rurale, dai contadini, durante i mesi invernali; le fibre venivano ammorbidite in acqua fredda e spesso la preparazione era arricchita con erbe, fiori e persino polveri d’oro o d’argento. Si poteva aggiungere anche dell’incenso che aveva lo scopo di preservarla dagli attacchi degli insetti. L’uso di questa carta era appannaggio delle classi più agiate: oltre che per la scrittura, per la sua proprietà di filtrare la luce veniva usata molto anche nelle abitazioni per creare pannelli separatori e lampade.

Per quanto riguarda i libri c’erano diversi tipi di rilegatura.  Per il nostro è stata usata la rilegatura Fukuro Toji che consiste nel piegare in due un foglio grande il doppio della pagina che si vuole ottenere; si forma così uno spazio interno in cui si possono conservare piccoli foglietti o fiori o foglie. 

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Tachibana Morikuni

Tornando al nostro libro, prima di parlare del suo contenuto, è d’obbligo presentare il suo autore, uno dei più grandi artisti del suo tempo e non solo. Tachibana Morikuni, pittore, illustratore e scrittore, nasce e vive a Osaka nel XVIII secolo.

La sua tecnica è quella della xilografia, con la particolarità che gli stampi in legno vengono intagliati e poi raschiati in modo tale da creare un effetto di pennellata.

I soggetti più raffigurati sono i fiori e gli uccelli, soggetti ancor oggi propri della tradizione artistica sia della Cina che del Giappone, spesso con connotazioni letterarie o religiose. I fiori, soprattutto, hanno un ruolo importante nella cultura di questi due paesi; infatti alcuni di essi assumono particolari significati in relazione a fenomeni naturali, come per esempio le stagioni, o a cerimonie e rituali.Le illustrazioni del libro che apriamo oggi riguardano invece, come si è detto, l’ambiente e le attività rurali nel Giappone contemporaneo all’artista, con un particolare riguardo al lavoro femminile. Siamo nel periodo Edo che va dal 1603 al 1868. E’ un vero peccato non essere in grado di leggere la scrittura, possiamo solo ammirare le tante e belle xilografie e la stessa scrittura, così decorativa, esotica e misteriosa ai nostri occhi occidentali.

La condizione della donna nell’antico Giappone

Si è parlato di lavoro femminile e questo ci spinge ad approfondire un tema che sicuramente offre degli spunti interessanti.

In epoca antichissima la donna aveva un ruolo molto importante nella società giapponese. Basti pensare che la leggenda fa risalire le origini della stessa dinastia imperiale ad una dea femminile, Amaterasu, dea del sole, e che molte furono le imperatrici donne.A partire dall’anno corrispondente al 794 d.C. , dopo un lungo periodo di lotte, con l’ascesa al potere della famiglia Fujiwara, ha inizio nel paese un’ epoca di pace che durerà fino al 1185. E’ il periodo Heian, che significa città della pace, dal nome della città dove si è insediata la famiglia al potere.

In tutto questo tempo il Giappone è un piccolo mondo perfetto, felice, che cerca di mantenersi isolato dal resto del mondo.L’ importanza del ruolo femminile nella società Heian diminuisce, anche per effetto della diffusione delle dottrine del Confucianesimo che vedono la donna come un essere inferiore all’uomo.

Occorre però fare una precisazione, bisogna sempre distinguere la donna di alto ceto sociale, dalla donna dell’ambiente contadino. Mentre quest’ultima in pratica viene ancora considerata alla pari perché come l’uomo lavora duramente nei campi, la donna di rango elevato assume un ruolo di secondo piano. Ella non deve apparire molto, deve fare vita ritirata nei locali della casa che le sono riservati, celata dietro a paraventi o tende di bambù, dalle quali può vedere senza essere vista. Tuttavia, per alcuni aspetti, gode ancora di una certa libertà, come, per esempio, ricevere uomini anche di notte, purché…il tutto avvenga con la massima discrezione.Cronache dell’epoca raccontano che, nei locali dei palazzi, il silenzio notturno era animato da discreti scalpiccii che furtivamente andavano da una stanza all’altra.

Le donne e la scrittura – stampa periodo Edo

E’ proprio in questo periodo che le donne eccellono nella scrittura. Tutti i più grandi poeti e scrittori sono donne. Alla scrittura si dedicano le dame di corte, donne colte, raffinate e spiritose. Diffusa è l’abitudine di scrivere piccole poesie su foglietti di carta che si lasciano in giro nei palazzi. Spesso questi versi sono permeati di grande lirismo. Sono scritti di getto, per ispirazione, o su richiesta e gli argomenti sono i più disparati, dall’analisi psicologica ai turbamenti d’amore, dalla natura, il paesaggio e le stagioni alla vita di corte, le feste, i riti e le cerimonie. Ma non scrivono solo biglietti, anche diari interessantissimi perché rappresentano nei dettagli la vita di corte dell’epoca e romanzi, alcuni dei quali sono tuttora considerati capolavori della letteratura giapponese di tutti i tempi.

Nelle epoche successive, in Giappone si consolida l’aspetto patriarcale della società, almeno per quanto riguarda le famiglie nobili. La donna ha la sola funzione di mettere al mondo almeno un figlio maschio per garantire la successione. Il destino delle figlie femmine è quello, tramite i matrimoni combinati, di essere un mezzo per allacciare alleanze o sancire tregue tra clan rivali. 

L’era degli Shogun

Intanto il potere si accentra sempre più nelle mani dei militari, finché si arriva al periodo Edo (1603-1868) durante il quale questo potere si consolida nella figura dello shogun (generalissimo). 

Lo shogun risiede nella città di Edo (che ha dato il nome al periodo) ed è soggetto soltanto all’imperatore che risiede a Kyoto con la sua corte. Ma spesso si tratta di una sudditanza più formale che reale dato che in pratica il suo potere è pressoché assoluto, avendo dalla sua anche la potente classe militare che, con i fedeli samurai, controlla tutto il paese, il territorio e l’apparato statale.

Gli obiettivi del governo militare sono quelli di mantenere l’assetto politico e sociale, impedendo ogni mutamento, disordini e instabilità. Vige il Sakoku (paese incatenato) che vieta ai giapponesi di lasciare il paese e agli stranieri di entrare se non muniti di speciali permessi. La stabilità politica provoca uno sviluppo dell’economia, il commercio si intensifica favorito dalla costruzione di nuove strade, la popolazione aumenta e le città crescono. In agricoltura si adottano nuove tecniche e si sperimentano nuove colture. Ma il cambiamento più importante si manifesta con la formazione e la crescita di una nuova classe sociale, quella della borghesia. Si assiste quindi ad una lenta trasformazione della società da agricola-guerriera ad urbana-borghese. Questa trasformazione reca già in sé i germi di quella che sarà la rivoluzione Meji, che negli ultimi decenni dell’800 scuoterà tutto il Giappone, aprendolo al mondo esterno e ai cambiamenti in senso moderno.

Tornando al periodo Edo, osserviamo che il neo-confucianesimo si impone come ideologia ufficiale del regime. Questo determina una minore libertà della donna -come già si è visto considerata da Confucio un essere inferiore- e una sua ancora maggiore dipendenza dall’uomo. La donna non ha alcun ruolo se non quello di procreare ed è soggetta alle tre “obbedienze”: al padre, al fratello, al marito (al figlio maschio se vedova). Tutta la vita della donna cittadina, borghese, si svolge tra le mura di casa, dedita alle incombenze domestiche e alla cura dei figli. 

Lavorazione dei bozzoli del baco da seta – stampa periodo Edo

Diversa, come sempre, è la vita della donna contadina che, anche se soggetta all’autorità maschile, ha un ruolo importante nel pesante lavoro nei campi, pari a quello dell’uomo e questo comporta una sua maggiore libertà dal momento che non è segregata in casa. Inoltre alla donna sono affidate particolari attività, come l’allevamento del prezioso baco da seta, la lavorazione dei tessuti e la lavorazione della carta utilizzando le fibre del gelso e di altre piante.

La Geisha

Un capitolo a parte è quello che riguarda la geisha, una figura femminile tipica del Giappone e unica nel suo genere.

Ed è proprio nel periodo Edo che questa figura femminile assume un ruolo molto importante nella società giapponese.

Geisha vuol dire “persona dell’arte”, da gei=arte e sha=persona. La geisha ha il compito di intrattenere gli ospiti durante le feste e le cerimonie tradizionali: deve saper suonare, cantare, ballare e conversare.  Non è necessario che sia bella, è indispensabile invece che sia arguta ed istruita; per questo esiste una vera e propria scuola che, oltre alla musica, il canto e il ballo, insegna a conversare su ogni argomento e a servire il tè secondo le rigide regole dettate dalla sua cerimonia. La geisha si riconosce dal vestito e per il trucco molto pesante, ma non è una prostituta, anche se il rapporto sessuale non è escluso.  Raffinate dame di corte, ispirate poetesse, sottomesse donne di casa, laboriose contadine, piacevoli geishe: tanti sono i volti della donna giapponese.

La geisha – stampa periodo Edo

Rendiamole onore concludendo con due waka, brevi poesie, composte da Ono no Komachi, considerata la prima grande poetessa della letteratura giapponese, vissuta nel IX sec, primo periodo Heian.

“Il colore dei fiori/ è già svanito/ ed io invecchio/ persa in pensieri vuoti/ mentre la pioggia cade senza fine.”

“Forse ero assorta in pensieri d’amore/ quando chiusi gli occhi?/ Lui comparve./ Se avessi saputo che era un sogno/ non mi sarei svegliata.”

L’UMANISTA CHE SI FECE EDITORE

Un libro non è quasi mai una cosa banale. Ogni libro a suo modo è speciale. Ma il libro da cui partiamo oggi, per uno dei nostri viaggi nella storia e nel mondo letterario, è un libro davvero molto molto particolare. In tutti i sensi.

Si tratta  dell’  “Hypnerotomachia  Poliphili” (Combattimento amoroso di Polifilo in sogno). Particolare per il contenuto: un bizzarro racconto allegorico cavalleresco sul tema dell’amor cortese, che risale alla seconda metà del XV secolo. Particolare perché, per quanto riguarda il suo autore, tuttora sconosciuto, esistono diverse ipotesi suggestive. Alcune fonti, ricavando il nome dalle lettere iniziali dei capitoli, lo attribuiscono a un certo Francesco Colonna, sul quale poi si fanno le più diverse congetture. Un’altra ipotesi, probabilmente più fantasiosa, ne attribuisce la paternità congiunta a diversi autori, tutti personaggi di grande fama come Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti, Lorenzo il Magnifico e lo stesso editore, il famoso Aldo Manuzio. Ma soprattutto molto particolare è la veste editoriale: il libro, stampato a Venezia nel 1499 da Aldo Manuzio appunto, è considerato il più bel libro di tutti i tempi, un gioiello rimasto ineguagliato, arricchito da 169 preziose xilografie, veri capolavori, anche queste di autore sconosciuto, ma che qualche studioso attribuisce addirittura al grande pittore Andrea Mantegna.

ALDO MANUZIO

L’ancora “Aldina”, forse la marca tipografica più famosa di tutti i tempi

Aldo Manuzio: uno dei primi grandi stampatori e editori della storia mondiale della stampa. Già ai suoi tempi era un mito in tutta Europa, possedere un suo libro contrassegnato dalla famosa marca con l’ancora, era un privilegio. Le sue edizioni, impreziosite da raffinate rilegature, furono per secoli oggetto di culto e raccolte nelle più prestigiose collezioni non solo in Italia, ma anche, e anzi direi soprattutto, in tutta Europa, in particolar modo in Francia e in Inghilterra.

Su questo personaggio tanto si è scritto e la sua fama è assolutamente meritata. Era un perfezionista, tutto era scelto con estrema cura: dalla ricerca di testi originali e inediti all’attenzione posta alla veste tipografica con l’uso di bellissime carte, inchiostri perfetti, caratteri di grande nitidezza e raffinatezza, la cui creazione l’editore seguiva personalmente, spesso ispirandosi all’antichità greca e romana.

Aldo Manuzio

Ma come nasce Manuzio stampatore e editore a Venezia? Tanto per cominciare Manuzio non è veneziano. Nasce a Bassiano, nel Lazio, un piccolo borgo a nord di Latina, sulle pendici dei Monti Lepini, nel ducato di Sermoneta. Non si hanno molte notizie su di lui, persino l’anno di nascita non è certo, il 1447, il 1449 o il 1452.   Anche sul cognome c’è qualche incertezza. Pare che in origine fosse Altus Mandutius, divenuto poi Mannucius e infine Manutius, Aldus Manutius. In qualche occasione si è firmato anche Aldou Manoukiou alla greca, lingua che amava moltissimo. Figlio, si presume, di un mercante che aveva sposato una donna del posto, probabilmente ricevette la prima educazione alla corte dei Caetani di Sermoneta.  Dal 1467 è a Roma dove ha come insegnanti umanisti del calibro di Domizio Calderini, segretario apostolico del Papa Sisto IV e commentatore di testi latini, e Gaspare da Verona, professore di retorica alla Sapienza.

Nella prima metà del ‘400, Roma, che nel secolo precedente, a seguito del trasferimento dei Papi ad Avignone in Francia, era precipitata in uno stato di estrema decadenza, era risorta grazie al Papa Martino V che nel 1420 aveva riportato in Italia la sede del Papato ed aveva intrapreso una fervida attività di risanamento e di ricostruzione della città. Roma era divenuta presto il polo della cultura umanistica, sostituendosi persino a Firenze e richiamando studenti e studiosi da tutta Europa. In questo ambiente molto vivace si forma il giovane Manuzio il quale assorbe e fa suoi i principi dell’umanesimo che intende riscoprire le opere e i valori dell’antichità classica.

Giovanni Pico della Mirandola

Nella città eterna ha anche modo di vedere da vicino i nuovi libri stampati. Infatti due monaci benedettini, il ceco Pannartz e il tedesco Sweynheym, chiamati a Roma da Papa Paolo II, hanno da poco aperto un’officina tipografica, la prima in Italia che stampa con la tecnica dei caratteri mobili. Manuzio senz’altro osserva con attenzione la nuova invenzione, ma per il momento il suo interesse predominante è ancora lo studio. Nel 1475, per completare la sua formazione, si trasferisce a Ferrara. E’ sua intenzione approfondire in particolare lo studio della cultura greca ed impararne la lingua. In questa città ha come insegnante Battista Guarini (1434-1503), figlio del grande umanista e poeta Guarino Veronese. All’università Manuzio conosce e diviene amico di Giovanni Pico dei conti della Mirandola, ai posteri noto semplicemente come Pico della Mirandola, il quale, oltre a possedere una memoria eccezionale (conosce alla perfezione molte lingue tra cui il latino, il greco, l’arabo, il francese) è uomo di grande cultura ed eccellente filosofo.

Nel 1482 Manuzio soggiorna per alcuni mesi a Mirandola, cittadina dell’attuale provincia di Modena, ospite dell’amico Pico che ha radunato intorno a sé una piccola corte di eruditi e studiosi: tra questi anche alcuni letterati greci. L’incontro con questi ha un grande influsso sulla formazione del giovane Aldo che a Roma si era dedicato prevalentemente allo studio dei classici latini ed ora ha la possibilità di approfondire le sue conoscenze della lingua e della letteratura greca.  Ne rimane talmente affascinato ed imparerà il greco talmente bene da usarlo spesso come lingua parlata anche nella vita di tutti i giorni. Nel 1483, Manuzio da studente diviene insegnante; infatti lo ritroviamo nella vicina Carpi per occuparsi dell’educazione dei principi Alberto e Leonello Pio, figli di Caterina Pio, sorella di Pico.  A Carpi si ferma fino al 1489, stabilendo un forte e duraturo legame, anche affettivo, con i due allievi che gli dimostrano una riconoscenza quasi filiale tanto che poi diventeranno i primi finanziatori dell’editore. 

Questi anni rappresentano per Manuzio un periodo molto importante e gratificante. Scopre nell’insegnamento e nell’educazione dei giovani quello che sicuramente è lo scopo principale della sua vita. Un impegno civile che del resto pervade le dottrine umanistiche del ‘400: studiare i classici, imparare per trasmettere ad altri le proprie conoscenze. Ma la conoscenza non può essere disgiunta dalla moralità, esse si completano a vicenda e contribuiscono a formare l’uomo, che sia un uomo “sia di nome che di fatto”. E ancora “…non è lecito attuare l’una cosa (la conoscenza) senza l’altra (la moralità)” e preferiva “… i giovinetti illetterati ma provvisti di buoni costumi, che i sapientissimi scostumati”. Queste ed altre asserzioni illuminanti sul suo pensiero, Manuzio prenderà l’abitudine di scrivere con dovizia nelle prefazioni delle opere pubblicate.

LA MISSIONE DI MANUZIO: GLI ANNI VENEZIANI

Nella prefazione degli “Erotemata” (una grammatica greca con traduzione latina) di Costantino Lascaris, prima opera pubblicata con data certa, così Manuzio descrive la sua missione:  “…dedicare tutta la vita all’utile dell’umanità. Dio mi è testimone che nulla desidero di più che giovare agli uomini”. Egli è fermamente convinto che la cultura renda gli uomini migliori e crede che “far circolare idee e saperi universali equivalga a costruire argini alle armi”. Queste dunque le idee di Manuzio che, portata a termine l’educazione dei principini, lascia Carpi e si trasferisce a Venezia.

Perché Venezia?  Venezia è una città libera, operosa, un importante centro di scambi commerciali. Ma è anche un vivace centro culturale, a livello europeo, per la presenza di tanti studiosi. Molti sono greci, in fuga da Bisanzio dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente.  Con loro hanno portato gli antichi codici e manoscritti delle loro ricche e prestigiose raccolte, salvandoli così dalla distruzione.

Manuzio entra in contatto con tutte queste persone.  All’inizio del suo soggiorno veneziano, il suo principale interesse è ancora lo studio e l’insegnamento. Lui stesso scrive: una grammatica latina e una greca, alcune Vite di autori antichi e traduzioni di testi classici greci e latini Ma Manuzio, oltre che essere un intellettuale, è anche un uomo pratico e un pensiero si fa strada nella sua mente: “ …tradurre in una dimensione operativa e non solo ideale, un agire nel mondo attraverso la cultura”. E quale mezzo è più adatto per trasmettere la cultura se non la scrittura, il libro?

Il momento è propizio, la nuova invenzione della stampa offre proprio l’aiuto necessario. Ma Manuzio non trova sul mercato libri che lo soddisfino pienamente. Ed è così che deciderà di diventare lui stesso stampatore e editore. Venezia, del resto è la città ideale, ricca di biblioteche che contengono antichi codici e manoscritti originali, è divenuta nella seconda metà del ‘400 uno dei centri più importanti a livello europeo per la stampa. La sua produzione di libri supera quella di qualsiasi altra città italiana e europea. Dopo una accurata preparazione, con l’aiuto finanziario di alcuni amici, nel 1494 Manuzio inizia la sua carriera di editore stampando i citati “Erotemata” di Costantino Lascaris, il cui manoscritto originale gli è stato portato da Messina dall’amico Pietro Bembo.

Proprio la ricerca, quasi maniacale, dei manoscritti originali caratterizzerà tutta la produzione del nostro editore, che può avvalersi della collaborazione dei più grandi letterati ed esperti dell’epoca.

Così, per citare alcuni esempi, riesce ad entrare in possesso di un manoscritto del VI secolo, portatogli dalla Francia, con una fedele trascrizione delle Lettere di Plinio il giovane, oppure a procurarsi un manoscritto originale autografo del Petrarca. Inoltre a Venezia c’è una preziosa raccolta di testi a cui si può attingere: la Biblioteca Marciana, nata da una ricca donazione di Bessarione, cardinale, filosofo e umanista bizantino che, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, era riuscito a salvare e a portare nella città lagunare molti codici e manoscritti greci.

I primi testi stampati sono i classici latini e soprattutto greci e con questi Manuzio si afferma come prestigioso editore e presto la sua tipografia diviene un punto di riferimento per gli studiosi italiani ed europei dell’epoca. In seguito si dedicherà anche a testi umanistici e di autori a lui contemporanei: uno per tutti il famoso filosofo Erasmo da Rotterdam, che soggiornerà un anno circa a casa dell’editore, per seguire direttamente la stampa dei suoi “Adagia”, raccolta di motti e proverbi greci e latini, usciti nel 1508.

Ma noi ci fermiamo qui.  Il nostro intento era quello di raccontare la storia di Manuzio umanista. La storia dell’editore non ha bisogno di essere raccontata.

DIARIO DI BORDO – Anno del Coronavirus

Cari lettori di “leportedeilibri”. Oggi è un giorno speciale per il blog e per me. Da più di due anni apriamo insieme le porte dei libri e viaggiamo nel tempo e nello spazio. Abbiamo incontrato incunaboli, libri d’arte, libri comuni che avevano storie speciali da raccontare. Oggi apro con voi la porta di un libro particolare. E’ il libro nato dall’incontro tra la mia passione bibliofila e l’altra passione della vita: la medicina.

La crisi del COVID è stata qualcosa di imprevedibile e travolgente. Quando tutto a fine Febbraio sembrava crollare ho cercato rifugio, da medico e da uomo, nei libri. Ma non c’era un libro che poteva aiutare me e chi mi seguiva per guidarci nel mare in tempesta di una crisi confusa, oscura e paurosa. Era giunto il momento di scriverlo quel libro. E per farlo non potevo essere solo.

Nasce il Diario: un “ponte” tra ospedale e comunità

Nasce così Il “Diario di bordo del Corona”. Un diario scritto da un operatore sanitario (io, medico ospedaliero) che ha vissuto la crisi COVID sin dai primi istanti e da vicino, molto vicino.

Nato come un diario personale, scritto con un tablet “imbustato” per poter essere sanificato all’uscita da area COVID, è divenuto nei giorni e nelle settimane uno strumento di comunicazione, un “ponte” tra ospedale e comunità cittadina estendendo ulteriormente nei mesi la sua diffusione ben oltre tali confini.

<< Il diario è nato il 23 Febbraio 2020. Da poco in Italia si era capito che non sarebbe stata un’influenza.
Fuori dai nostri Pronto Soccorso nascevano tende per il triage. Il mondo si fermava. Quella sera scrissi sul mio profilo Facebook un post che si intitolava “Dottore non capisco, devo avere paura?”. Era una sorta di lettera aperta per rassicurare in qualche modo, dire che in mezzo alla confusione di quelle ore medici e infermieri si stavano velocemente preparando a gestire la crisi. >>

Attorno al Diario si è creata nelle settimane una piccola comunità, la “Compagnia del Diario” che ha discusso, condiviso informazioni e si è confrontata sulla crisi COVID in tutti i suoi aspetti.

Il Diario ha raccontato il lockdown, le ansie e le speranze attraverso testimonianze preziose. 

<< Abbiamo osservato una metropoli deserta attraverso l’obiettivo di un grande fotografo, siamo stati in un Pronto Soccorso COVID insieme ad una paziente coraggiosa, abbiamo fatto la spesa accompagnati da due anziani, abbiamo assistito all’incontro di due donne (medico e paziente), abbiamo vissuto il lockdown di una madre lavoratrice e siamo saliti a bordo di un’ambulanza insieme ad un volontario della Croce Rossa Italiana.>>

Un lungo cammino mano nella mano, centinaia di persone, lettori ma anche scrittori, perché nel tempo ogni pagina del diario è stata commentata, discussa, arricchita di pensieri, opinioni, domande. Alcuni commenti mi hanno emozionato come quello di Donatella:

<< Il diario ci ha permesso di vedere un uomo senza maschere pur costretto a portarne molte >>

Ed era così. Più il COVID ci costringeva a isolarci con tute, maschere e guanti, più alla sera il diario diveniva il luogo dove spogliarsi e alleggerire il peso della giornata.

Il Diario, inizialmente “pubblicato” come web-App (immagine a fianco) ha visto, nelle settimane, pagine tecniche come quelle dedicate alle maschere ed alle terapie. Abbiamo cercato di mettere ordine nel caos di informazioni sanitarie discordanti e contraddittorie di quei mesi:

<< Abbiamo navigato insieme tra i mari in tempesta delle “bufale” e dei falsi scoop. Abbiamo riscoperto i limiti ma anche la forza del metodo scientifico.>>

Il diario ci ha portato anche pagine emozionali. Racconti e piccoli quadri. Il bianco ed il nero. I colori dell’arcobaleno, le notti di guardia. Ed una piccola lettera:

<< Un giorno racconteremo tutto questo a chi non lo ha vissuto. Il racconto dell’anno in cui il mondo si fermò. Lo abbiamo fatto anche noi, nel diario. Era il 24 Marzo e il titolo “LETTERA A ITALO, NATO (immaginario) dell’anno 2020”. In quella lettera l’eredità che il diario lascia, nel suo piccolo, alle generazioni future.>>

Gruppo Facebook della “Compagnia del Diario”

Il Diario diviene oggi libro “fisico”, materico. Il punto di arrivo di un viaggio in compagnia. Perché senza la “Compagnia del Diario” (Il gruppo Facebook di circa 400 persone che si è creato attorno al Diario), non sarebbe mai stato stampato. Lo spirito di questo gruppo è ben rappresentato dalle parole della lettrice Tiziana:

<< Che grande soddisfazione … sono così contenta quasi l’avessi scritto io questo libro invece di leggerlo e commentarlo… >>

In queste parole il senso di un libro “corale”.

Il Progetto “Il Tuo Sogno Continua”

Un libro legato anche ad un grande progetto di beneficenza ideato insieme ad UPOALUMNI (Associazione dei Laureati dell’Università Piemonte Orientale).

A curare l’edizione il nascente “Centro Studi per l’arte del Libro” fondato insieme (e grazie) all’amico Prof. Alfredo Ghidelli . Il nostro blog verrà presto integrato e gestito insieme alle attività del Centro Studi.

I proventi del libro saranno totalmente devoluti in beneficenza al progetto UPOALUMNI “IL TUO SOGNO CONTINUA” che ha l’obiettivo di finanziare le rette universitarie per studentesse e studenti meritevoli ma in difficoltà economiche anche a causa del COVID.

Un libro che ha aiutato nei momenti bui e che ora aiuterà delle giovani promesse della scienza e cultura di questo paese a crescere e poter dare il loro contributo per la sua ricostruzione.

Il nostro blog festeggia il suo primo libro da autore. E lo fa seguendo lo spirito di un poeta/cantante, Roberto Vecchioni che in “Sogna, ragazzo sogna” cantava:

<< La vita è così grande 
Che quando sarai sul punto di morire 
Pianterai un ulivo
Convinto ancora di vederlo fiorire >>

E questo ha fatto la “Compagnia del Diario”. Nel momento più buio ha piantato un ulivo ed oggi è fiorito!

N.d.R: Il libro può essere ordinato come da istruzioni allegate!

Caro Diario…

Più di una volta in questo blog abbiamo presentato dei diari. Il diario di Samuel Pepys, il diario della peste di Defoe, il diario di viaggio di Conan Doyle, il diario di Anna Frank.

Diario di viaggio di Conan Doyle

Diari molto diversi tra loro, ma che hanno una cosa in comune. Al di là delle considerazioni personali, questi diari rappresentano ora una fonte storica importante per quanto riguarda la vita dei loro autori e il periodo in cui sono vissuti.

Le origine del diario

Possiamo quindi considerare il diario una forma narrativa affine alla storiografia? Non proprio, ma in certi casi può essere considerato una valida fonte storica che va ad integrare le cronache ufficiali.

La parola diario deriva dal latino diarium che a sua volta deriva da dies (giorno). In epoca medievale diarium era il registro giornaliero in cui venivano fatte delle annotazioni giorno per giorno. Risalgono proprio al Medioevo le prime testimonianze di ricordanze, cioè annotazioni di fatti e avvenimenti scritti ad uso e consumo personale o della famiglia, veri e propri promemoria casalinghi che riportavano tutto quanto concerneva il ménage domestico: spese, guadagni, contratti, nascite, matrimoni e funerali. Questi primi diari, per quanto riguarda il nostro Paese, sono diffusi soprattutto in Toscana nell’area intorno a Firenze perché qui troviamo una società più alfabetizzata. La loro importanza sta nel fatto che rappresentano uno spaccato autorevole della vita privata di quei tempi. Ma ci sono anche diari che forniscono interessanti informazioni sugli avvenimenti pubblici dell’epoca e quindi contribuiscono a formare un quadro più completo del periodo storico. E’ il caso del “Diario di anonimo fiorentino” che ci racconta la politica interna ed estera di Firenze dal 1358 al 1389.

Dai secoli successivi, allargando i nostri orizzonti, ci sono pervenuti diari che hanno una grande importanza storica, citiamo per tutti i diari di bordo di Cristoforo Colombo e i diari di Samuel Pepys, alto funzionario dell’Ammiragliato inglese vissuto nel 1600, le cui memorie costituiscono un quadro perfetto ed esauriente della vita privata e pubblica dell’epoca.

I Diari di viaggio

A partire proprio dal XVII secolo si diffondono i diari di viaggio. Sono i secoli delle grandi scoperte geografiche: il nostro mondo è ancora in buona parte poco conosciuto o addirittura sconosciuto.

Intrepidi navigatori ed esploratori si avventurano in quelle terre e in quei mari, non senza correre grandi pericoli. I loro diari di bordo sono puntuali, ricchi di annotazioni ed osservazioni sulle nuove terre scoperte e sui popoli incontrati. Ricordiamo, per esempio, il diario di bordo di James Cook con il resoconto dettagliato dei suoi viaggi nelle terre dell’Oceano Pacifico.

Nel ‘700 e ‘800 prevalgono i tanti diari dei viaggi effettuati da artisti ed aristocratici in giro per l’Europa dell’arte e della cultura. Ogni giovane signore, infatti, doveva compiere il suo “Grand Tour”, il cui scopo, oltre che di svago, era soprattutto di istruzione ed educazione: un vero percorso formativo, umano ed artistico, che poteva durare mesi o anche anni. La meta preferita di questi viaggi era il nostro bel Paese nel quale alla bellezza e varietà del paesaggio si aggiungevano arte e  cultura, soprattutto ora che si andava riscoprendo la cultura classica anche grazie all’intensificarsi degli scavi archeologici che riportavano alla luce i monumenti dell’antica Roma.

Donne e diari

Inizialmente erano solo gli uomini a compiere questi viaggi, poi sul finire del ‘700 anche le donne hanno cominciato a viaggiare, accompagnate da chaperon, e a raccontare questa loro nuova esperienza su lettere e diari. Ne citiamo uno per tutti: il “Diario della marchesa Margherita Boccapaduli”, donna colta e raffinata che nel 1794-95 intraprese un lungo viaggio in giro per l’Italia accompagnata da Alessandro Verri, scrittore e letterato, fratello del più famoso Pietro Verri.

E a proposito di donne e di diari non si possono a questo punto tacere i tantissimi diari personali scritti da romantiche fanciulle delle famiglie aristocratiche e borghesi dell’800 che in quelle pagine riversavano i loro sospiri e turbamenti. Sono scritti personali, intimi, anonimi: centinaia, forse migliaia di pagine che sono per lo più andate perse come tutte le mode effimere che il vento del tempo disperde. O magari sono rimaste nascoste per anni in un baule di qualche soffitta, per la gioia di nipoti e bisnipoti.

Diario di Anna Frank

Il ‘900 ci porta altri diari, alcuni con un alto valore letterario o sociale: pensiamo, per fare solo qualche esempio, ai Diari di scrittori come a Kafka, Virginia Woolf, Anais Nin o di personaggi divenuti storici come Anna Frank ed Ernesto Che Guevara.

Diari di guerra

Un’altra categoria particolare di diari che rivestono una grande importanza storica sono i diari di guerra. 

Dall’antica Roma ci giunge il “De bello gallico” che altro non è che la rielaborazione degli appunti che Giulio Cesare annotava giorno per giorno durante la campagna delle Gallie.

Più vicino a noi ricordiamo il diario di Rommel scritto dal generale tedesco nel corso della campagna d’Africa durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ma da che cosa nasce questo bisogno di raccontare e di raccontarsi che accomuna personaggi della cultura e gente comune, uomini e donne, adulti e adolescenti. Chi non ha mai scritto o avuto la tentazione di scrivere almeno qualche pagina di diario?

La parola è il più importante mezzo che abbiamo per fissare le esperienze vissute e recuperarle dall’oblio. Un mezzo quindi per non dimenticare, per rivivere esperienze personali o per raccontare avvenimenti storici ai quali diamo un particolare significato. 

Il diario può diventare un amico, un confidente intimo al quale rivelare i pensieri più segreti; rappresenta uno sfogo, uno specchio nel quale guardarsi per conoscersi meglio e per mettere ordine nella propria vita.

L’Alfieri ha scritto: “…ancora conservo una specie di diario che per alcuni mesi avea avuta la costanza di scrivere annoverandovi non solo le mie sciocchezze abituali di giorno in giorno, ma anche i pensieri, e le cagioni intime, che mi facevano operare o parlare; il tutto per vedere se, in così appannato specchio mirandomi, il migliorare d’alquanto mi venisse poi a riuscire.”

Molti scrittori hanno usato il diario per registrare fatti e sensazioni in una sorta di “magazzino” da cui attingere secondo l’ispirazione, in cui ripescare materiale da sviluppare poi in un’opera letteraria. Così, per esempio, hanno fatto Goethe, Stendhal, Tolstoj e Kafka i quali hanno usato il diario anche per raccogliere informazioni ed emozioni.

Ma può anche essere il mezzo con cui far conoscere ad altri una parte della nostra vita, per lasciare una traccia dei nostri pensieri e delle nostre esperienze.

Virginia Woolf si chiedeva: “Scrivo per i miei stessi occhi? E se non per i miei, per quali occhi? Una domanda interessante, direi”.

Se il diario nasce come un’esternazione privata, intima, spesso poi cerca un dialogo con altri. L’io narrante sente l’esigenza di un destinatario, di un lettore con cui confrontarsi. Il diario allora diventa un dialogo con un interlocutore che però può anche essere immaginario. O, in qualche caso, può essere lo stesso io, cioè l’immagine che lo specchio rimanda.

Diario dunque specchio di noi stessi, come diceva l’Alfieri, ma anche filtro perché sul diario non si può scrivere tutto.

Qualcuno ha detto: “Il diario è un calendario riempito di parole”. Ogni pagina del diario reca una data che deve rispettare la cronologia e in ogni pagina sono annotati i fatti e le emozioni vissute in quella giornata. 

Ma è chiaro che non c’è spazio per riportare tutti i fatti, tutte le emozioni, chi scrive quindi deve necessariamente fare una scelta. Ecco che il diario diventa un filtro, tutto ciò che è irrilevante è scartato, ma può capitare anche che venga scartato ciò che si ritiene inopportuno o che si voglia di proposito nascondere o cancellare dalla memoria. Consapevolmente o inconsciamente l’io narrante fa una scelta.

Questa rielaborazione degli argomenti è più evidente se il diario è destinato, fin dall’inizio della sua stesura, alla pubblicazione. In questo caso non potrà essere scritto di getto, occorre che il discorso sia organizzato perché risulti chiaro al lettore. Ogni giorno è autonomo, ma è in rapporto con i precedenti e i successivi. le parti devono essere armoniche e collegate tra di loro per formare una trama con un inizio e una fine, un filo conduttore, come in un romanzo. Così il diario diviene un’opera letteraria.

A volte, in letteratura, romanzo e diario si intrecciano, all’interno di un romanzo trova spazio un diario. Questo avviene, per esempio, ne “Le confessioni di un Italiano” di Ippolito Nievo. Qui l’autore alla fine del romanzo dà la parola ad un personaggio, il figlio del protagonista ed io narrante, riportando le pagine del suo diario.

In questo caso non si tratta di un diario autentico, ma di invenzione letteraria. 

6 Giugno 1944: sbarcando… con un libro

Una di quelle date impresse a fuoco nei libri di storia e nelle menti degli uomini. Una delle più grandi battaglie che la storia ricordi, per l’importanza che ebbe nel decidere le sorti di un intero continente, l’Europa, per il formidabile dispiegamento di forze (come non si era mai visto in passato) e purtroppo anche per l’elevato numero di perdite umane.

E’ la data del D-day, quando le truppe aero-navali americane, canadesi e inglesi sbarcarono sulle coste della Normandia, riuscirono con enorme fatica a sfondare la resistenza tedesca e iniziarono la liberazione dei territori occupati, ponendo fine alla Seconda Guerra Mondiale, una guerra lunga e difficile che per cinque anni aveva sconvolto tutta l’Europa e non solo. Tutti gli anni questa data viene ricordata; migliaia di persone si ritrovano al Cimitero Americano di Colleville sur Mer, villaggio della Normandia sovrastante Omaha Beach, una delle cinque spiagge dove si svolse lo sbarco. Ogni anno le cerimonie commemorano le migliaia di giovani eroi che su quelle spiagge hanno lasciato la loro vita.

Da quel lontano 6 giugno 1944 sono trascorsi 76 anni e quest’anno, per la prima volta, questa data è passata inosservata. Ora, giugno 2020 è in corso un’altra guerra, non meno mortale, forse persino più infida e pericolosa perché il nemico è invisibile, perché è giunto all’improvviso e perché non abbiamo le armi per combatterlo. Si chiama Covid 19: ha scatenato una pandemia, una guerra mondiale che non sappiamo ancora quanto durerà. E non sappiamo ancora quale sarà l’esercito che riuscirà a sconfiggerlo.

Le Porte dei libri vuole oggi ricordare quella giornata di 76 anni fa e lo fa a modo suo, aprendo un libro speciale: “Crusade in Europe – a personal account of world war II”, scritto alla fine del conflitto dal generale americano Dwight D. Eisenhower e pubblicato la prima volta nel 1948 a New York dalla casa editrice Doubleday.

Dwight D. Eisenhower

Dwight D. Eisenhower (1890-1969), da tutti chiamato Ike, frequentò l’Accademia Militare di West Point e si laureò nel 1915. La sua brillante carriera militare culminò nel 1942 con la nomina a Comandante in capo delle Forze Alleate in Europa.
Dotato di grande carisma e di un forte ascendente sulle truppe, fu lui che guidò lo sbarco in Normandia.
Dopo la guerra, fu nominato Capo di Stato Maggiore dell’esercito e Comandante supremo della Nato. Nel 1952 fu eletto 34° Presidente degli Stati Uniti, carica che ricoprì dal 1953 al 1969.

Il libro di cui parliamo è un’edizione particolare, numerata, destinata ad un numero limitato di personalità militari e politiche.
Si tratta delle memorie di guerra del generale, un resoconto personale accurato e completo di come visse ed operò durante la Seconda Guerra Mondiale. Il testo è corredato di foto d’epoca e di mappe dettagliate, opere dell’illustratore Rafael Palacios, che rappresentano le varie operazioni belliche.


Inoltre è riportato il fac simile del leggendario “D-Day Order of the Day” (ordine del giorno del D-Day), con il quale il generale Eisenhower annunciò e benedì l’operazione.

«Soldati, marinai e aviatori delle forze di sbarco alleate! In questo momento voi vi impegnate nella grande crociata, alla quale ci siamo preparati per tanti mesi. Gli occhi del mondo intero sono appuntati su di voi; vi accompagnano le speranze e le preghiere degli uomini amanti della libertà in tutto il mondo. Insieme con i nostri valorosi alleati e fratelli d’arme combattenti su tutti i fronti, voi schiaccerete la macchina da guerra tedesca, libererete dalla tirannide nazista i popoli oppressi dell’Europa, dando vita a uno stato di sicurezza per tutti noi in un mondo libero. Il vostro compito non sarà certo facile. Il nemico che vi troverete di fronte è bene addestrato, bene armato ed ha una vasta esperienza di guerra. Questo nemico combatterà fanaticamente. Ma noi ci troviamo nel 1944! Molte cose sono cambiate dall’epoca delle vittorie naziste nel 1940-1941. Le Nazioni Unite hanno inflitto pesanti sconfitte ai tedeschi, anche nei combattimenti corpo a corpo. La nostra offensiva aerea ha grandemente minato le forze nemiche in cielo e in terra. Le industrie dei nostri paesi ci hanno permesso di avere una straordinaria superiorità di armi e di materiale bellico, senza contare che abbiamo a disposizione enormi riserve di combattenti bene addestrati. Il corso delle cose è mutato. I soldati del mondo libero marciano insieme verso la vittoria. Io ho piena fiducia nel vostro coraggio, nel vostro senso del dovere e nel vostro spirito combattivo. Solo una piena vittoria è degna di noi. Buona fortuna a tutti, e che la benedizione dell’Onnipotente scenda su di noi in questa grande e nobile impresa». (Tradotto dall’originale inglese)

Parole che ancora adesso, a distanza di tanti anni, ma conoscendo come allora si svolsero i fatti, provocano una grande commozione.

Un documento storico eccezionale, dunque, reso ancora più prezioso, nel libro che stiamo sfogliando, dalla firma autografa originale, apposta in calce al fac-simile dell’ordine del giorno, del Generale Dwight D. Eisenhower.

L’uomo che scoprì le sorgenti del “Grande Fiume”

Nell’ultimo post pubblicato, quello su Mark Twain, parlando del Mississippi, il fiume tanto amato dallo scrittore, ci siamo imbattuti in un personaggio molto particolare che ha subito colpito la nostra curiosità e ci ha spinto ad approfondire l’argomento.

COSTANTINO BELTRAMI

Costantino Beltrami
Costantino Beltrami

Si tratta di Giacomo Costantino Beltrami, bergamasco di nascita, magistrato, patriota, massone, antropologo, esploratore, il quale nel 1823 scoprì le sorgenti del Grande Fiume e poi raccontò questa sua eccezionale esperienza in un libro “La decouverte des sources du Mississippi e de la Rivière sanglant”pubblicato a New Orleans nel 1824.

Un personaggio complesso, come si è visto, inquieto e sognatore. A 18 anni segue Napoleone e si arruola nell’esercito della Repubblica Cisalpina. Dopo la caduta dell’Imperatore, resta coinvolto in alcuni moti rivoluzionari e rischia la condanna a morte. In seguito un altro grave fatto lo colpisce profondamente: muore di malattia una sua cara amica, forse anche amante, la Contessa Giulia de’ Medici Spada che a Firenze l’aveva introdotto nel suo salotto letterario dove il giovane aveva avuto modo di incontrare personaggi come Foscolo, Alfieri, Chateaubriand, Lamartine e Byron.

Tutti questi avvenimenti lo inducono ad abbandonare l’Italia e a cercare in America quella libertà a cui tanto aspira, spinto anche dallo spirito massonico che lo spinge a tentare sempre nuove esperienze spirituali e ad esplorare mondi sconosciuti.

Così nell’autunno del 1822, con un bagaglio leggero, qualche indumento e alcuni libri, salpa dall’Inghilterra per Filadelfia. Il viaggio è spaventoso: la nave si trova a dover affrontare forti tempeste che ne deviano anche la rotta e indeboliscono lo scafo, in aggiunta malattie e denutrizione sfiancano i passeggeri.  Beltrami ancora una volta rischia di morire; ma è un uomo forte e determinato, non è tipo da scoraggiarsi.

Sbarcato finalmente a Filadelfia negli ultimi giorni dell’anno, dopo essersi ripreso ed ambientato, si reca a Washington e si incontra brevemente con il Presidente James Monroe, come lui iscritto a una loggia massonica.

Decide quindi di trascurare le grandi città della costa e di inoltrarsi nel territorio per scoprire la vera America, la sua natura, le sue genti. Su un battello a vapore percorre il fiume Ohio fino alla confluenza con il Mississippi che intende discendere fino a New Orleans. Ma il destino ha in serbo altri programmi per lui.

BELTRAMI ED IL MISSISSIPPI

Sul molo, mentre è in attesa del battello, incontra alcuni militari di ritorno da una missione, tra questi c’è anche un certo maggiore Tagliaferro di lontane origini italiane. Stanno tornando a Forte St.Anthony e Beltrami sui due piedi decide di unirsi a loro. Così, invece di scendere a sud, si trova a risalire il Mississippi verso nord.

Forte St.Anthony in una stampa dell’epoca

Ascolta i discorsi dei militari e delle guide indiane che li accompagnano e ne rimane affascinato, così come è incantato dalla natura ancora selvaggia della regione che il fiume attraversa. Sente il bisogno di raccontare le sue esperienze e le sue impressioni ed inizia a scrivere una specie di diario di viaggio sotto forma di lettere all’amica contessa Gerolama Passeri Compagnoni. 

Durante il soggiorno al forte ha modo di approfondire la conoscenza con i nativi, frequenta le loro tende, ne impara velocemente la lingua e le abitudini. E’ interessato anche al percorso del Grande Fiume e si stupisce del fatto che le sue sorgenti siano ancora sconosciute.

Quando gli si presenta l’opportunità di aggregarsi ad una spedizione militare diretta a nord, verso il Canada, non si lascia sfuggire l’occasione. Ai primi di luglio del 1823, giunge così a Pembenar, la stazione commerciale meta della spedizione, ma lui è ormai ben deciso a proseguire, anche da solo, alla ricerca delle sorgenti. In molti cercano di dissuaderlo, andrà incontro a un territorio ancora inesplorato, che presenta molti pericoli, primo fra tutti le popolazioni indigene che appartengono a tribù particolarmente selvagge.

Incontro con popolazioni indigene

Ma Beltrami non si spaventa, il suo carattere indomito non teme i pericoli. Ormai conosce i nativi, ne parla la lingua, ne conosce le abitudini e inoltre ha capito che gli unici europei che sono accettati sono i cacciatori di pelli: così si spaccia per uno di loro e prosegue da solo il viaggio verso nord a bordo di una canoa. Con il suo comportamento pacifico e gentile, così diverso da quello degli altri esploratori, ma anche per il grande coraggio che dimostra, conquista presto la simpatia e la stima delle genti che incontra. Tutti lo conoscono come l’uomo dall’ombrello rosso, oggetto che Beltrami ha acquistato a Filadelfia e ha deciso di portare sempre con sé come segno di distinzione e di intenzioni pacifiche.

Gli indigeni lo chiamano Washichu Honska, uomo bianco grande e alto, oppure Kitchy Okiman, grande capo.

Certo non mancano le difficoltà. Il clima è freddo e umido, non sempre riesce a trovare cibo a sufficienza, a volte la corrente troppo forte del fiume lo obbliga a procedere via terra, trascinando la canoa su un terreno impervio, ma non si perde mai d’animo. Neppure quando subisce l’attacco di un gruppo di guerrieri Lakota.

La ricerca delle sorgenti del Mississippi non è un’impresa facile anche perché è difficile seguirne il percorso senza perdersi, molti sono i corsi più o meno piccoli che confluiscono nelle sue acque e non sempre è semplice capire quale sia il fiume principale. Inoltre la zona è ricca di laghi e laghetti dei quali i fiumi sono emissari ed immissari. Tutto ciò confonde molto le cose.

E’ la metà di luglio quando giunge stremato sulle rive di un lago, il Red Lake, e qui viene accolto nel villaggio di una tribù Chippewa, curato e rifocillato. Con il capo indiano fuma il calumet della pace e scambia informazioni. Ottiene una guida, un mezzosangue canadese, che lo accompagnerà ancora più a nord in un territorio coperto da foreste, laghi e zone paludose dove cresce il riso selvatico. 

Le sorgenti del Mississippi – Lago “Giulia”
Targa Commemorativa

Alla fine di agosto arriva nei pressi di una zona collinare su cui inaspettatamente trova un lago che battezza con il nome della donna amata “Giulia”. Questo lago alimenta due corsi d’acqua, uno a nord, il Red River (la rivière sanglant) e uno a sud, un modesto rigagnolo che Beltrami individua come le sorgenti del Grande Fiume.

Così scrive Beltrami in una delle sue lettere

“ …il fiume maestoso, che abbraccia un mondo e che rugge, nelle sue cateratte, non è alle sorgenti che una Naiade timorosa che scivola furtiva tra i rosolacci e i canneti che ne impacciano il cammino. Questo famoso Mississippi, il cui corso, a quel che si dice, è di 1200 leghe e che vede navigare nelle sue acque “steam-boats” [navi a vapore] della lunghezza di una fregata, non è alla sorgente che ruscelletto di acqua cristallina che si nasconde fra i giunchi e il riso selvatico i quali paiono insultare, umiliare la sua nascita. La mia immaginazione, che aveva creduto di vedere scoscese montagne versare a grandi fiotti le acque di questo fiume regale, rimase colpita da stupore di non trovare invece che un paese eternamente piatto e fiottante su acque sotterranee”.

Esplorata la zona e preso nota nel suo diario di tutte le informazioni che lo interessano, nei giorni successivi Beltrami riprende la strada del ritorno non senza incontrare nuove difficoltà e pericoli. Alle rapide di La Prairie rischia di annegare; in seguito deve affrontare un branco di lupi e persino un feroce grizzly.

Alla fine di settembre è al Forte St. Anthony, dove viene accolto con stupore dai militari e dai nativi che aveva incontrato nel suo precedente soggiorno: ormai tutti lo davano per disperso o addirittura morto.  Riparte poi, sempre navigando sul Mississippi, e giunge a New Orleans dove si ferma per un periodo di riposo. Qui mette mano ai suoi appunti e alle lettere in cui racconta l’esperienza appena vissuta e scrive in francese e pubblica, nel 1824,  “ La decouverte des sources du Mississippi et de la Rivière sanglant”.

Le altre avventure

Negli anni che seguono Beltrami visita il Messico e i paesi dell’America Centrale, alla ricerca delle antiche civiltà.

Abito di pelle indossato da Beltrami conservato al Museo Caffi di Bergamo
Si può notare che è lo stesso abito dipinto nella tela del 1931 che raffigura l’esploratore alla guida della canoa.

Riparte infine per l’Europa stracarico di “ricordi” dei suoi viaggi: piante e minerali, ma soprattutto manufatti di ogni genere donati dagli indigeni. Tutti questi oggetti, alcuni esemplari molto rari, si trovano ora in due musei etnografici: a Bergamo, sua città natale, e a Filottrano, nelle Marche, dove è morto. Oltre al libro sulle sorgenti del Grande fiume, Beltrami ha scritto altri testi che raccontano in modo particolareggiato la natura dei posti visitati e il carattere e le abitudini degli indigeni. Ha scritto anche un apprezzato dizionario della lingua dei Sioux, opera che ancora viene stampata.

Leggendo la biografia di questo personaggio colpisce il fatto che in Italia, all’epoca, ha riscosso uno scarso successo, i suoi scritti sono addirittura stati messi all’indice dalla Chiesa e sequestrati perché ritenuti offensivi del clero e della religione. Ancora adesso il suo nome è quasi del tutto sconosciuto ai più, a differenza di quello, per fare un esempio, dell’inglese Livingstone, lo scopritore delle sorgenti del Nilo. Forse che il Mississippi è un fiume meno importante? Maggior fortuna Beltrami ebbe invece all’estero. A Londra fu nominato membro onorario della prestigiosa Botanic and Medical Royal Society, altri riconoscimenti ottenne in Francia.

Negli Stati Uniti diverse località sono state chiamate con il suo cognome: nel Minnesota la contea dove si trovano le sorgenti e poi una cittadina nella contea di Polk, un quartiere nella città di Minneapolis ed infine una Riserva naturale, la Island State Forest.

Ultima curiosità: si ritiene che gli scritti del Beltrami, le sue intense descrizioni dei luoghi e le accurate informazioni sulle caratteristiche e le abitudini delle tribù incontrate, abbiano ispirato lo scrittore James F. Cooper che nel 1826 pubblicò il romanzo “L’ultimo dei Mohicani”, ambientato proprio nella regione a cavallo tra gli Stati Uniti e il Canada.

Un grande scrittore e un grande fiume

1-Battello-sul-Mississippi

Il libro che sfogliamo oggi ci porta indietro nel tempo, di quasi due secoli, e ci spalanca una porta su un Nuovo Mondo. Una contraddizione? No. Infatti facciamo un salto nell’800 per tuffarci in quello che allora era veramente un Nuovo Mondo: un mondo quasi sconosciuto, eccitante, gli Stati Uniti d’America.

LIFE ON THE MISSISSIPPI

2-LibroIl libro è “Life on the Mississippi” (Vita sul Mississippi) di Mark Twain, stampato a Boston nel 1883.

Mark Twain, vero nome Samuel Langhorne Clemens: una vita movimentata, gravi lutti in famiglia, molti lavori, molti viaggi e problemi economici. Fece il tipografo, il pilota di battelli, il cercatore d’oro, il minatore, il giornalista e lo scrittore.

E’ uno dei più grandi scrittori americani dell’800, autore di capolavori come “Le avventure di Tom Sawyer” e “Huckleberry Finn”. Ma soprattutto fu un grande amante del “Grande Fiume”, il Mississippi. Cresciuto sulle sue rive, fin da bambino ne subì il 3-Illustrazione 1883 pilotafascino. A ventidue anni si imbarcò su un battello con l’intenzione di recarsi a New Orleans, a bordo conobbe il pilota e questo cambiò la sua vita. A quell’epoca i piloti dei battelli fluviali che percorrevano in tutti i sensi il grande fiume erano dei personaggi mitici, più considerati degli stessi comandanti, ed erano pagati bene. Il giovane Samuel non ci pensò due volte, decise che avrebbe fatto il pilota di battelli soddisfacendo così il suo innato desiderio di vivere una vita avventurosa e la sua grande attrazione per il fiume.

Una sua citazione dice:

Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”.

Le sue vele sono simboliche e non ha bisogno di avventurarsi negli oceani: il Mississippi gli offre tutto quello che cerca.

7-Mark TwainNel 1859 prende il brevetto di pilota. Il suo sogno è coronato, quello sarà il suo mestiere, quella sarà la sua vita. Dal gergo della marineria fluviale prende il suo nuovo nome Mark Twain: “by the mark, twain” è il grido che risuonava a bordo e che indicava la profondità di sicurezza a cui si doveva navigare per evitare le numerose secche (“dal segno, due braccia”che corrispondono a 3,7 metri). Ma con l’avvento della ferrovia e la guerra civile il traffico sul fiume diminuisce; Twain allora si trasferisce in California e in un primo tempo si dedica alla ricerca dell’oro nella speranza di risolvere i suoi problemi finanziari. In seguito si dedica completamente alla scrittura: articoli umoristici e romanzi nei quali il protagonista è spesso lui, il suo grande amore, il Mississippi. E al fiume ritorna dopo molti anni per compiere una crociera da St. Louis a New Orleans. Il suo occhio attento coglie i grandi mutamenti che sono avvenuti nel frattempo e che hanno cambiato il paesaggio e la vita delle persone. La ferrovia ha portato gente e commerci, nuove città sono sorte. Impressioni, considerazioni e aneddoti che a volte sono dei veri e propri racconti, sono la base del suo nuovo libro “Vita sul Mississippi”, stampato a Boston nel 1883, corredato da 300 pregevoli illustrazioni.

L’EPOCA DEI PIONIERI

Abbiamo velocemente spiegato la genesi del libro. Ora diamo un’occhiata oltre quella porta e scopriamo che cosa c’è. C’è un Nuovo Mondo che sta nascendo, un mondo sconfinato ed affascinante. E’ il mondo dei pionieri, dei cacciatori di pelli e dei cercatori d’oro, degli indiani e delle sconfinate pianure, dell’avventura e dei sogni. Il Mississippi ne è il simbolo per eccellenza. E allora via, navighiamo anche noi su quel grande fiume e lasciamoci catturare dalla sua epopea che poi è la stessa della grande nazione che si sta formando: gli Stati Uniti d’America. 4-MappaIl Mississippi, insieme ai tanti affluenti che si uniscono a lui, costituisce il più grande bacino idrografico dell’America del nord. Da solo misura 3778 km. Ed è per lunghezza il terzo fiume al mondo dopo il Rio delle Amazzoni e il Congo.

Le prime notizie che si hanno di questo fiume risalgono al 1541 quando l’esploratore spagnolo Hernando De Soto, approdato in Florida e inoltratosi nel territorio alla ricerca di oro e argento giunse sulle sue rive e ne rimase colpito dalla bellezza e dalla maestosità.  Ma la sua curiosità non va oltre. Sanguinosi scontri con le tribù locali e numerose perdite tra i soldati lo inducono ad abbandonare quel territorio.

Del resto i conquistadores spagnoli sono interessati soprattutto alla ricerca di metalli preziosi e considerano il fiume solo un ostacolo sul loro cammino. A quell’epoca non c’erano mappe e non si sapeva nulla dell’intero corso delle acque; gli stessi nativi conoscevano solo il tratto che attraversava le terre in cui abitavano e quindi lo stesso fiume aveva nomi diversi. Più tardi dal nord, dalla regione dei Grandi Laghi cominciarono ad arrivare gli esploratori francesi, sono soprattutto i cacciatori di pelli che discendono il fiume in cerca di un mercato per le loro merci.  Dai loro racconti comincia a crearsi il mito di questo grande fiume che viene dalle montagne.

5-Barcone zattera-

Nel XVII secolo il francese Robert de la Salle, giunto in Canada, esplorò la zona dei Grandi Laghi e organizzò una spedizione allo scopo di discendere il fiume e scoprirne la foce. Era il 1682 quando arrivò nel Golfo del Messico e chiamò quella regione Luisiana in onore di Luigi XIV. Cominciò così la colonizzazione della valle del Mississippi che proseguì e si intensificò nei due secoli successivi.

Dalle foreste del nord cominciò a giungere via fiume il legname necessario per le costruzioni. I tronchi erano legati a formare delle enormi zattere, le “long rafts” che scendevano la corrente guidate da 30-40 uomini, i raftmens.  Contemporaneamente, sempre su zattere e poi su barconi a fondo piatto, a vela o a remi, si cominciò a trasportare animali e ogni genere di merce.

8-Battello a ruotaIn mancanza di strade, il fiume costituiva una buona via di comunicazione, soprattutto più veloce. Tuttavia la navigazione era difficile perché il fiume presentava molti tranelli, secche, rapide, ostacoli e improvvise piene che arrivano a modificarne il percorso, per non parlare dell’ostilità dei nativi e dei briganti. Un lavoro duro per i battellieri, gente dura, grandi bevitori e attaccabrighe: divennero dei personaggi mitici, simboli di un’epoca avventurosa e ispiratori di leggende folkloristiche.

I barconi potevano solo discendere il fiume e non risalirlo a causa delle correnti troppo forti e quindi, una volta giunti a New Orleans, dove la corsa terminava, venivano distrutti e il legname venduto. I battellieri dovevano tornare indietro a piedi o con altri mezzi dell’epoca. Ma ancora non si sapeva tutto di questo grande fiume, in particolare si ignorava dove esattamente si trovassero le sue sorgenti, nonostante molte spedizioni le avessero cercate. Le trovò nella primavera del 1823 un italiano, Giacomo Costantino Beltrami. Ma questo è un altro libro e un’altra storia, molto intrigante, un’avventura di quelle con la A maiuscola che merita un post a parte.

L’EPOCA D’ORO

Intanto nel 1807 Robert Fulton progetta un battello a vapore. Nel 1811 il primo battello a vapore, il “New Orleans” solca le acque del fiume e da questo momento la navigazione si intensifica sempre di più in entrambi i sensi, favorendo il commercio e gli scambi tra le popolazioni. Il progresso tecnico produce vapori sempre più efficienti: nel 1816 si può andare da New Orleans a Louisville in 24 giorni, nel 1838 in soli 6 giorni.

6-Battelli sul Mississippi 2

E’ l’epoca d’oro della navigazione sul Mississippi in una nazione che sta crescendo sempre più. Ora sul fiume non viaggiano più solo i mercanti, ma gente di ogni risma: ricchi imprenditori, affaristi, avventurieri, giocatori di professione. I battelli diventano sempre più grandi e per accontentare i passeggeri più esigenti si trasformano in alberghi lussuosi e in case da gioco. Nascono e muoiono grandi fortune.

La navigazione è sempre difficile per la turbolenza del fiume e tutti i problemi di cui abbiamo già parlato. A questi se ne aggiungono altri: non di rado, a causa delle caldaie spesso troppo spinte per aumentare la velocità, a bordo scoppiano degli incendi. Come era accaduto per i battellieri dei barconi, anche i piloti dei vapori diventano dei personaggi molto popolari ed ammirati, sul battello non hanno padroni, sono i signori assoluti, hanno più poteri del capitano stesso. Nasce un’associazione di categoria, una specie di sindacato: gli iscritti si passano informazioni e consigli. Questo permette loro di avere meno incidenti e di essere quindi più richiesti. La conseguenza è che tutti i piloti hanno interesse ad aderire e la corporazione diviene sempre più potente.

Mark Twain, come abbiamo visto, fu uno di questi mitici piloti. Del resto come poteva un uomo amante dell’avventura come lui non rimanere affascinato da quell’ambiente e da quel mestiere?

C’è un solo modo di essere pilota, -dice lo scrittore- ed è quello d’impararsi a memoria questo fiume intero. Devi conoscerlo come l’ABC”.

E ancora:

“…leggere le acque del fiume, come le pagine di un libro…”

E’ quello che Mark Twain fece: studiò, imparò il fiume, prese il brevetto. Poi raccontò il suo fiume in quel piccolo capolavoro che è “Vita sul Mississippi”.