Autunno dietro le porte.

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“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”

Così scriveva Ungaretti nel luglio del 1918 pensando ai soldati ed ai passati autunni.

Foglie che stanno per cadere nell’autunno imminente in attesa che un’estate ostinata si ritiri. Foglie sparse nell’aria, raccolte e conservate. Foglie (e fiori) ritrovati dopo anni, decenni, secoli trascorsi all’interno di libri.

Una delle scoperte più curiose in tal senso giunse, inaspettata, qualche anno or sono, sfogliando un piccolo libro giapponese stampato nel periodo EDO (periodo equivalente in Europa ai secoli tra il XVII e il XIX ) con xilografie di TACHIBANA MORIKUNI (all’incirca databile nel decennio 1730-1740), libro acquistato al mercatino di Piazzale Diaz a Milano. Circa il mercato di libri usati e antichi di Piazzale Diaz avrò modo di soffermarmi più avanti poiché di sicuro tale evento merita un post “ad hoc”.

Al momento basti sapere che, quella domenica, tra le tante bancarelle una presentava libri provenienti dal Giappone e dall’area indocinese. Ad attirare la mia attenzione fu un volumetto dedicato alla vita delle donne, i loro usi e costumi nel Giappone tra il XVIII e il XIX secolo. Un libretto densamente illustrato ed evocativo che acquistai per espandere i confini di una piccola biblioteca in crescita. Il testo è da leggere in senso contrario all’uso occidentale e già per questo è  una “porta” per un mondo a noi culturalmente lontano, con tutto il fascino ed il mistero che tale diversità reca con sé.

Il libro, rilegato in washi e stampato su carta di riso, molto delicata rispetto alla carta in uso nel XVIII secolo in Europa, mostrava tutti i segni del tempo accentuati dalla fragilità del materiale. Lo sfogliai dunque con estrema delicatezza senza alcuna percezione, nei primi passaggi, del piccolo tesoro che celava. L’apertura e la prima “sfogliatura” di un libro usato, vecchio o antico, appena acquisito, è infatti un’ operazione che affronto con trepidante attesa nella speranza, a volte ripagata, di scovare ricordi di vite e di uomini.In questo caso, però, ad una prima occhiata nulla traspariva e se mai qualcosa fosse stato custodito in passato tra quelle pagine, pensai, era evidentemente già stato asportato da proprietari precedenti.

Ma mi sbagliavo.

La sorpresa si palesò solo in un secondo momento, durante alcune accurate operazioni di pulizia delle pagine quando, distaccando con una pinzetta due fogli di carta di riso, vidi qualcosa scivolare fuori da uno spazio racchiuso tra due fogli ripiegati. Il libro risulta infatti composto da fascicoli con fogli ripiegati a due a due, il che comporta la “creazione” di “intercapedini” tra coppie di fogli. Osservai con stupore la piccola foglia sfuggita alla sua prigione secolare. Evidentemente niente e nessuno doveva aver disturbato il suo sonno  ed il suo rifugio doveva averla protetta sino ad oggi dagli occhi indiscreti (ed a volte famelici) dei proprietari che si sono succeduti nel tempo.

Osservai un altro fascicolo. Nascosta tra due pagine ripiegate, infatti, giaceva una seconda piccola foglia di colore nerastro, quasi trasparente per la sottigliezza: un’immagine soave di fragilità e delicatezza. Non ci volle molto a identificare le due foglie come foglie di Ginkgo Biloba. Una foglia importante, non una qualunque, per almeno due motivi. Il Ginkgo Biloba innanzitutto rappresenta una delle più antiche piante a noi pervenute (grazie anche all’ostinata coltivazione da parte dei monaci cinesi nei secoli scorsi),  e viene considerata in effetti alla stregua di un fossile vivente, un simbolo (nella Cina e nel Giappone di quei secoli e di oggi) di eternità. Una pianta dal fascino indiscutibile se pensiamo che anche il poeta Goethe in occasione di uno dei suoi tanti viaggi, rimase così affascinato da un esemplare di questa pianta da dedicarle una poesia:

La foglia di quest’albero, dall’oriente/ affidato al mio giardino,/ segreto senso fa assaporare/ così come al sapiente piace fare// È una sola cosa viva,/ che in se stessa si è divisa?/ O son due, che scelto hanno,/ si conoscan come una?// In risposta a tal domanda,/ trovai forse il giusto senso./ Non avverti nei miei canti/ch’io son uno e doppio insieme?

Il secondo motivo che rende questa foglia speciale è stata la scoperta che una delle due portava impresso il testo della pagina sottostante. La foglia dunque doveva essere stata inserita tra le pagine nel momento della prima stampa poiché aveva subito la pressione di questa o doveva aver assorbito parte dell’inchiostro prima della sua asciugatura. Si può quindi credere che si tratti di due foglie raccolte dallo stampatore stesso o da persona a lui vicina e che il loro destino non sia più stato separato da quello del libro. Due foglie che giungono a noi da un lontano passato e dal lontano paese. E’ quasi liberatorio volare con la fantasia (perché no) ed immaginare che, durante la loro breve vita, quelle foglie abbiano potuto osservare e vivere l’epoca degli Shogun. E’ fonte d’ispirazione immaginare che nei pressi della pianta originaria abbia potuto aver trovato ristoro un samurai alla ricerca di riposo e meditazione.  Sarebbe bastato il ritrovamento delle due foglie ad arricchire il libro. Scoperto il “trucco” il resto della ricerca fu facile e fruttifero. Le pagine successive si mostrarono infatti altrettanto generose. A fine esplorazione ben più di 10 foglie vennero estratte dal libro.

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Quale lo scopo di tale attenta e meticolosa distribuzione? E’ bello pensare che lo stampatore abbia voluto augurare vita eterna alla sua opera con quel gesto. Con certezza non è dato sapere. Sappiamo, questo si, che grazie ai suoi delicati disegni, alla scrittura di sicuro fascino ed a quell’antico gesto delicato, questo libro si è dimostrato una perfetta “porta”. Una porta verso tempi e luoghi esotici e raffinati, verso una concezione diversa della vita, immagine dei suoi tempi. Scriveva Yosa Buson (poeta di Haiku, brevi componimenti poetici tipici del periodo EDO):

<< Cadono i fiori di ciliegio / sugli specchi d’acqua della risaia: / stelle, al chiarore di una notte senza luna >>

Chiudiamo la “porta” del Giappone grazie a questo breve Haiku che ci consente di passare dalle foglie ai fiori e, con un fiore ed un libro, cambiare orizzonte e secolo per giungere sino alla New York di inizio ‘900.

Un fiore e la sua impronta impressa per sempre sulla carta sono i compagni di vita di un altro libro del quale entrai in possesso solo successivamente e con altre modalità (asta). Si tratta della prima edizione americana di “Peter Pan in Kensigton Gardens” stampata nel 1910 a New York a cura dell’editore Charles Scribner’s Sons (la prima edizione inglese risale al 1902).

Il libro è giunto con la brossura editoriale intatta e le splendide illustrazioni in stile vittoriano di Arthur Rackham protette da delicati fogli di carta velina resistiti al tempo ed al passaggio di mani. Una nota manoscritta a matita sulla prima pagina bianca segnala che il libro fu donato a tale “Miss Helen”, residente in California, da Miss. Emily. Probabilmente fu Miss. Helen a racchiudere a pag. 38 uno sconosciuto fiore californiano che giunge sino a noi nella sua bellezza “cristallizzata”. Un fiore che ha lasciato un’impronta indelebile sulla carta tipica di inizi ‘900 con la sua leggera e caratteristica brunitura.

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Segni dell’uomo, libri che portano e talora celano storie all’interno di altre storie. Ovviamente le foglie di Ginkgo Biloba ed il fiore californiano sono stati rigorosamente rimessi al loro posto: le loro vite sono ormai parte indissolubile di quei libri che li hanno protetti e che li ospiteranno nei secoli a venire. Spero che chi riceverà in futuro il libro giapponese, sappia apprezzare il piacere di una scoperta inattesa. Perché, come ricordo spesso a me stesso, non sono proprietario di questi libri, sono solo un custode temporaneo. I libri sopravviveranno a noi, li prendiamo per mano e li accompagniamo per un breve tratto della loro lunga vita. Ma questa è un’altra storia che avremo modo di raccontare.

 

 

 

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