I libri al tempo della quarantena: regole di sopravvivenza “libraria” in tempi di Coronavirus

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“Il trionfo della Morte”, Pieter Brueghel. Museo del Prado

In queste giornate di allerta nazionale, di vera emergenza sanitaria molto “emozionale” ed a tratti poco “razionale” non ho potuto non pensare a come l’uomo abbia affrontato nella storia momenti di panico e paura quando si diffusero le prime grandi epidemie e trovare correlazioni, legami e perché no anche sollievo nel mondo del libro.

Se navighiamo sulle onde della storia possiamo accorgerci come, pur nelle evidenti diversità, le caratteristiche in comune ai grandi contagi sono essenzialmente due:

  • La paura per ciò che non si conosce e non si capisce
  • L’isolamento, la “quarantena”

Nel mondo del libro e del libro antico soprattutto vi sono centinaia se non migliaia di pubblicazioni soprattutto in tema di peste. Libri a carattere scientifico ma anche romanzi che hanno fatto rivivere i grandi episodi epidemici. Non ci soffermeremo sulla peste manzoniana di cui ormai tanto e quasi tutto si è scritto, offriremo invece alcuni spunti “creativi”, evidenziando i legami tra epidemia e mondo del libro e del racconto.

BREVE STORIA DELLE QUARANTENE

La pratica di isolare le persone portatrici di malattie, o comunque sospettate tali, è molto antica. Ne troviamo notizia già nella Bibbia, Antico Testamento, là dove si parla dei lebbrosi che venivano isolati in località lontane dai centri abitati. Anche nell’antica Grecia esisteva una pratica simile.

Lucrezio nel “De rerum Natura” racconta la peste che colpì Atene nel 430 a.C. avvenuta durante la guerra del Peloponneso. Lucrezio rappresenta un’umanità che perde i valori di riferimento, stravolta dalla paura più che dalla malattia.

Doctor.jpgMa la prima quarantena moderna, registrata dalla storia, si verificò nel 1347 a Ragusa (l’odierna Dubrovnik), all’epoca sotto il governo della Repubblica di Venezia, durante la grande epidemia di peste nera, proveniente presumibilmente dall’Asia, che aveva colpito tutta l’Europa e che si ritiene abbia fatto 20 milioni circa di vittime. Le autorità veneziane, in quella occasione, impedirono l’ingresso nel porto a tutte le navi per quaranta giorni, periodo ritenuto necessario per evitare la diffusione del contagio. Da qui la parola quarantena, termine veneziano dall’italiano quarantina. Questa precauzione però ottenne scarsi risultati perché impediva sì la discesa a terra dei marinai, eventuali ammalati, ma non dei ratti, i reali portatori della malattia. E infatti l’epidemia continuò a durare per diversi anni decimando la popolazione di tutto il continente, tanto che occorse più di un secolo per ritornare al livello di popolazione di prima della malattia.

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Festa del redentore a Venezia in ricordo della peste del 1575 e relativa quarantena

Altre quarantene la storia registra per malattie gravi e pericolose come la febbre gialla e il colera.

Nel continente Americano la prima quarantena fu attuata nella seconda metà del XVII secolo nella zona del New England durante una delle ricorrenti epidemie di vaiolo che decimavano la popolazione dei coloni anglo-americani e dei nativi, soprattutto irochesi. Le navi venivano fermate nel porto di Boston e gli abitanti della città ricoverati in un lazzaretto.

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Peste a Londra – 1665

Nel 1665 Samuel Pepys, di cui abbiamo ampiamento parlato in un altro post , bibliofilo e ammiraglio inglese che nei suoi diari raccontò e svelò i segreti dell’Inghilterra della seconda metà del XVII secolo e che fu testimone del grande incendio di Londra del 1666, descrisse anche nei suoi diari la Peste di Londra (Great Plague) che arrivò ad uccidere circa 100.000 persone (1/4 della popolazione londinese dell’epoca). Chi ne aveva le possibilità, fuggiva dalla città, a piedi, cavallo o via fiume, in cerca di aree più salubri. Per lasciare Londra, bisognava mostrare un certificato di buona salute, rilasciato dalle autorità. Nel suo diario, Samuel Pepys offre un resoconto vivido delle strade vuote di Londra, e di come tutti quelli che potevano, se ne erano andati, nel tentativo di fuggire dalla peste. Anche la famiglia del celebre diarista trovò rifugio altrove, a Woolwhich, raggiunta in barca dal Tamigi. Un luogo dove proteggersi, ristorarsi e trascorre giornate a leggere un buon libro.

 

SCRIVERE STORIE IN QUARANTENA: IL DECAMERONE

Ma durante le grandi quarantene oltre che leggere un buon libro si può anche, se si dispone di pazienza e capacità, scrivere un libro.

Lo fece, anche se più di artificio letterario si tratta, Giovanni Boccaccio ne “Il Decamerone”

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Francesco Podesti “Il primo giorno del Decamerone” – nel dipinto, sulla sinistra, appare curiosamente la figura del Boccaccio intento a prendere appunti.

IL suo contenuto è noto a tutti. Siamo a Firenze nel 1348, all’epoca delle peste nera: dieci giovani aristocratici, sette donne e tre uomini, per sfuggire alla malattia che dilaga nella città, si recano in campagna e qui trascorrono le loro giornate, allietando l’isolamento forzato raccontandosi a turno delle storie.

Nascono così le 100 novelle che compongono il Decamerone, la prima opera in prosa in volgare italiano che ebbe grande successo e seguito anche fuori d’Italia ed ispirò diverse opere; ne ricordiamo una per tutte, “I racconti di Canterbury”.

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Dercamerone – edizione stampata a Lione nel 1555

Il titolo Decamerone significa 10 giorni, quelli durante i quali i giovani trascorrono le ore novellando, e riecheggia il titolo di un’altra opera, molto diversa: l’“Exameron” (sei giorni) di Sant’Ambrogio di Milano, che raccoglie le omelie pronunciate durante la Settimana Santa del 387 d.C. L’argomento è la Genesi, cioè il racconto della creazione del mondo e dell’uomo; partendo da questo il Santo sviluppa poi tutta una serie di considerazioni etiche sul mondo, l’uomo e la natura. Opera molto diversa, dicevamo, ma che pure ha qualcosa in comune con il nostro Decamerone se consideriamo che il Boccaccio, aldilà dell’apparente leggerezza dei racconti, spesso umoristici, a volte persino licenziosi, intende raccontarci un’umanità destinata a rinascere, a “ricrearsi” dopo la distruzione causata dalla catastrofe.

image.pngNei secoli l’argomento “epidemia” ha catturato l’attenzione di scrittori e romanzieri tra cui Daniel Defoe, (La peste di Londra), Mary Shelley, (L’ultimo uomo), Thomas Mann (Morte a Venezia), Someset Maugham (Il velo dipinto), Albert Camus (La Peste) per citarne solo alcuni.

Sono molti i libri tra cui si può scegliere,eppure la mia scelta, per concludere con un messaggio positivo questo post, non ricade su un libro che parla di malattie ed epidemie. Anzi, è un libro che permette di volare, con la fantasia, in mondi lontani. Anche se, a ben vedere, di una febbre parla anche questo libro

UN LIBRO PER SENTIRSI VICINI

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Prima edizione – 1962

Tra i tanti episodi raccontati dai mezzi di comunicazione di massa in questi giorni c’è anche quello del gruppo di operai, provenienti da un paesino siciliano, bloccato in quarantena in Lombardia dove gli stessi si trovavano per un lavoro temporaneo. Immaginiamo che qualcuno di loro sia un padre e che cerchi, al telefono, di mantenere un legame stretto con figli magari piccoli rimasti a casa e tenti, sempre al telefono, di rassicurarli, di non far pesare loro la sua assenza.

Tutto questo mi ha fatto tornare in mente un piccolo libro che da bimbo adorai. Si tratta di “Favole al telefono” di Gianni Rodari. Una raccolta di favole e brevi storie pensate con l’intento di mantenere in contatto un padre ed una figlia lontani. Ben specifica il sottotitolo:

 “tutte le sere un viaggiatore di commercio telefonava a sua figlia e le raccontava una storia”

In realtà lo scopo del libro era quello di proporre storie un po’ strampalate che stimolassero la fantasia e potessero essere usate da genitori e maestri per “inventare storie” e per instaurare un dialogo con i bambini.

Favole al telefono venne pubblicato per la prima volta nel 1962 e da allora fu ristampato diverse volte, tradotto e pubblicato all’estero superando abbondantemente il milione di copie vendute.

Un libro che un padre in quarantena potrebbe oggi utilizzare per distogliere l’attenzione di un bimbo lontano dalle preoccupazioni dei grandi e farlo viaggiare con la fantasia in un paese che non potrà mai essere raggiunto dal coronavirus, come nella favola “Il palazzo di gelato” nella quale basta l’ordine di un medico per non ammalarsi, o come nella favola“La febbre mangina” (ecco la “febbre” promessa in apertura) nella quale le bambole di una bambina si ammalano per solidarietà quando lei si ammala, in una sorta di epidemia “empatica” la cui cura è molto semplice e creativa.

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