Storia di un mercante veneziano, di un viaggio sfortunato e del “bacalà alla vicentina”

Nel 1550  Giovanni Battista Ramusio pubblica a Venezia, presso l’editore Tommaso Giunti, il primo volume  della sua opera “Navigationi et viaggi”.

Caracca – Dipinto di Pieter Bruegel

Ramusio, eccellente diplomatico e letterato, è un profondo conoscitore della storia dei viaggi, delle esplorazioni e delle scoperte geografiche effettuate a partire da Annone il Navigatore (cartaginese vissuto a cavallo tra il VI e il V secolo a.C.) fino alla sua epoca. L’opera è una raccolta di testimonianze, relazioni e diari di viaggi, frutto di un accurato e approfondito lavoro decennale di ricerca e documentazione, ed è considerata il primo trattato geografico dell’età moderna, una fonte importantissima di notizie sulle terre esplorate e le loro popolazioni.

Un capitolo di questa antologia attira la nostra attenzione. Sempre alla ricerca di spunti insoliti, scopriamo il racconto di un viaggio di cui forse, se non fosse stato ripreso e trascritto da Ramusio, si sarebbero perse le tracce. Si tratta di: “Viaggio del magnifico messer Piero Quirino, gentiluomo vinitiano, nel quale, partito di Candia con malvagie (nota: malvasie, il vino) per ponente l’anno 1431, incorre in uno orribile et spaventoso naufragio, dal quale alla fine con diversi accidenti campato, arriva nella Norvegia e Svezia, regni settentrionali”.

Trattato sulla navigazione – Ramusio – Inizio XVI secolo

Le fonti sono i resoconti fatti dagli stessi protagonisti degli avvenimenti descritti: un manoscritto, detto manoscritto Vaticano perché conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, è la trascrizione del racconto fatto in prima persona dallo stesso Pietro Querini, mercante, padrone della nave e capo della spedizione, l’altro, detto manoscritto Marciano perché conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia, è la trascrizione dei racconti fatti da due membri dell’equipaggio, Cristofalo Fioravante, consigliere del Quirini, e Nicolò de Michiele, scrivano. 

Per rispettarne la forma, entrambi i testi sono stati trascritti così come sono stati raccontati, ossia nel dialetto veneto dell’epoca e quindi presentano una certa difficoltà di interpretazione. Forse proprio per questo motivo Ramusio, per agevolarne la lettura ha manipolato i testi. Ma poi è andato oltre e la sua non è solo l’azione di un filologo. Egli è anche un editore e quindi è attento a rendere l’opera interessante per un pubblico più vasto possibile: così si improvvisa lui stesso narratore rivedendo quelle parti più strettamente tecniche raccontate con un gergo marinaresco che potrebbe infastidire o non essere capito da tutti. Forse così l’opera ha perso un po’ della sua spontaneità originale, ma di sicuro l’intervento del Ramusio ha contribuito al suo successo e alla sua diffusione, evitando che cadesse nell’oblio.

La storia di Pietro Querini

Pietro Querini

A questo punto è giunto il momento di narrare i fatti. Pietro Querini è un patrizio veneziano vissuto nella prima metà del 1400. Appartiene ad una importante famiglia dedita alla mercatura, ma anche alla politica. Possiede delle terre nell’isola di Candia (la Creta odierna) come molti altri ricchi veneziani che usano questa terra come base per i loro viaggi verso l’oriente. Inoltre l’isola è ricca di vigneti e di boschi di cipressi il cui legno serve per la costruzione di navi e di botti per trasportare il pregiato vino di malvasia, molto apprezzato nei paesi del nord Europa che sono disposti a pagarlo a caro prezzo.

Da Candia quindi partono regolarmente convogli di navi dirette verso quei porti, Bruges in particolare.

E proprio con destinazione Bruges, nell’ aprile del 1431 Pietro Querini salpa da Candia: viaggia da solo, al comando della sua caracca “Gemma Querina”.

La caracca è un grande veliero, evoluzione della cocca, piccola nave a un albero in uso nel Medioevo nei Paesi Baltici, portata nel Mediterraneo dai Crociati del Nord Europa in viaggio verso la Terra Santa. Con il tempo la nave ha subito delle modifiche diventando più grande, fino ad avere 3-4 alberi, per poter affrontare più agevolmente l’oceano.

La Gemma Querina trasporta 800 barili di malvasia più altre merci di pregio. L’equipaggio è composto da 68 persone, più di quelle previste normalmente, ma la prudenza lo impone: la nave viaggia da sola ed inoltre in quel periodo Venezia e Genova, eterne rivali, sono ai ferri corti e bisogna essere pronti anche ad affrontare un eventuale attacco.

Ma il viaggio già dall’inizio si dimostra tribolato. Al largo delle coste africane si presentano le prime difficoltà e la nave deve far sosta a Cadice per le riparazioni. A luglio riparte, ma le correnti deviano il suo percorso verso le isole Canarie. Solo alla fine di agosto riesce ad arrivare a Lisbona dove fa scalo per altre riparazioni e per rifornimento di viveri.  In questo periodo Querini, che è molto religioso, lascia la nave e insieme a una dozzina di compagni si reca in pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela.

Il viaggio della Gemma Querina

Ad ottobre, con un certo ritardo sulla tabella di marcia, finalmente riparte con l’intento di costeggiare la Francia. La stagione avanzata non è l’ideale, alla partenza il comandante è stato avvisato dalla gente del posto che quello non è il momento più propizio per affrontare l’oceano. 

Il Naufragio e la scoperta del “culo mundi”

E infatti al largo dell’isola di Ouessant, all’altezza del Finistèrre, in Bretagna, una violentissima tempesta spinge al largo l’imbarcazione.

Questo è l’inizio della tragedia: uno dei naufragi più sventurati che la storia della navigazione ricordi.

La caracca è fortemente danneggiata ed è ormai ingovernabile, alla mercé della corrente del Golfo: le vele sono strappate, il timone è irrimediabilmente distrutto. L’equipaggio si vede costretto a gettare a mare il carico per cercare di alleggerire lo scafo. Ma questo non basta, le correnti spingono la nave sempre più al largo e sempre più a nord ed è impossibile stabilirne la posizione, inoltre il cibo comincia a scarseggiare.

E’ il mese di dicembre quando il comandante prende quella che sembra l’unica decisione possibile: abbandonare la nave, mettendo a mare le due scialuppe, e a remi raggiungere l’Irlanda che si pensa essere a est, non lontana. Erroneamente perché in realtà la nave su trova molto più a nord.

Le scialuppe dovrebbero procedere vicine, ma la corrente le allontana una dall’altra e di una non se ne saprà più nulla. La seconda scialuppa, su cui ci sono una quarantina di persone compreso il Querini, naviga alla cieca, sospinta sempre più a nord, mentre a bordo gli uomini cominciano a morire per il freddo, la fame e gli stenti.

Isole Lofoten – Circolo Polare Artico

A gennaio finalmente la scialuppa riesce a raggiungere la terraferma, sbarcando su un’isola coperta di neve, che però è disabitata. I superstiti sono solo una dozzina, stremati e affamati; non possono raggiungere un’isola che scorgono in lontananza, più grande e probabilmente abitata, perché la scialuppa ormai è inservibile, allora ne usano il legno per fare fuoco, bevono la neve sciolta e mangiano quei pochi molluschi che trovano sulla spiaggia. 

Pensano di essere destinati ad una lenta agonia, finchè, per puro caso, i fuochi vengono avvistati da due pescatori. Soccorsi e condotti a Rost, l’isola vicina, i pochi superstiti sono accolti con grande calore da tutti gli abitanti, rifocillati, curati amorevolmente ed ospitati nelle loro case. 

Trattati come persone di famiglia, i veneziani per quattro mesi, da febbraio a maggio, vivono la stessa vita degli abitanti.

Querini ha potuto comunicare con il prete del villaggio parlando in latino. Ha raccontato del naufragio e delle varie vicissitudini e ha scoperto di essere arrivato in Norvegia, nelle Isole Lofoten, al di sopra del circolo Polare Artico. 

Querini da uomo di cultura osserva, con l’occhio di un antropologo, e prende nota dell’ambiente e delle abitudini locali. E nei suoi scritti descrive tra i primi quelle terre con queste parole:

“luogo forian ed estremo è chiamato in suo lenguaggio Culo mundi”.

Usi e costumi del popolo del Nord

Ammira la bellezza fisica di quegli uomini e delle donne, ma soprattutto la loro umanità e generosità, la semplicità e l’onestà che improntano ogni azione ed escludono ogni malizia. Gli pare di vivere in un paradiso e pensa al suo mondo, alla sua Venezia che ora, al confronto, gli appare corrotta e disordinata.

Stocafisso

E’ molto interessato soprattutto all’attività della pesca che è la principale, se non l’unica, fonte di reddito. Si pesca il merluzzo, abbondante in quelle acque in cui ancora si fa sentire una certa influenza della Corrente del Golfo. Ma quello che lo stupisce, soprattutto, è il metodo di conservazione del pesce pescato, che in primavera viene esposto, su dei supporti di legno, all’aria. Il clima secco e freddo, ma non gelido, lo essica a tal punto che diventa durissimo e può essere conservato anche per anni, senza che perda il suo valore nutritivo. Per poterlo cucinare bisogna poi batterlo a lungo per rompere le fibre e ammollarlo nell’acqua per qualche giorno. Lo chiamano stoccafisso e viene commercializzato in tutti i paesi del nord Europa che ne fanno un largo consumo. Soprattutto viene usato molto sulle navi proprio perché si conserva bene pur mantenendo intatte le proteine e le vitamine.

I veneziani si fermano a Rost per quattro mesi, da febbraio fino a maggio, quando ormai si sono completamente ripresi e la buona stagione consente loro di riprendere il viaggio per tornare a Venezia. Accompagnati fino a Bergen, nel sud della Norvegia, dagli stessi pescatori, da lì continueranno il loro viaggio sempre favoriti da una rete di contatti che copre tutta l’Europa, creata già nell’Alto Medioevo proprio per aiutare i viaggiatori in difficoltà. 

Tornati a Venezia, tra lo stupore generale perché dati ormai per dispersi, se non morti, Querini e  altri due membri dell’equipaggio redigono le relazioni di cui abbiamo parlato all’inizio. Devono servire per spiegare la perdita della nave e di tante vite umane. Ma, soprattutto quella del Querini con le sue precise ed acute osservazioni, rappresentano anche un importante documento geografico ed etnografico, una testimonianza di una terra e di una popolazione all’epoca ancora poco conosciute.

Venezia e le Isole Lofoten

Ciò che colpisce, esaminando tutta questa vicenda è il rapporto di grande amicizia che si è creato tra i veneziani e gli abitanti delle Lofoten, rapporto (e qui sta lo stupore) che non si è mai interrotto nel corso dei secoli ed è tuttora vivo e si manifesta con tutta una serie di iniziative periodiche organizzate da ambo le parti: gemellaggi, rievocazioni, celebrazioni, giornate dell’amicizia, per ricordare quei drammatici fatti.

Lofoten 1932. La stele ricorda il naufragio dei veneziani avvenuto 500 anni prima, nel 1432

In Norvegia il ricordo di Pietro Querini è ancora molto vivo, il suo nome è forse più noto lì che in Italia; a lui sono dedicati studi e ricerche e nei suoi confronti è ancora presente un sentimento di gratitudine che si può spiegare facilmente.  All’epoca dei fatti, il XV secolo, i paesi dell’estremo Nord dell’Europa e i loro abitanti erano poco conosciuti nel resto del continente. Il Nord era chiamato “Culo mundi” ed era rappresentato come una terra inospitale e altrettanto inospitali e rozzi si pensava fossero i suoi abitanti.

Il veneziano con i suoi scritti, che all’epoca fecero molto rumore in tutta Europa, per la straordinarietà della vicenda e in seguito anche grazie all’opera di Ramusio, ha mostrato invece come si potesse vivere bene anche a quelle latitudini e soprattutto come quelle popolazioni fossero civili, accoglienti, con un profondo senso dell’onestà e della solidarietà, insomma non dei selvaggi, ma uomini e donne uguali agli altri europei, se non persino migliori.

Il bacalà alla vicentina

C’entra, perché è stato proprio il Querini, che portando con sé, nel suo viaggio di ritorno, 60 stoccafissi donatigli dai pescatori norvegesi, ha introdotto l’uso di questo pesce nella cucina veneta. Nel veneto poi lo stoccafisso ha preso il nome di bacalà, da non confondere con il baccalà che, nel resto d’Italia, identifica invece il merluzzo conservato sotto sale.

La facilità di conservazione di questo pesce e la bontà delle ricette inventate ne determinò il grande successo a cui contribuì anche una raccomandazione emanata dal Concilio di Trento nel 1563 che consigliava la consumazione proprio dello stoccafisso, considerato pesce magro ma nutriente, durante la quaresima e i giorni di astinenza dalla carne.

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