Novalesa, storia di un’Abbazia

Nel corso delle nostre scorribande nel Medioevo, ci siamo imbattuti spesso in pergamene, amanuensi, scriptorium e abbazie.

Anche il libro da cui partiamo oggi ci apre le porte su questo lontano periodo storico, forse troppo frettolosamente liquidato come “buio”, e, in particolare, su una abbazia che fu tra le più importanti in Italia e in Europa.

Si tratta di “Cronaca di Novalesa”, Einaudi Editore, 1982. La particolarità di questo libro è che riporta fedelmente il testo del “ Chronicon Novaliciense”, scritto su una pergamena nel XII secolo, in cui è raccontata la storia dell’Abbazia benedettina dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa dalle sue origini, nell’VIII secolo, fino alla metà del XI secolo.

Abbazia di Novalesa

L’importanza delle Abbazie nella storia dell’uomo

Le pietre di un’abbazia recano incisa la storia della nostra civiltà più di ogni altro monumento perché l’importanza che questi edifici hanno avuto nella vicenda umana è unica e fondamentale. Sorte nei secoli cosiddetti “bui” dell’Alto Medioevo, le abbazie furono centri di cultura, di studio e di ricerca, furono scuole, ma anche officine e centri agricoli e commerciali. Furono ospizi e ospedali. Costituirono l’unica difesa contro le invasioni barbariche e solo loro, pur mutilate, incendiate e devastate, riuscirono a salvare, per tramandarlo a noi, un patrimonio religioso e spirituale, ma anche culturale, artistico e civile che altrimenti sarebbe andato per sempre perduto.

Basti pensare ai tanti manoscritti che grazie all’opera infaticabile di tanti monaci amanuensi sono giunti indenni fino a noi, dandoci la possibilità di conoscere le nostre origini e la nostra storia.

Lo Scriptorium in una scena del film “Il nome della rosa”

Vale la pena, a questo punto, aprire una piccola parentesi, per ricordare queste figure di piccoli eroi, spesso invece ignorate o dimenticate.

Dall’antichità, ma soprattutto dal Medio Evo, fino all’invenzione della stampa, centinaia, forse migliaia, di uomini hanno dedicato interamente la loro vita a scrivere e a trascrivere tutto quanto il pensiero umano creava e aveva creato. Un’opera immane costata fatica e sacrifici: ore e ore seduti, gli occhi che si consumavano alla luce delle candele, il corpo che si intossicava per l’uso di inchiostri e colori velenosi. Senza di loro che ne sarebbe dei filosofi, degli scienziati e dei poeti greci e romani? Che ne sarebbe di tutta la cultura antica che è alla base della nostra civiltà? Per non parlare delle miniature con cui hanno abbellito le pergamene e i fogli, vere e proprie piccole opere d’arte.

Chiudiamo questa, a parer nostro, doverosa parentesi, per ritornare all’abbazia di Novalesa.

Cronaca di un’Abbazia

Novalesa si trova sulle pendici del massiccio del Moncenisio, nella valle del torrente Cenischia, una stretta valletta laterale alla Val di Susa. Fin dall’antichità è stata un’importante via di comunicazione tra l’Italia e la Francia, cioè tra il regno dei Franchi e quello dei Longobardi e qui è sorta, nell’Alto Medioevo, una delle abbazie più importanti dell’epoca.

Il “rotulo” di pergamena – Foto dell’archivio di Stato di Torino

La storia di questo cenobio, dalle sue origini, è scritta in un antico documento che è conservato presso l’Archivio di Stato di Torino. Si tratta di una lunga pergamena composta da 30 fogli cuciti tra loro a formare un “rotulo” largo una decina di centimetri e lungo, attualmente, 11,7 metri. Sappiamo che in origine era più lungo e quindi una parte di esso è andata perduta. Autore della cronaca è un ignoto monaco vissuto nel XII secolo.

L’Abbazia di Novalesa è stata fondata nel gennaio del 726 da Abbone, un nobile e ricco franco, che dopo aver prestato servizio come militare, abbandona le armi e si fa monaco. Uno dei suoi primi atti è quello di arricchire l’abbazia, trattenendo il censo della Gallia destinato a Roma e dotando il cenobio di un cospicuo numero di proprietà fondiarie che nel tempo aumenteranno ulteriormente, in Italia, ma anche in Francia giungendo fino alla valle del Rodano. 

Questo naturalmente conferisce importanza e potenza all’abbazia che gode anche dei favori di Carlomagno, il quale vi soggiorna più volte, la dota di particolari benefici e le dona preziose reliquie, tra cui quelle dei Ss. Cosma e Damiano. 

In occasione della sua venuta in Italia nel 773, per conquistare il regno longobardo, il re dei Franchi e futuro imperatore del Sacro Romano Impero, trovata la strada della val di Susa sbarrata, pone il suo quartier generale a Novalesa dove, nel frattempo, è stato eletto abate Frodoino, un suo lontano parente. Il supporto offerto dall’abbazia è molto utile e facilita la vittoria delle truppe carolinge. Una volta sconfitti i longobardi e insediatosi in Pavia, Carlomagno torna a Novalesa; in segno di riconoscimento, dona all’abbazia diversi domini ed affida a Frodoino il figlio illegittimo Ugo, ancora bambino, perché venga educato. Ugo si farà monaco e diventerà a sua volta abate.

Frodoino, da parte sua, dà ulteriore fama e potenza a Novalesa, aumentandone sempre più il patrimonio, ingrandendo ed abbellendo gli edifici. Inoltre dà impulso agli studi e all’opera di trascrizione dei testi antichi, facendo diventare l’abbazia uno dei centri culturali e spirituali più importanti dell’epoca. Sappiamo che il cenobio possiede una pregevole biblioteca con un consistente numero di codici e uno scriptorium molto attivo: da ricordare, tra le tante opere, è lo splendido Evangeliario commissionato proprio da Frodoino ad Atteperto, uno dei copisti più famosi e ricercati dell’epoca.

Chiostro dell’Abbazia di Novalesa

Così per quasi due secoli l’abbazia prospera. Fino al 906, quando dalla Provenza giungono a Novalesa i saraceni e i monaci si vedono costretti a fuggire portando con sé quanto più possono dei preziosi arredi e dei libri. Quello che non possono portare via viene nascosto nelle cavità degli altari e sappiamo che sarà ritrovato quando, dopo quasi un secolo, potranno ritornare.

Fuggono, dunque, i monaci e si rifugiano prima a Torino, sotto la protezione di Adalberto marchese d’Ivrea e più tardi, sempre con l’aiuto di Adalberto, a Breme, località nei pressi di Pavia, dove ricompongono la comunità, mantenendo però vivo il ricordo di Novalesa.

Agli inizi del XI secolo, cessato il pericolo, l’abbazia di Novalesa viene ricostruita e la comunità vi si trasferisce.

Inizia un nuovo periodo di splendore, si ingrandiscono gli edifici dell’abbazia, si estendono i possedimenti, si intensifica l’attività dello scriptorium e l’acquisizione di nuovi codici. Un inventario risalente all’XI secolo attesta, anche se in maniera incompleta, la loro presenza nella biblioteca del cenobio.

Questi testi sono le fonti a cui attinge l’anonimo estensore della Cronaca la quale però si interrompe a metà del XI secolo.

Sappiamo comunque quello che accade poi di Novalesa: nei secoli successivi, lentamente comincia a perdere potere e possedimenti, anche se conserverà una certa influenza dovuta alla protezione dei Savoia. Il suo inesorabile declino è dovuto a diversi fattori tra cui la complessa e confusa situazione politica venutasi a creare dopo il dissolversi della dinastia carolingia, che come abbiamo visto, ne aveva favorito l’ascesa, e soprattutto l’importanza che stava acquistando, in Francia, l’abbazia di Cluny. Fondata nel 910, Cluny, infatti, si ingrandisce anche a scapito di Novalesa, incamerando molti suoi territori, e possiede persino un suo esercito, divenendo in pratica uno stato feudale.

Più tardi, con Napoleone, i pochi beni rimasti vengono alienati; nel 1855 l’abbazia viene sconsacrata e trasformata in una casa di cura termale. In seguito sarà riconsacrata e attualmente è affidata ad una comunità di monaci benedettini che gestiscono, tra l’altro un piccolo, ma interessante museo del restauro del libro antico. 

Panorama di Npovalesa

Tornando al nostro ignoto cronista e alla sua opera, vanno fatte alcune considerazioni. L’autore scrive in latino, ma non è più il latino classico, bensì una lingua che già ha subito varie contaminazioni. Le sue fonti sono i libri dell’abbazia e la sua storia, ma anche la tradizione orale, con i suoi ricordi, gli aneddoti, le memorie e le leggende raccolte qua e là, come quella, a cui viene dato largo spazio, di Valtario, il guerriero che si fa monaco per espiare le sue colpe. 

Non è solo un cronista, dunque: è un uomo che, mescolando realtà e fantasia dimostra una certa propensione letteraria e un particolare gusto per il meraviglioso. Ne risulta un affresco vivace e anche poetico, che alterna episodi e personaggi importanti ad altri di una quotidianità minima, in cui non sempre è facile distinguere la realtà dall’invenzione. Uno stuzzicante lavoro di interpretazione per molti studiosi.

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