Un vecchio mulino e uno scrittore nostalgico… alla scoperta della Provenza sulle orme di Alphonse Daudet

Può un libro farci innamorare di un luogo? Sì, può.

Alphonse Daudet

Può se lo scrittore è Alphonse Daudet, a sua volta innamorato della Provenza, regione che conosce profondamente e sa descrivere con grande sentimento oltre che con la maestria di un grande letterato.

Nella sua raccolta di novelle “Les Lettres de Mon Moulin”,  Daudet ritrae questa regione e la rende così bene che riesce ad immergere il lettore nelle sue magiche atmosfere. Non è solo scrittore, ma è anche pittore tanto le sue immagini sono vivide, quasi materiche.

foto-van-goghg-la_piana_de_la_crau.jpg

Van Gogh – La Piana della Crau

E non si può, così, non paragonarlo a Vincent Van Gogh. Le pagine dell’uno e le tele dell’altro descrivono con ugual afflato poetico quei paesaggi, quelle atmosfere e quella umanità.

1-Alphonse Daudet

Alphonse Daudet

Alphonse Daudet nasce a Nimes nel 1840 nella famiglia di un agiato commerciante di seta. Bambino sensibile e di salute cagionevole a tre anni viene affidato ad una famiglia di contadini che abita in un piccolo villaggio. La vita nella fattoria, gli odori della campagna, il frinire delle cicale nella calura estiva, le strade polverose sotto il sole cocente, il mistral e le leggende raccontate dai vecchi in lingua provenzale: tutte queste, e altre, impressioni lasceranno un segno profondo nel carattere del piccolo Alphonse. In seguito Daudet va a Lione per studiare e poi a Parigi dove lavora come segretario di un nobile, frequenta ambienti letterari e comincia a scrivere e a pubblicare.

Ma ogni tanto ritorna nella sua Provenza. Nel 1863-64 è ospite di parenti nel castello di Montauban presso  Fontvieille, un delizioso paesino a nord di Arles: qui lo scrittore ritrova tutte quelle sensazioni legate alla sua prima infanzia e incontra Frèdèric Mistral, scrittore in lingua provenzale, all’epoca molto noto ed amato, che Daudet aveva già conosciuto durante il suo soggiorno a Parigi.

Da questo incontro e da queste impressioni nasce l’idea dei racconti che poi scriverà a Parigi dove è costretto a tornare per lavoro e che pubblicherà alla spicciolata a partire dal 1966 su “L’ Evénement” e nel 1869 darà alle stampe, raccolti nel libro “Lettres  de mon moulin”.

Il Mulino di Daudet

2-Mulino di Daudet

Fontvieille – Il Mulino di Daudet oggi splendidamente conservato e curato

Durante le sue passeggiate nella campagna intorno a Fontvieille,  Daudet aveva scoperto uno dei tanti mulini a vento che costellano le colline di questa zona, alcuni all’epoca ancora operanti grazie alla forza che a loro veniva fornita dal mistral (il maestrale) il forte, secco vento provenzale che giunge da nord e si incanala con violenza nella valle del Rodano per sfociare nel Mediterraneo.

“Le colline intorno al villaggio erano coperte di mulini a vento. Da destra a sinistra, non si vedevano che ali ruotare, al di sopra dei pini, al soffio del mistral….”

Lo scrittore “adotta” questo mulino, ne fa il suo rifugio ideale dove finalmente  dare libero sfogo a tutte quelle impressioni e sensazioni che tanto hanno colpito la sua fantasia fin dall’infanzia. E così immagina di comprare quel mulino e di andarci a vivere e lì, in solitudine, con la sola compagnia dei suoni della campagna , scrivere i suoi racconti, come fossero lettere inviate ai lettori parigini per renderli partecipi della sua vita, delle sue emozioni e della bellezza che lo circonda

 “Un mulino a vento per la farina, sito nella valle del Rodano, nel cuore della Provenza, su di una costa boscosa (pini e lecci)…E’ da qui che vi scrivo, con la porta spalancata al caro sole. Un bel bosco di pini scende dinanzi a me scintillante di luce fino in fondo al pendio. All’orizzonte si stagliano le cime frastagliate e sottili delle Alpilles…Nessun rumore…solo, di tanto in tanto, un suono di piffero, un chiurlo nelle lavande, i sonagli dei muli sulla strada… questo stupendo paesaggio provenzale vive di luce.”

 

In queste novelle Daudet si dimostra grande narratore: il suo linguaggio è semplice, immediato  come se raccontasse a voce ciò che prova e ciò che capita intorno a lui, in quel piccolo, ma autentico e colorato mondo contadino, così diverso dalla caotica e grigia città, Parigi, dove le precarie condizioni economiche, dopo la crisi finanziaria che ha colpito la sua famiglia, lo costringono a vivere per lavorare, mentre tutto il suo essere tende  verso la terra solare della Provenza di cui ama il paesaggio, la luce, i colori e i profumi, ma non solo. Ama la sua gente, così schietta, spontanea, passionale. E ama le sue leggende che a volte raccontano buffe storie divertenti, a volte idilliaci, teneri sentimenti d’amore, a volte rassegnati drammi morali e persino tragedie scatenate da forti passioni. Ed è proprio una folle gelosia quella che sconvolge la mente dell’infelice innamorato protagonista de “L’Arlesiana” , una delle novelle più note, divenuta famosa perché ha ispirato l’omonimo melodramma di Cilea e la composizione di Bizet, creata dal musicista per il dramma teatrale che lo stesso Daudet costruisce intorno al racconto.

Ma ogni novella è un piccolo capolavoro a se stante, un dipinto vivo e palpitante, che sia un paesaggio luminoso sotto il sole cocente o vibrante di stelle nel blu intenso della notte o che sia il ritratto di una umanità composita in cui si ritrovano tutte le sfaccettature dei sentimenti più autentici.

I personaggi sono così vivi che sembra di vederli balzare fuori dalle pagine, come in una fantasia 3D. Sono diventati degli archetipi e chi li ha conosciuti non li dimentica più: il pastorello innamorato della sua padroncina; Federico, l’infelice innamorato dell’Arlesiana; mastro Cornille, il mugnaio che non si rassegna alla chiusura del suo mulino; il signor Seguin e la sua bella capretta testarda; il buon curato di Cucugnan che non vuole morire prima di aver salvato tutte le anime dei suoi parrocchiani; i teneri vecchietti che accolgono l’amico del loro figliolo lontano; la locandiera triste; il buffo Padre Gaucher , creatore e vittima del suo favoloso elisir alle erbe di Provenza; l’esilarante e ingordo Don Balaguère del Racconto di Natale e tanti altri, una piccola folla che rappresenta tutti i sentimenti dell’animo umano.

E intorno a questi personaggi, non solo sfondo, ma parte integrante delle vicende, brillano di luce propria la natura e il paesaggio, con tutta la forza dei loro colori e dei loro profumi.

Un libro su cui costruire un viaggio per scoprire la magia della terra di Provenza  e quanto c’è di “provenzale” in noi stessi.

Ma, per chiudere in bellezza, conviene lasciare a Daudet l’ultima parola.

“…perché da noi, quando il popolo è contento, balla, deve proprio ballare…e il ponte d’Avignone, nella brezza del Rodano, accoglieva pifferi e tamburelli e si ballava, giorno e notte, si continuava a ballare…”

(Una canzone una volta molto popolare, e che forse qualcuno ancora conosce, dice: “Sur le pont d’Avignon/ l’on y danse, l’on y danse/ sur le pont d’Avignon/ l’on y danse tout en rond”)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: