Una porta sull’antico Egitto e i suoi misteri

Il libro che prendiamo in mano oggi è un libro speciale. Niente di insolito, direte, tutti i libri sono speciali; chi più, chi meno, tutti hanno qualcosa da offrire. È vero. Ma questo rappresenta una pietra miliare nella storia dell’umanità. Dietro una copertina e un frontespizio sobrio, si spalanca una porta sulla storia millenaria e misteriosa dell’antico Egitto. Misteriosa proprio fino all’uscita di questo libro, che nelle sue pagine nasconde la chiave d’interpretazione di uno degli arcani più affascinanti della storia umana.

Si tratta del Précis du système hiéroglyphique des anciens Égyptiens…” (Resoconto del sistema geroglifico degli antichi Egizi…), di Jean-Francois Champollion, stampato a Parigi nel 1828 nella Stamperia Reale.

Ma come è potuto accadere che di una così grande e importante civiltà si siano, ad un certo punto, perse le tracce e per molti secoli di essa poco si sia saputo?

Una storia da riscoprire

La storia dell’antica civiltà egizia, sorta nelle fertili terre intorno al fiume Nilo, inizia nel 3900 a.C. circa e prosegue fino al IV secolo a.C. quando l’ultima dinastia di faraoni nativi dell’Egitto si estingue e Alessandro Magno conquista il paese e lo ingloba nel suo Impero. In seguito, nel 30 a.C., l’Egitto diviene provincia romana e poi, con l’espansione dell’Islam, entra nel mondo mussulmano.

Per 4000 anni, dunque, a partire dalla sua nascita, l’Egitto ha visto prosperare una sua civiltà ricca e raffinata, la stessa che ha regalato all’umanità i grandiosi monumenti che ancora adesso stupiscono per la loro perfezione e bellezza. Eppure, fino a 200 anni fa di questa civiltà si sapeva poco. Non sarebbe però del tutto esatto dire che la sabbia del deserto ha ricoperto i suoi segni tanto da farla dimenticare completamente. Quei monumenti hanno continuato ad essere un forte richiamo, nel corso dei secoli, per storici e viaggiatori attenti. Le cronache antiche, infatti, riportano numerose testimonianze di viaggi compiuti proprio alla scoperta della civiltà egizia, e non poco è stato scritto sulla sua storia.

Tra i primi visitatori ricordiamo Erodoto, il famoso storico greco, che durante i suoi viaggi per tutto il Mediterraneo, passa per l’Egitto e ne rimane tanto affascinato che vi si ferma alcuni mesi. Lo racconta lui stesso ne “Le Storie”.

Più tardi, e per tutto il Medioevo, l’Egitto è spesso un punto di passaggio per i pellegrini che si recano in Terra Santa e sono alla ricerca dei luoghi della prima infanzia di Gesù, che proprio in quel paese aveva trovato rifugio con Maria e Giuseppe, dopo essere scampato alla furia omicida di Erode.

Roma – L’obelisco in Piazza del Pantheon

A partire dal 1400-1500, l’interesse per quella terra si intensifica. E’ il Rinascimento, che riscopre l’antichità greca, romana, ma anche egizia.  Roma è il centro di questa riscoperta perché è qui che, durante i lavori per riportare la città al suo antico splendore dopo i secoli bui della devastazione e dell’incuria, vengono riportati alla luce i monumenti egizi che erano stati portati in Italia durante il periodo imperiale: tra questi molti obelischi che, dissotterrati, vengono ora riposizionati in diverse zone della città. A questo proposito è interessante notare che l’Italia, dopo lo stesso Egitto, ovviamente, è il paese in cui si trova il maggior numero di testimonianze dell’antica civiltà egizia.  Gli studi e le spedizioni in Egitto per studiarne i monumenti e la civiltà si moltiplicano. Si esplora il deserto, si effettuano scavi, si riportano reperti con i quali si costituiscono preziose raccolte anche private: si tratta di papiri, stele ricche di iscrizioni, statue, sarcofagi e anche mummie che destano grande curiosità.

Si scrive molto su questa terra ricca di testimonianze di un passato che comincia ad apparire in tutto il suo splendore. Grazie alla recente invenzione della stampa a caratteri mobili, questi scritti vengono pubblicati e si diffondono tra gli studiosi, mentre dei resoconti dei viaggiatori del Medioevo, trattandosi di manoscritti che per lo più sono andati persi, si ha solo una parziale e indiretta conoscenza.

I geroglifici: una scrittura misteriosa

Gli studi, dunque, sulla civiltà egizia si susseguono, ma c’è un grosso ostacolo che impedisce di giungere ad una sua approfondita conoscenza: è la scrittura.

Tutto quello che si sa è quello che si può dedurre dai testi degli autori classici come Erodoto, ma anche Diodoro e Strabone, o addirittura dalle Sacre Scritture e poi quello che appare dall’esame dei monumenti. Quello che manca, per poter avere un quadro completo e veritiero, sono le testimonianze scritte dell’epoca: o meglio, ci sono, ma sono illeggibili e quindi non utilizzabili dagli storici. Tutti sappiamo che la scrittura in uso nell’antico Egitto era una scrittura molto complessa e complicata, costituita da geroglifici, ossia da segni che rappresentano oggetti o azioni o idee.

Geroglifici egizi – illustrazione dal testo “Precis du systeme hieroglyphique des anciens Egyptiens…” di Champollion

La parola geroglifico significa “segno sacro inciso”, infatti gli Egizi attribuivano l’invenzione della scrittura a Thot, dio della sapienza e della magia. Questa scrittura così difficile era conosciuta solo da poche persone, tra queste gli scribi, addetti alla stesura e alla copiatura dei testi, persone appartenenti per lo più alla classe nobile, appositamente istruiti. Gli scribi mantenevano segrete le loro conoscenze e le tramandavano di padre in figlio. In tal modo costituivano una casta ricca e potente, che godeva di particolari privilegi.

Con il passare dei secoli e il modificarsi delle condizioni politiche e sociali, questa scrittura subì delle modifiche per adeguarsi ai tempi. Alla scrittura geroglifica subentrò la scrittura demotica, un misto di geroglifico e di alfabeto greco e poi, dopo la cristianizzazione di quelle terre, il copto egiziano, scrittura più semplice derivata dal greco. Infine, con l’avvento dell’Islam, fu adottata la scrittura araba.

Ma che cosa è successo nel frattempo? Si è persa la conoscenza della prima scrittura, quel geroglifico così complesso, conosciuto da pochi persino quando era la lingua ufficiale, tanto da fare pensare, a qualcuno, che di proposito sia stata creata così difficile e tramandata all’interno di una élite ristretta, per occultare verità che non si volevano diffondere.

Tentativi di decifrare i geroglifici

Nel corso dei secoli qualche tentativo di ricostruire il significato dei geroglifici viene fatto, soprattutto partendo dal copto, lingua ancora ben conosciuta perché usata nella liturgia della chiesa cristiana d’Egitto.

Uno dei primi studiosi che tentano di decifrare i caratteri geroglifici è Athanasius Kircher, teologo e storico tedesco, vissuto e morto a Roma nel 1600, il quale scrive anche molte opere sull’antico Egitto.

Da allora i tentativi si susseguono, ma tutti falliscono perché basati su un errore di fondo: pensare che la scrittura geroglifica sia fatta unicamente di simboli il cui significato, come già si è accennato, si fa risalire alla divinità ed è accessibile solo agli antichi egizi a cui è stato rivelato e che, quindi, sono i depositari di una sapienza nascosta.

Bisogna arrivare all’inizio del XIX secolo per trovare la chiave di lettura e risolvere finalmente il mistero e come questo avviene è uno di quei fatti storici che si studiano sui libri di scuola.

La stele di Rosetta e Champollion 

Nel 1799 Napoleone Bonaparte organizza una spedizione militare per occupare l’Egitto e in tal modo affermare un predomino della Francia nel Mediterraneo. Al seguito della spedizione ci sono scienziati, studiosi di varie discipline che hanno il compito di studiare il territorio e la sua storia, e di effettuare scavi per cercare reperti da portare in patria per arricchire le collezioni francesi.

Tra questi reperti c’è la famosa stele di Rosetta, così chiamata dal luogo di ritrovamento.  Le stele sono delle lastre di pietra su cui sono incise iscrizioni, in genere di tipo commemorativo o funerario. La particolarità della stele di Rosetta è che riporta tre iscrizioni in tre lingue diverse: geroglifico, demotico e greco.

Appare subito chiaro, quindi, che si tratta di un ritrovamento di grande importanza e per questo motivo, quando l’esercito francese è sconfitto da quello inglese, intervenuto per frenare le mire espansionistiche di Napoleone, e deve cedere il bottino di guerra, gli ufficiali francesi cercano di nascondere la stele. Ma alla fine devono consegnarla: la stele, portata a Londra, diventa il pezzo più importante del British Museum.

Perché è così importante la stele di Rosetta?

Perché è la prima volta che, nello stesso reperto, si trovano scritte in lingue diverse e una di queste è perfettamente conosciuta. Tanto basta per scatenare l’interesse degli studiosi di tutta Europa. Copie della stele vengono distribuite e in tanti cercano di decifrarne il contenuto. Tutti questi studi ottengono qualche risultato. Innanzi tutto, si riconosce che le tre scritte raccontano lo stesso testo e questo primo passo è fondamentale perché il greco è una lingua ben nota. Ma ci vogliono ancora degli anni prima che finalmente il mistero dei geroglifici sia svelato e se questo avviene lo dobbiamo soprattutto a Jean-Francois Champollion.

Jean-Francois Champollion

Figlio di un modesto libraio, Champollion cresce in mezzo ai libri e fin dall’infanzia dimostra grande intelligenza, intuito e un’eccezionale propensione per lo studio delle lingue. A 19 anni è nominato professore di storia a Grenoble. Conosce, secondo le fonti storiche, il latino e il greco, l’arabo, l’aramaico, il copto, il sanscrito, il persiano, il cinese e qualche altro idioma orientale! Con questo bagaglio culturale, partendo dai lavori degli studiosi che l’hanno preceduto e dal testo greco che egli può tradurre senza difficoltà, Champollion si mette con entusiasmo all’opera per decifrare i geroglifici egiziani. Egli intuisce subito, contrariamente a quanto ritenuto sino ad allora, che si tratta di una scrittura che unisce segni ideografici, che rappresentano oggetti, a segni fonetici, che rappresentano suoni, e individua così alcune consonanti in quelli che paiono essere dei nomi propri: Tolomeo e Cleopatra. Il lavoro, comunque, non è semplice, occorrono anni di duro impegno, ma alla fine Champollion riesce a tradurre tutto il testo. Nel 1822 può annunciare al mondo di aver trovato la chiave di lettura, nel 1824 pubblica un primo resoconto, a cui farà seguito nel 1828 un secondo più completo.

Da questo momento i monumenti dell’antico Egitto, tanto ammirati, quanto misteriosi, possono parlare, rivelando finalmente la loro storia millenaria. Nasce una nuova scienza, l’egittologia; si intensificano gli scavi archeologici e le scoperte che portano alla luce nuovi e importanti reperti. Di certo non mancano i testi da tradurre. Tantissime sono le fonti scritte: iscrizioni, epigrafi, testi su papiri che trattano dei più svariati argomenti, storia, politica, scienze, medicina. E poi ancora testi giuridici e letterari, poesie e romanzi.

A questo proposito chiudiamo con una curiosità. Uno dei più antichi romanzi, che siano mai stati raccontati, è proprio un romanzo egiziano, scritto da autore anonimo nel 2000 a.C. circa. Si tratta de “Le avventure di Sinuhe”, romanzo che già all’epoca ebbe un grande successo, dimostrato dal fatto che veniva usato dagli scribi come testo di riferimento per l’apprendimento della scrittura e poi più recentemente, una volta scoperto e tradotto, ha dato origine ad un’innumerevole quantità di copie più o meno fedeli all’originale.  Nel 1954 Hollywood ne ha fatto persino un film “Sinuhe, l’egiziano”, uno dei più famosi film a sfondo storico tanto di moda a quell’epoca.

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