Caro Diario…

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Più di una volta in questo blog abbiamo presentato dei diari. Il diario di Samuel Pepys, il diario della peste di Defoe, il diario di viaggio di Conan Doyle, il diario di Anna Frank.

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Diario di viaggio di Conan Doyle

Diari molto diversi tra loro, ma che hanno una cosa in comune. Al di là delle considerazioni personali, questi diari rappresentano ora una fonte storica importante per quanto riguarda la vita dei loro autori e il periodo in cui sono vissuti.

Possiamo quindi considerare il diario una forma narrativa affine alla storiografia? Non proprio, ma in certi casi può essere considerato una valida fonte storica che va ad integrare le cronache ufficiali.

DIARIO

La parola diario deriva dal latino diarium che a sua volta deriva da dies (giorno). In epoca medievale diarium era il registro giornaliero in cui venivano fatte delle annotazioni giorno per giorno. Risalgono proprio al Medioevo le prime testimonianze di ricordanze, cioè annotazioni di fatti e avvenimenti scritti ad uso e consumo personale o della famiglia, veri e propri promemoria casalinghi che riportavano tutto quanto concerneva il ménage domestico: spese, guadagni, contratti, nascite, matrimoni e funerali

Questi primi diari, per quanto riguarda il nostro Paese, sono diffusi soprattutto in Toscana nell’area intorno a Firenze perché qui troviamo una società più alfabetizzata. La loro importanza sta nel fatto che rappresentano uno spaccato autorevole della vita privata di quei tempi. Ma ci sono anche diari che forniscono interessanti informazioni sugli avvenimenti pubblici dell’epoca e quindi contribuiscono a formare un quadro più completo del periodo storico. E’ il caso del “Diario di anonimo fiorentino” che ci racconta la politica interna ed estera di Firenze dal 1358 al 1389.

Dai secoli successivi, allargando i nostri orizzonti, ci sono pervenuti diari che hanno una grande importanza storica, citiamo per tutti i diari di bordo di Cristoforo Colombo e i diari di Samuel Pepys, alto funzionario dell’Ammiragliato inglese vissuto nel 1600 le cui memorie costituiscono un quadro perfetto ed esauriente della vita privata e pubblica dell’epoca.

DIARI DI VIAGGIO

A partire proprio dal XVII secolo si diffondono i diari di viaggio. Sono i secoli delle grandi scoperte geografiche: il nostro mondo è ancora in buona parte poco conosciuto o addirittura sconosciuto. Intrepidi navigatori ed esploratori si avventurano in quelle terre e in quei mari, non senza correre grandi pericoli. I loro diari di bordo sono puntuali, ricchi di annotazioni ed osservazioni sulle nuove terre scoperte e sui popoli incontrati.

Ricordiamo, per esempio, il diario di bordo di James Cook con il resoconto dettagliato dei suoi viaggi nelle terre dell’Oceano Pacifico.

3-Diaro di viaggio.jpgNel ‘700 e ‘800 prevalgono i tanti diari dei viaggi effettuati da artisti ed aristocratici in giro per l’Europa dell’arte e della cultura. Ogni giovane signore, infatti, doveva compiere il suo “Grand Tour”, il cui scopo, oltre che di svago, era soprattutto di istruzione ed educazione: un vero percorso formativo, umano ed artistico che poteva durare mesi o anche anni. La meta preferita di questi viaggi era il nostro bel Paese nel quale alla bellezza e varietà del paesaggio si aggiungevano arte e  cultura, soprattutto ora che si andava riscoprendo la cultura classica anche grazie all’intensificarsi degli scavi archeologici che riportavano alla luce i monumenti dell’antica Roma.

DONNE E DIARI

Inizialmente erano solo gli uomini a compiere questi viaggi, poi sul finire del ‘700 anche le donne hanno cominciato a viaggiare, accompagnate da chaperon, e a raccontare questa loro nuova esperienza su lettere e diari. Ne citiamo uno per tutti: il “Diario della marchesa Margherita Boccapaduli”, donna colta e raffinata che nel 1794-95 intraprese un lungo viaggio in giro per l’Italia accompagnata da Alessandro Verri, scrittore e letterato, fratello del più famoso Pietro Verri. E a proposito di donne e di diari non si possono a questo punto tacere i tantissimi diari personali scritti da romantiche fanciulle delle famiglie aristocratiche e borghesi dell’800 che in quelle pagine riversavano i loro sospiri e turbamenti. Sono scritti personali, intimi, anonimi: centinaia, forse migliaia di pagine che sono per lo più andate perse come tutte le mode effimere che il vento del tempo disperde. O magari sono rimaste nascoste per anni in un baule di qualche soffitta, per la gioia di nipoti e bisnipoti.

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Diario di Anna Frank

Il ‘900 ci porta altri diari, alcuni con un alto valore letterario o sociale: pensiamo, per fare solo qualche esempio, ai Diari di scrittori come a Kafka, Virginia Woolf, Anais Nin o di personaggi divenuti storici come Anna Frank ed Ernesto Che Guevara.

Un’altra categoria particolare di diari che rivestono una grande importanza storica sono i diari di guerra.

Dall’antica Roma ci giunge il “De bello gallico” che altro non è che la rielaborazione degli appunti che Giulio Cesare annotava giorno per giorno durante la campagna delle Gallie.

Più vicino a noi ricordiamo il diario di Rommel scritto dal generale tedesco nel corso della campagna d’Africa durante la Seconda Guerra Mondiale.

UN DIARIO, UN AMICO

Ma da che cosa nasce questo bisogno di raccontare e di raccontarsi che accomuna personaggi della cultura e gente comune, uomini e donne, adulti e adolescenti. Chi non ha mai scritto o avuto la tentazione di scrivere almeno qualche pagina di diario? La parola è il più importante mezzo che abbiamo per fissare le esperienze vissute e recuperarle dall’oblio. Un mezzo quindi per non dimenticare, per rivivere esperienze personali o per raccontare avvenimenti storici ai quali diamo un particolare significato. Il diario può diventare un amico, un confidente intimo al quale rivelare i pensieri più segreti; rappresenta uno sfogo, uno specchio nel quale guardarsi per conoscersi meglio e per mettere ordine nella propria vita.

L’Alfieri ha scritto:

“…ancora conservo una specie di diario che per alcuni mesi avea avuta la costanza di scrivere annoverandovi non solo le mie sciocchezze abituali di giorno in giorno, ma anche i pensieri, e le cagioni intime, che mi facevano operare o parlare; il tutto per vedere se, in così appannato specchio mirandomi, il migliorare d’alquanto mi venisse poi a riuscire.”

Molti scrittori hanno usato il diario per registrare fatti e sensazioni in una sorta di “magazzino” da cui attingere secondo l’ispirazione, in cui ripescare materiale da sviluppare poi in un’opera letteraria. Così, per esempio, hanno fatto Goethe, Stendhal, Tolstoj e Kafka i quali hanno usato il diario anche per raccogliere informazioni ed emozioni. Ma può anche essere il mezzo con cui far conoscere ad altri una parte della nostra vita, per lasciare una traccia dei nostri pensieri e delle nostre esperienze.

Virginia Woolf si chiedeva:

“Scrivo per i miei stessi occhi? E se non per i miei, per quali occhi? Una domanda interessante, direi”.

Se il diario nasce come un’esternazione privata, intima, spesso poi cerca un dialogo con altri. L’io narrante sente l’esigenza di un destinatario, di un lettore con cui confrontarsi. Il diario allora diventa un dialogo con un interlocutore che però può anche essere immaginario. O, in qualche caso, può essere lo stesso io, cioè l’immagine che lo specchio rimanda. Diario dunque specchio di noi stessi, come diceva l’Alfieri, ma anche filtro perché sul diario non si può scrivere tutto.

Qualcuno ha detto:

“Il diario è un calendario riempito di parole”.

Ogni pagina del diario reca una data che deve rispettare la cronologia e in ogni pagina sono annotati i fatti e le emozioni vissute in quella giornata. Ma è chiaro che non c’è spazio per riportare tutti i fatti, tutte le emozioni, chi scrive quindi deve necessariamente fare una scelta. Ecco che il diario diventa un filtro, tutto ciò che è irrilevante è scartato, ma può capitare anche che venga scartato ciò che si ritiene inopportuno o che si voglia di proposito nascondere o cancellare dalla memoria. Consapevolmente o inconsciamente l’io narrante fa una scelta. Questa rielaborazione degli argomenti è più evidente se il diario è destinato, fin dall’inizio della sua stesura, alla pubblicazione. In questo caso non potrà essere scritto di getto, occorre che il discorso sia organizzato perché risulti chiaro al lettore. Ogni giorno è autonomo, ma è in rapporto con i precedenti e i successivi. le parti devono essere armoniche e collegate tra di loro per formare una trama con un inizio e una fine, un filo conduttore, come in un romanzo. Così il diario diviene un’opera letteraria.

DIARIO E FINZIONE

A volte, in letteratura, romanzo e diario si intrecciano, all’interno di un romanzo trova spazio un diario. Questo avviene, per esempio, ne “Le confessioni di un Italiano” di Ippolito Nievo. Qui l’autore alla fine del romanzo dà la parola ad un personaggio, il figlio del protagonista ed io narrante, riportando le pagine del suo diario. In questo caso non si tratta di un diario autentico, ma di invenzione. Come avviene tutte le volte che lo scrittore inventa un personaggio il quale racconta la sua vita. E’ quindi un romanzo che ha la forma di un diario e questo può essere un diario personale, intimo, ma anche inserito in un contesto storico vero. In ogni caso si tratta pur sempre di un’invenzione letteraria.

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Il diario “romantico”

Notre Dame de Paris: una cattedrale e un romanzo

 

1-Incendio.jpgIl 15 aprile 2019 verso le 18,00 un incendio scoppiava sul tetto della chiesa di Notre Dame de Paris, il simbolo religioso della città. Poco dopo la notizia rimbalzava su tutte le televisioni francesi e poi del mondo. Per ore abbiamo assistito in diretta, increduli e sbigottiti, allo spettacolo delle fiamme, che avvolgevano la copertura della chiesa, e del crollo della sottile guglia.

Penso che il pensiero di molti sia corso, quella sera, ad un grande capolavoro della letteratura francese dell’800, uno dei libri più famosi e più letti, “Notre Dame de Paris” scritto nel 1831 da Victor Hugo. E probabilmente a qualcuno sarà tornato in mente un brano in particolare:

“Tutti gli occhi erano diretti verso la cima della cattedrale, ed era qualcosa di straordinario quello che stavano vedendo: nella parte più alta dell’ultima galleria, sopra il rosone centrale, c’era una grande fiamma che saliva tra i campanili con un turbinio di scintille, una grande fiamma che si ribellava furiosa.”

2-Edizione 1836Una frase che sembra profetica anche se nel libro non si tratta di un vero e proprio incendio ma di uno strattagemma attuato dal gobbo Quasimodo, per mettere in salvo Esmeralda. La trama del romanzo è nota a tutti, le sue pagine hanno ispirato film, opere teatrali, un musical, cartoni animati e fumetti, e altrettanto famosi sono i suoi personaggi: Esmeralda, la bella zingara, Frollo, il bieco arcivescovo e soprattutto il gobbo Quasimodo, l’essere mostruoso che nasconde in sé un animo sensibile.

Ma, se leggiamo attentamente, ci accorgiamo che il vero protagonista dell’opera è un altro, anzi un’altra. E’ la chiesa di Notre Dame, che non è la cornice passiva in cui si svolgono i fatti, ma è il fulcro vivo, incombente e inquietante intorno al quale si muovono i personaggi e si snodano le vicende. Personaggi e vicende diventano allora solo un pretesto ideato dall’autore per raccontare la chiesa. Ma perché? A quale scopo?

LA STORIA DI NOTRE DAME

Per svelarlo è necessario raccontare la storia di questa chiesa: una storia lunga,3-Illustrazione ed.1836.jpg drammatica, molto interessante. Nel XII secolo esistevano a Parigi, sull’isola della Senna, due piccole chiese. Il vescovo, ritenendole ormai inadeguate per la città che stava crescendo e che ospitava la corte del Re, le fece abbattere per edificare una nuova grande chiesa, costruita secondo i canoni dello stile gotico medievale.

La prima pietra fu posta nel 1163; la tradizione dice alla presenza del Papa Alessandro III. La costruzione andò avanti per circa un secolo; fu ultimata nel 1250 e da allora la grande cattedrale, dedicata al culto della Madonna, un culto molto sentito e diffuso nel Medioevo, fu testimone della vita di Parigi e della Francia. Sotto le sue alte volte è passata tutta la storia di quel paese e della sua Monarchia: incoronazioni, matrimoni, funerali, Te Deum di ringraziamento.

Accanto ai grandi avvenimenti, l’edificio ha però visto scorrere anche la vita quotidiana del popolo. A quell’epoca le chiese erano la casa di tutti e soprattutto dei diseredati, dei mendicanti, di quelli che non avevano una loro casa e lì si riparavano. Spesso accadeva che scoppiassero delle risse e che tipi poco raccomandabili disturbassero le funzioni. I canonici avevano il loro bel daffare per tenerli lontani almeno dagli altari.

Arriviamo fino al 1700, epoca in cui impera lo stile barocco, uno stile accademico che non ama il gotico ritenuto primitivo, rozzo, barbarico. Fu deciso quindi di ristrutturare la chiesa secondo i nuovi canoni architettonici. Ci pensò Jules Hardouin-Mansart, l’inventore degli abbaini (da cui la parola mansarda), il quale senza crearsi troppi problemi distrusse l’altare maggiore, il coro, le statue, tutto ciò che non corrispondeva al gusto moderno. Le pareti furono ridipinte nascondendo gli antichi affreschi, le vetrate policrome sostituite da altre con i fiordalisi, lo stemma della casa regnante, i Borbone. Nel 1771 proseguì l’opera di distruzione; fu sventrato il portale principale adorno di artistiche sculture per permettere ai grandi baldacchini usati durante le processioni di entrare e uscire facilmente. Non avevano evidentemente preso in considerazione la possibilità di ridurre le dimensioni dei baldacchini!!

La rivoluzione del 1789 compì l’opera: le statue dei Re dell’Antico Testamento (scambiati per i Re di Francia Clodoveo, Pipino, Carlo Magno) furono distrutte per eliminare ogni richiamo monarchico, divelte per lo stesso motivo le vetrate con i fiordalisi e abbattuta la sottile guglia (forse per decapitare simbolicamente la cattedrale, come qualcuno ha affermato?). I canonici furono allontanati, venduti o fusi gli arredi per ricavarne armi. Alla fine la grande cattedrale divenne un magazzino di vini, pieno di botti e damigiane.

Nel 1801 l’edificio tornò alla Chiesa, nel 1802 fu celebrata la prima Messa e nel 1804 si tenne la solenne cerimonia dell’incoronazione di Napoleone.  Ma pochi furono gli interventi di restauro per riparare ai gravi danni perpetrati nei secoli precedenti. Inoltre lo stile gotico, considerato il frutto di una civiltà barbara, ancora non era ben visto.

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VICTOR HUGO

6-Hugo giovane.jpgMa c’era un giovane scrittore che non era dello stesso parere, anzi riteneva che l’architettura medievale rappresentasse “il grande libro dell’umanità” e quindi andasse preservata. Temendo che la chiesa venisse distrutta, seguendo la sorte di altri monumenti gotici della città, il giovane si adoperò perché ciò non avvenisse, usando l’unico mezzo di cui disponeva: la penna. Ma era un mezzo poderoso perché quella era la penna di Victor Hugo.

Scrisse Hugo:

“Il tempo è cieco e l’uomo è stolto…Se avessimo il piacere di esaminare una ad una le diverse tracce di distruzione impresse sull’antica chiesa, quelle dovute al tempo sarebbero la minima parte, le peggiori sarebbero dovute agli uomini”

Ritenendo che qualche articolo non fosse sufficiente, lo scrittore pensò di costruire intorno alla chiesa un grande romanzo d’amore ambientato proprio nel medioevo. Pubblicò così, nel 1831, il suo capolavoro “Notre Dame de Paris”. In un passo dell’opera così scriveva Hugo:

“L’arte magnifica creata dai Vandali fu uccisa dalle Accademie. Ai secoli, alle rivoluzioni che devastavano sì, ma con imparzialità e grandezza, è venuto ad aggiungersi lo sciame degli architetti di scuola…che preferiscono e adottano soluzioni di gusto deteriore, sostituendo i fronzoli del Luigi XV ai merletti gotici…”

Il momento era storicamente propizio: all’accademismo del ‘700 si stava sostituendo il movimento romantico che rivalutava il medioevo, la sua cultura e la sua arte. Il romanzo ebbe un enorme successo e attirò l’interesse di molta gente che si recò a visitare la chiesa per vedere i luoghi dove si svolgeva l’azione. Sulla spinta dell’opinione pubblica e presa coscienza del nuovo clima culturale, chi di dovere decise che era arrivata l’ora di risistemare quella chiesa restituendola al suo ruolo prestigioso. Così nel 1844 iniziarono i lavori di restauro con lo scopo di riportare il monumento, per quanto possibile, alle sue forme originarie. L’incarico fu dato ad un grande architetto Viollet-le-Duc e Victor Hugo fu nominato tra i supervisori. Tra gli altri interventi, uno dei più importanti fu la ricostruzione della guglia che era stata distrutta. Quella guglia che, per un tragico destino, un anno fa è stata di nuovo distrutta dal fuoco dell’incendio.

Concludiamo con alcune considerazioni. Si dice che Hugo si sia ispirato per il personaggio di Quasimodo a una persona reale: uno scultore che frequentava la chiesa e che presentava una vistosa malformazione per cui era chiamato “il gobbo”. Lo scrittore l’aveva notato e riuscì a farlo assumere per i lavori di restauro. Sempre riguardo al personaggio di Quasimodo qualcuno ha visto in lui la rappresentazione umanizzata della cattedrale, così come la vide Hugo, devastata, fatiscente, ma con un’anima capace ancora di emozionare. Sarà la grandezza della sua storia, sarà la bellezza delle sue alte volte che aspirano a raggiungere il cielo, è un fatto che Notre Dame, edificata in onore della Madonna più di 800 anni fa, è diventata un simbolo non solo di Parigi e della Francia, ma della religiosità e dell’arte universale.

Tutti, quella sera del 15 aprile 2019, vedendo le fiamme divorare la guglia, abbiamo provato un brivido e un senso di smarrimento perché quel fuoco si portava via anche qualcosa di noi, della nostra cultura, del nostro passato. Ma questa volta la ricostruzione è partita subito, questa volta non c’è stato bisogno di un Victor Hugo.

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La gatta del Petrarca

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Questa “scheggia” è dedicata, in particolare, a tutti coloro che amano i gatti. Che cosa c’entrano i gatti con i libri? C’entrano perché il gatto in questione, anzi la gatta, è passata alla storia (quella piccola piccola) per essere stata tanto amata da un grande poeta e per essere stata la sua silenziosa compagna negli ultimi due anni di vita.

FRANCESCO PETRARCA

ritratto Petrarca.jpgFrancesco Petrarca, come abbiamo già avuto modo di scrivere, ha avuto una vita alquanto movimentata, eternamente combattuto tra i beni materiali e lo spirito, irrequieto viaggiatore, sempre in giro per l’Italia e l’Europa fino a quando, nel 1370, ormai anziano e sofferente, si ferma e si stabilisce definitivamente ad Arquà, un tranquillo paese dei Colli Euganei non lontano da Padova. Il luogo è ameno, ricco di boschi, di uliveti e di vigneti: forse gli ricorda un po’ la natia Toscana. Anche la casa è bella e ha un bel giardino. A Petrarca piace e ci si trova bene: lì trascorre serenamente le sue giornate, dedicandosi allo studio e alla revisione delle sue opere, soprattutto delle rime del Canzoniere.

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La casa del Petrarca ad Arquà dal 1370 al 1374. Oggi è un museo

Scrive anche le sue ultime lettere, che andranno a completare la raccolta delle Epistole.

Alla fine del 1370, in una lettera al fratello dice:

“Qui fra i colli Euganei, a non più di dieci miglia da Padova, mi sono costruito una casa piccola ma deliziosa, cinta da un oliveto e da una vigna… E qui, benché ammalato, vivo pienamente tranquillo, lontano da ogni confusione, ansia e preoccupazione, passando il mio tempo a leggere e a scrivere”.

LA GATTA

 In una bella giornata estiva del 1372, il poeta è nel suo studiolo e sta lavorando. Fa caldo e le porte e le finestre sono aperte sul giardino; silenziosamente, venuto chissà da dove, con il suo passo felpato, entra una gatta.

E’ lo stesso Petrarca che due anni dopo racconta l’episodio, in quella che è ritenuta la sua ultima lettera, scritta l’8 luglio 1374, pochi giorni prima della sua morte, e indirizzata all’amico Boccaccio. Così la descrive:

“E’ una gatta, ha macchie di tre colori diversi…zampe lunghe…un mantello morbido come la più raffinata delle sete, ma sono gli occhi quel che la rende speciale…Il suo occhio sinistro è verde brillante come un lago di montagna, l’altro è del misterioso colore dell’ambra luccicante. E’ entrata nella mia casa e nel mio cuore un bel giorno d’estate mentre stavo completando la mia raccolta di vite De viris illustribus..”

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Petrarca nel suo studiolo con la gatta. Affresco di anonimo, XIV sec. Si trova nella Sala dei Giganti-Facoltà di Lettere Università di Padova.

La gatta e il Petrarca si guardano con curiosità, si studiano. La bestiola, vinta la diffidenza iniziale, si muove cauta nella stanza, annusa, si “struscia” alla maniera tipica dei felini contro i mobili, le gambe delle sedie, le pile dei libri. Poi, evidentemente soddisfatta, si sdraia sul pavimento scaldato dal sole. Per il poeta è un colpo di fulmine: chiama un servitore e fa portare del latte e del formaggio, accarezza la gatta e quella fa le fusa. Da quel momento diventano compagni inseparabili, lei lo seguirà nelle sue passeggiate in giardino e nello studiolo, comodamente sprofondata in un cuscino o accoccolata ai suoi piedi, osserverà sorniona e condiscendente il poeta al lavoro. Il poeta ammira il suo carattere:

“La gatta tiene molto alla sua libertà personale, e ti adula solo se le va. Quando la chiamo viene solo se ne ha voglia. Non conosco altri animali tanto liberi e indipendenti”.

La bestiola ha preso possesso della casa e del giardino e ne è diviene padrona e custode. “Con le unghie e con i denti” difende il suo territorio dall’intrusione di altri gatti, ma anche dei topi, pericolosi divoratori di carta e questo la rende particolarmente utile e cara al Petrarca che è un grande collezionista di libri.

“I libri sono sempre stati la mia vita. Per questo quando morirà sarà imbalsamata, e la sua memoria onorata per sempre…Ti farebbe piacere comporre un epigramma per l’epitaffio? Te lo chiedo come mio ultimo desiderio, io non sono nella condizione di farlo. La amo troppo e non potrei celebrare la sua morte prima del tempo”.

Il Petrarca parla proprio di amore, addirittura mette sullo stesso piano il sentimento che prova ancora per Laura e ora anche per la gatta. Così scrive all’inizio della stessa lettera:

“Laura, l’amore della mia vita,… che la peste mi ha portato via già da un’eternità ad Avignone, ancora adesso dopo molto tempo dalla sua morte è la regina incontrastata del mio cuore. Eppure un giorno… una gatta è entrata a far parte della mia vita insidiandone il primato. Da allora, questi due esseri si contendono lo scettro del mio cuore combattendo una lunga lotta travagliata, che ancora non ha un vincitore, sul campo di battaglia dei miei pensieri e sentimenti”.

 E conclude, prima di salutare, con un “addio per sempre”, l’amico Boccaccio:

“… non c’è da stupirsi che io abbia un tale pensiero alla fine della mia vita: l’umanità si può suddividere grossomodo in due categorie. In coloro che amano i gatti e in coloro che vengono puniti dalla vita”.

Alla gatta del Petrarca sono stati dedicati saggi e versi. Tra tutti ricordiamo quelli del Tassoni nella “Secchia rapita”:

“  …e ‘l bel colle d’Arquà poco in disparte,

          che quinci il monte e quindi il pian vagheggia;

                  dove giace colui, ne le cui carte

                          l’alma fronda del sol lieta verdeggia,

                                    e dove la sua gatta in secca spoglia

                                              guarda da topi ancor la dotta soglia.”

la lapide.jpgAlla fine del 1500 uno dei proprietari della casa, che nel frattempo era diventata meta di studiosi e ammiratori del Petrarca, ebbe l’idea di esporre in una teca di vetro, posta in una nicchia, un gatto imbalsamato. Sotto, una iscrizione in latino dice: “Il poeta toscano arse di un duplice amore: io ero la sua fiamma maggiore, Laura la seconda. Perché ridi? Se lei la grazia della divina bellezza, me di tanto amante rese degna la fedeltà; se lei alle sacre carte diede i ritmi e l’ispirazione, io le difesi dai topi scellerati. Quand’ero in vita tenevo lontani i topi dalla sacra soglia, perché non distruggessero gli scritti del mio padrone. E ora pur da morta li faccio tremare ancora di paura: nel mio petto esanime è sempre viva la fedeltà di un tempo.”

Così, in qualche modo si sono rispettate le ultime volontà del poeta, anche se la gatta non è la stessa e l’epigrafe non è del Boccaccio.

 

La difficile ascesa di un poeta

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Petrarca e la farandola (ballo tipico provenzale) – Olio su tela 1900

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Il Canzoniere “Talloniano”

Tra le tante stampe moderne del “Canzoniere” di Francesco Petrarca, una merita di essere qui citata, come partenza del nostro viaggio di oggi. Si tratta dell’edizione curata e commentata da Gianfranco Contini (uno dei maggiori filologi e storici della letteratura italiana), stampata a Parigi nel 1949 da Alberto Tallone, su carte pregiate con la tecnica artigianale dei caratteri mobili.

“Solo e pensoso i più diversi campi…”

“Chiare, fresche, e dolci acque…”

IL CANZONIERE

Il Canzoniere è senz’altro l’opera più famosa del Petrarca. Chi non conosce queste rime che con la loro eleganza hanno contribuito a conferire grandezza al volgare italiano elevandolo a lingua “aristocratica” e non più solo popolare? E pensare che Petrarca non dava alle sue rime molta importanza, come se fossero opere minori. Lui che rimproverava a Dante di aver scritto la sua “Comedia” in volgare, lui che riteneva il latino la sola vera lingua letteraria. Lui che però impiegò 40 anni per scrivere i 366 componimenti del suo Canzoniere, continuando a correggerli, a migliorarli…a limarli, tanto dar vita all’espressione “limatio petrarchesca” per indicare proprio il continuo aggiustamento stilistico di un’opera.

Portrait of Francesco Petrarca (1304-1374)

Francesco Petrarca

Ma Petrarca non fu solo un grande poeta. Fu anche filosofo e filologo, bibliofilo, ispiratore e iniziatore di quell’importante movimento culturale che si chiama Umanesimo, che voleva riscoprire la cultura classica latina attraverso lo studio dei suoi testi e poneva l’uomo al centro della speculazione filosofica. Personalità complessa, Petrarca da una parte subiva le lusinghe della vita mondana, dall’altra aspirava ad una vita ascetica e solitaria, a contatto con la natura; uomo irrequieto, viaggiatore instancabile, il suo peregrinare lo portò in giro per l’Italia, la Francia, la Svizzera, la Germania, il Belgio, la Cecoslovacchia. Soggiornò a lungo in Provenza, prima a Carpentras e più tardi ad Avignone, dove il Papato aveva spostato la sua sede. E’ su questo secondo soggiorno provenzale che ci vogliamo soffermare oggi.

 

PETRARCA E LA PROVENZA

La prima cosa che ci viene in mente è che proprio lì, ad Avignone, Petrarca incontrò

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Laura e Francesco

Laura, la donna che divenne la sua ispiratrice e alla quale dedicò le sue rime. E proprio lì, alle splendide sorgenti della Sorgue, in Vaucluse, la vide, o immaginò di vederla, bagnarsi nelle “chiare, fresche, e dolci acque”. Ma la nostra attenzione si sposta poi in un’altra località, non lontana, e ad un altro episodio, forse meno conosciuto, ma di grande importanza per la ricostruzione della vita e del pensiero del poeta. E per farlo lasciamo il Canzoniere e apriamo il libro delle “Epistole”: lettere indirizzate a famigliari o amici, ma già destinate ad un pubblico di lettori più vasto. Si tratta di 350 lettere, scritte in prosa latina tra il 1350 e il 1366.

 

Ascesa al Mont Ventoux

Una, in particolare, ci colpisce, forse la più importante e sicuramente la più famosa: è la prima lettera del IV libro, indirizzata all’amico Dionigi di Borgo San Sepolcro, monaco agostiniano e teologo, con il quale il poeta intratteneva stretti rapporti discutendo di filosofia e di teologia e dal quale aveva ricevuto in regalo una copia de “Le confessioni di Sant’Agostino”. In questa lettera il Petrarca racconta l’ascensione al Monte Ventoux compiuta nel 1336 insieme al fratello Gherado.

“Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita…”

Il Mont Ventoux è un massiccio montuoso che sorge isolato a una trentina di chilometri da Carpentras, si eleva fino a 1912 metri di altitudine ed è quasi sempre battuto da forti venti. L’idea di scalarlo era venuta al Petrarca dopo aver letto, nell’opera storica di Tito Livio “Ab urbe condita”, che il re di Macedonia Filippo V nel 200 a.C. circa era salito sul monte Emo in Tessaglia. Preso dalla curiosità, il 24 aprile del 1336, dunque, partì con il fratello per compiere questa impresa che, tra l’altro, la cronaca registra come la prima ascesa di quel monte documentata storicamente.

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Il Mont Ventoux – 1912 metri

La salita si presentava molto difficile.

 “Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile…Incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima…, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica…Ma il desiderio cresceva per il divieto…”

La lettera prosegue con la descrizione dettagliata della salita, delle difficoltà incontrate per via della natura selvaggia, della stanchezza che si faceva sempre più pesante, soprattutto per il poeta, mentre il fratello, più giovane, riusciva a salire con minor sforzo. La fatica portò quasi il Petrarca a pentirsi di aver intrapreso l’ascesa e a desiderare di tornare indietro, ma, ancora una volta, la curiosità e lo spirito d’avventura ebbero il sopravvento. Cercò allora sentieri più facili, ma seguendo questi si allungava il cammino.

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Quando infine arrivò in vetta, si guardò intorno. Vide le nuvole sotto di lui, la vasta pianura solcata dal Rodano che arrivava fino al mare, luccicante sotto il sole, da una parte e le lontane Alpi dall’altra e allora si commosse. Prese il libretto delle Confessioni di Sant’Agostino, che aveva portato con sé, lo aprì a caso e lesse questa frase:

“ …e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano sé stessi”.

Stupito scrisse all’amico Dionigi:

“Rimasi, te lo confesso, stordito…Sazio della contemplazione del monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso; né più dissi parola…”

ASCESA SPIRITUALE

Di Petrarca sappiamo che, oltre ad essere uomo di cultura, era amante della natura e delle escursioni in luoghi anche selvaggi e, in particolare delle arrampicate in montagna. Ma l’ascesa al Monte Ventoux non fu solo un’impresa alpinistica, fu soprattutto un’ascesa spirituale. La salita inizia il 26 aprile e già in questa data vediamo un significato simbolico perché quel giorno cadeva il venerdì della Settimana Santa.

L’ascesa rappresenta la crisi spirituale che il Petrarca stava attraversando, le difficoltà che incontra sono i vincoli materiali, i piaceri terreni che con le loro lusinghe tengono ancora legato il poeta e che frenano il percorso della sua anima verso la salvezza a cui aspira fortemente. Il raggiungimento della vetta rappresenta la conquista di questa salvezza. Una conquista ardua che ha richiesto un percorso di maturazione non facile e un notevole impegno, necessario però per scalare il monte così come per vincere “i desideri suscitati dalle passioni terrene”.

Per dovere di cronaca, va detto che alcuni studiosi (pochi, per la verità) sostengono che l’escursione al Mont Ventoux sia solo simbolica e che in realtà non sia mai veramente avvenuta: si tratterebbe solo di un’ascesa spirituale che il poeta avrebbe descritto inserendola in un contesto naturale. Ma la maggior parte dei critici e degli storici più accreditati affermano che la salita fu veramente effettuata dal Petrarca ed esistono prove attendibili di questo fatto. Gli unici elementi che si potrebbero mettere in discussione sono la data del 26 aprile e il fatto che il poeta, giunto in cima, abbia aperto il libro di sant’Agostino proprio a quella pagina. Questi elementi verosimilmente potrebbero essere stati aggiunti per accrescere il significato simbolico dell’evento: il Venerdì Santo ricorda la salita al Golgota di Gesù Cristo (salita verso la salvezza dell’uomo), mentre la figura di Sant’Agostino rappresenta per il Petrarca un punto di riferimento importante nella sua ricerca spirituale.

L’Esposizione Universale di Filadelfia del 1876: una storia anche italiana

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Nel corso del 1876, a Milano, dallo stabilimento tipografico dell’editore Edoardo Sonzogno uscì, a dispense, la cronaca dettagliata della grande Esposizione Universale che si teneva in quei giorni a Filadelfia.

Si trattava di 80 dispense, al costo di 25 centesimi l’una (20 per gli abbonati), destinate ad essere poi assemblate e rilegate in due volumi. Un’opera imponente che raccontava ai lettori italiani tutto quello che c’era da sapere su quell’evento eccezionale: articoli di vari autori e centinaia di pregevoli illustrazioni in bianco e nero raffiguranti gli eleganti i padiglioni in cui si svolgeva l’esposizione, momenti e manifestazioni particolari, le novità tecnologiche esposte, ma anche suggestivi paesaggi degli Stati Uniti, un paese ancora poco conosciuto dalla maggior parte degli italiani.

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Il risultato sono due volumi di grande formato che sfogliati adesso, dopo più di cento anni, aprono infinite porte su una manifestazione insolita ed eccezionale per l’epoca, su un paese allora ancora nuovo, ma soprattutto su un mondo così diverso da quello in cui viviamo e che è interessante scoprire, come tutto ciò che fa parte del nostro passato.

L’ “Esposizione centennale delle arti, della manifattura e dei prodotti del suolo e delle miniere” si tenne a Filadelfia dal 10 maggio al 10 novembre del 1876. La scelta del luogo e dell’anno era dovuta al fatto che si voleva commemorare la nascita degli Stati Uniti d’America, avvenuta lì, a Filadelfia, cento anni prima, il 4 luglio 1776 quando i rappresentanti delle prime tredici colonie avevano proclamato solennemente la propria indipendenza.

Per questo motivo, sul frontespizio dell’opera compare l’immagine di una campana: è quella che suonando a festa aveva annunciato al popolo il grande evento.

Sulla prima pagina della prima dispensa, inoltre, compare la raffigurazione del busto di Giorgio Washington, statua che fu realizzata per l’occasione dallo scultore Pietro Guarnerio e che è stata esposta, insieme ad altre opere artistiche, nel padiglione italiano. Washington non è rappresentato in posa solenne a cavallo, come solitamente siamo abituati a vedere, ma nell’atto di rinunciare al potere per ritirarsi a vita privata. Un’ aquila, simbolo degli Stati Uniti, completa la base del busto.

“… la giovane America ha aperta una palestra artistica, scientifica, industriale e commerciale a tutte le nazioni del mondo: ha aperto un convito dei popoli, che tale si può chiamare un ‘ Esposizione Universale”

Così cita l’articolo introduttivo della prima dispensa, dopo aver riportato un passo della Dichiarazione d’ Indipendenza.

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Il padiglione italiano

Seguono poi tutti gli articoli, di autori diversi, per la maggior parte non firmati, che ripercorrono sempre lo stesso schema: ci sono i cataloghi degli espositori e poi le varie rubriche, quella che descrive i diversi padiglioni, quella della cronaca degli avvenimenti che si susseguono, quella delle invenzioni tecnologiche, quella che riguarda il padiglione italiano e le sue varie iniziative e via dicendo. Il tutto, come si è visto, illustrato da centinaia di bellissime incisioni. 37 sono le nazioni partecipanti. L’Italia è presente con 1092 espositori.

E’ curioso, a questo proposito, notare come la redazione delle dispense Sonzogno esprima aspre parole di critica nei confronti del governo italiano che non ha voluto rispondere all’invito a partecipare a tale manifestazione e non ha dato quindi nessun tipo di aiuto all’iniziativa. Si sono mossi invece, con entusiasmo ed efficienza molti privati, imprenditori e non, che si sono uniti in comitati e hanno reso possibile una partecipazione consistente e rappresentativa del nostro paese.

Ampio spazio è dedicato alla descrizione di quella che, con un termine moderno ormai di uso comune, chiamiamo location, descrizione da cui traspare un grande apprezzamento ed anche un senso di meraviglia per la modernità, l’efficienza e non ultima la bellezza delle soluzioni trovate.

I padiglioni si trovano in un grande parco di 450 acri alla periferia della città, raccolti intorno ad un piccolo lago e divisi tra loro da piacevoli giardini e boschetti.

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L’inaugurazione

Per la prima volta, rispetto alle precedenti Esposizioni Universali che erano tutte racchiuse in un unico edificio, questa Esposizione si snoda in diversi edifici separati, organizzati per tema.

Ai 5 più importanti, il padiglione centrale, quello delle arti, dei macchinari, dell’orticoltura e dell’agricoltura, si aggiungono altri 200 più piccoli che rappresentano gli Stati federati, le varie Nazioni ospitate e le aziende private. Infine c’è, modernità assoluta, il padiglione delle Donne che vuole  evidenziare e valorizzare il ruolo importante della donna nella società dell’epoca.

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Il padiglione centrale è il più grande e funziona come introduzione alla visita, il secondo in grandezza è l’edificio che ospita i macchinari, tra questi il Corliss Centennial Steam Engine, il gran motore, una delle meraviglie dell’esposizione, un motore a vapore alto 70 piedi, pesante 700 tonnellate con 1600 cavalli di potenza il cui unico scopo è quello di mettere in moto i congegni meccanici in esposizione.

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Il grande motore

Ma il padiglione più bello è senz’altro quello dell’arte: su una parete di 75mila piedi sono esposti dipinti provenienti da tanti paesi e in un’area di 20mila piedi sono raccolte le opere di scultura.

 E’ l’unico edificio tuttora in funzione; dopo l’Esposizione è rimasto aperto come Museo d’arte, attualmente ospita il Please Touch Museum che, attraverso mostre interattive, si occupa dell’educazione infantile, in particolare dell’apprendimento attraverso il gioco.

Tra i mille argomenti trattati nelle dispense Sonzogno, da cui siamo partiti, uno ci sembra particolarmente interessante, ma anche divertente, per noi uomini e donne del XXI secolo: quello delle nuove, per l’epoca, invenzioni.

Siamo verso la fine del 1800, l’era industriale è già iniziata, lo sviluppo della ricerca e della tecnica ha cominciato a dare i suoi risultati; è tutto un susseguirsi esaltante di scoperte e invenzioni. Alcune, in particolari, colpiscono i visitatori dell’Esposizione e noi non possiamo non citarle perché rappresentano dei punti focali nello sviluppo del progresso moderno. Parliamo del telefono di Bell, del telegrafo di Edison, della macchina da scrivere di Remington, della dinamo elettrica, precursore della torcia elettrica, ed anche del più banale, ma non meno apprezzato, ketchup inventato da Henry John Heinz. E’ senz’altro curioso leggere gli articoli che riguardano queste invenzioni che allora hanno destato tanto stupore a ammirazione. Stupore e ammirazione che ora a noi, individui supertecnologici, sembrano un po’ infantili e le parole enfatiche che le descrivono ci fanno sorridere.

Si parla della macchina da scrivere:

“…l’apparecchio è composto di due parti: un carro cilindrico che porta la carta e avanza … d’un passo uguale alla larghezza di un carattere, ogni volta che si tratta di far comparire una lettera; e la seconda parte, che è destinata a far muovere i tipi. Il carro, giunto alla fine della lunghezza di una linea, fa suonare un campanello, che avverte il lavorante, il quale ripone il carro nella sua primitiva posizione…facendo fare un moto di rotazione eguale alla larghezza d’una interlinea…”La seconda parte dell’apparecchio è una tastiera, i cui tasti, schierati su quattro linee di profondità, fanno muovere, con un meccanismo di leve e molle, alcuni martelli…Ognuno di questi martelli porta alla sua estremità….un tipo, che presenta una delle lettere dell’alfabeto in majuscoletto, ovvero un segno ortografico o numerico. Allorquando è colpito un tasto, si alza tosto il martello… Un urto si esercita sopra un nastro perennemente tinto d’inchiostro, che procede sotto i martelli od il carro sul quale è la carta, e v’imprime così la lettera che presenta il martello…”

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E ancora:

“…Se…si pone sul cilindro del carro una serie di fogli…,separati da fogli di carta nera da calco, l’urto dei caratteri portati dai martelli sarà abbastanza potente…per fare scrivere la lettera su ciascuno di questi fogli. Si possono dunque avere a un tempo cinque, sei…copie della stessa scrittura.”

Un diario “epidemico”: Daniel Defoe e la peste di Londra

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“Ai primi di settembre del 1664 cominciò a correre voce a Londra e anch’io ne intesi parlare nel mio quartiere, che in Olanda c’era di nuovo la peste…”

image.pngCosì inizia il ”Journal of the Plague Year”, il Diario dell’Anno della Peste, scritto nel 1722 da Daniel Defoe, giornalista e scrittore inglese, autore di “Robinson Crusoe” e “Moll Flanders”.

Quando scoppiò quella terribile epidemia che cambiò il volto di Londra e passò alla storia come “la grande peste”, Defoe aveva solo 5 anni e quindi è ipotizzabile che ne conservasse solo un vago ricordo. Ma accadde qualcosa, nel 1721, che forse ne riportò alla luce qualche frammento, se non altro quello di ciò che avrà sentito in seguito raccontare in famiglia.

Nel 1720, infatti, in Francia scoppiò un’altra epidemia, che fortunatamente però fu contenuta sia come diffusione che come numero di morti. Tuttavia inizialmente questo fatto suscitò una grande impressione ed apprensione negli Inglesi, per il timore che il nuovo contagio potesse dilagare e raggiungere il loro paese.

Sull’onda emotiva di questa paura collettiva, ma anche, e forse soprattutto, per la necessità sempre presente di guadagnare per sanare la sua precaria situazione economica, Defoe scrisse il Diario della peste di Londra del 1665. Prima di analizzare l’opera è necessario illustrarne il quadro storico e i terribili avvenimenti che sono l’oggetto della narrazione.

La Grande Peste di Londra

La peste è stata, in passato, una malattia piuttosto diffusa. Oltre alle molte epidemie che la storia riporta fin dall’antichità, sporadicamente si verificavamo episodi, certamente causati dalla mancanza di norme igieniche appropriate, che per fortuna rimanevano limitati.

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Nell’autunno del 1664 a Londra si ebbero alcuni casi di peste bubbonica, causata, come si capì solo molto più tardi, dai topi sbarcati dalle navi provenienti dall’Olanda che trasportavano balle di cotone. L’inverno seguente fu molto freddo questo limitò la diffusione del contagio, ma la primavera e soprattutto l’estate seguente furono molto calde e ciò provocò la catastrofe. In breve il morbo si diffuse in maniera incontrollabile. Le zone inizialmente più colpite furono ovviamente le zone più povere, quelle dove già normalmente la vita era precaria e l’igiene assolutamente inesistente. Le cronache riportano che già prima dell’epidemia, le3-Per le strade.jpg strade dei quartieri popolari erano sporche, ingombre di rifiuti, vere e proprie fogne a cielo aperto. L’aria di conseguenza era irrespirabile e in questo ambiente degradato i pochi ratti scesi dalle navi trovarono il loro habitat ideale, crescendo così di numero. Il loro proliferare fu favorito anche dal fatto che in città non c’erano più cani e gatti, loro naturali nemici, perché furono tutti sterminati nel timore che contribuissero alla diffusione del morbo. Il contagio quindi si estese a tutta la città e al circondario, spingendosi fino alla zona di Cambridge.

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Dal mese di dicembre del 1664 le autorità cominciarono ad annotare tutti i decessi su un libro che chiamarono Bills of mortality. Alla fine il numero dei morti ufficialmente riconosciuti fu di circa 70 mila, ma tutti concordano nel dire che la cifra più probabile si aggira intorno ai 100 mila. Non c’erano cure per gli ammalati.

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Bills of Mortality

Si riteneva che la causa del male fossero gas velenosi che si trovavano nell’aria (le persone più religiose che si trattasse di un castigo divino) e che le sostanze aromatiche potessero contrastare i vapori letali. Così le autorità ordinarono di bruciare per le strade torce profumate e di spargere spezie, come il pepe. Fu consigliato anche l’uso di tabacco ritenendo che possedesse particolari proprietà antisettiche e purificanti. A questo proposito è interessante notare come l’uso intenso del tabacco in questo periodo, determinò un aumento del suo consumo anche successivamente e ciò produsse un notevole incremento della sua produzione generando un mercato molto fiorente.

Le misure di contenimento

“Ogni casa infetta dovrà essere contrassegnata da una croce rossa lunga trenta centimetri, al centro della porta, ben visibile, assieme alla scritta “O signore, abbi pietà di noi”, proprio sopra la croce, e fino alla riapertura legale di quella casa”.

Questa era una delle tante disposizioni emanate: le famiglie in cui c’era un ammalato dovevano rimanere chiuse in casa. Ogni sera un carro passava a prendere i morti. Non c’erano solo i morti per la peste, molti, non sopportando gli atroci dolori causati dai bubboni, si toglievano la vita certi ormai di essere condannati. Pochissime persone si prendevano cura degli infermi, anche perché la maggior parte dei medici avevano lasciato Londra per raggiungere altre città o tranquilli luoghi di campagna lontani dalla capitale. Così avevano fatto anche tutte le famiglie ricche e nobili e lo stesso Re, Carlo II, che si era trasferito con la corte a Oxford.

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Isaac Newton

Tra gli sfollati c’era anche un giovane scienziato di 24 anni, che era appena stato nominato Bachelor of Arts all’università di Cambridge. Dato che l’università era stata chiusa per l’epidemia, il giovane si era trasferito in campagna, nella sua tenuta di Woolsthorpe e qui, in totale isolamento si era dedicato completamente ai suoi studi, quelli che l’avrebbero portato ad enunciare la famosa teoria gravitazionale. Parliamo, è ovvio, di Isaac Newton il quale, come racconta il celebre aneddoto ebbe l’intuizione mentre studiava nel suo giardino, avendo osservato una mela che cadeva spontaneamente da un albero.

C’è un altro episodio che è interessante ricordare. Un sarto del villaggio di Eyam, nel Derbyshire, tornando da Londra dove era stato per acquistare del cotone, portò nel piccolo paese il contagio che rapidamente si diffuse. Il primo a morire fu proprio lui. La popolazione prese la drastica ed eroica decisione di isolarsi dal resto del mondo, cosa che non salvò gli abitanti, ma permise di circoscrivere il contagio. La quarantena durò quattordici mesi durante i quali gli abitanti dei paesi vicini si impegnarono a portare cibo ed acqua che lasciavano ai limiti del villaggio. Dei 350 abitanti di Eyam, 260 morirono, ma il morbo non si diffuse.

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Nell’autunno del 1665, l’epidemia cominciò a diminuire, ma il pericolo non era ancora cessato e continuerà per un anno, fino al settembre del 1666 quando un grande incendio, partito per caso dalla bottega di un fornaio e non circoscritto subito per noncuranza delle autorità, distrusse quasi tutta la città di Londra. Le fiamme misero così fine alla grande pestilenza.

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Il grande incendio di Londra – 1666

Il “Diario dell’anno della peste” di Daniel Defoe

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Daniel Defoe

Quando tutto questo accadeva, Daniel Defoe era un bambino di 5 anni e abitava con la sua famiglia a Stoke Newngton, un borgo della cerchia di Londra dove il padre esercitava la professione di mercante.

Carattere dinamico e poliedrico, Defoe ebbe una vita movimentata e fece molte esperienze: commerciante, imprenditore, giornalista, saggista e poi scrittore, si occupò anche di economia e di politica. Conobbe il carcere per bancarotta prima e per le sue idee politiche poi. Per tutta la vita dovette lottare per via delle ristrettezze economiche, ma furono proprio queste che lo spinsero a scrivere e così nacquero i capolavori che conosciamo. Iniziò a scrivere tardi e proprio mentre si trovava in carcere. Tornato in libertà continuò a farlo sempre spinto dalla necessità economica. Scrisse il suo capolavoro “Le avventure di Robinson Crusoe” quando aveva 58 anni. Ne aveva 61 quando, nel 1721, scrisse “Il diario dell’anno della peste”.

Si tratta di un diario immaginario, anche se presentato come autentico, scritto da un personaggio non realmente esistito, ma assolutamente fedele alla realtà dei fatti perché contiene testimonianze storiche e documenti autentici. L’io narrante è un sellaio, non meglio identificato, che allo scoppiare dell’epidemia decide di rimanere in città, nonostante il pericolo, per continuare a curare i suoi affari. Fatalista e profondamente cristiano, si affida alla divina provvidenza, convinto, come molti all’epoca e forse anche lo stesso Defoe, che la causa dell’epidemia fosse dovuta ad una punizione divina per il cattivo comportamento degli uomini.

Accanto al diario personale, più intimo, largo spazio è dato alla descrizione e all’analisi minuziosa e lucida degli avvenimenti e dei comportamenti delle autorità da una parte, non sempre preparate ed efficienti, e della popolazione dall’altra, sofferente e terrorizzata. Alle vicende si aggiungono numerose testimonianze e documenti dell’epoca autentici, come le varie ordinanze emesse dalle autorità per cercare di contenere il contagio, le statistiche, il già citato “Bills of Mortality” che riportava in dettaglio gli elenchi dei deceduti e la “Loimologia,” un accurato resoconto dei fatti redatto nel 1672 dal dottor Nathaniel Hodges, uno dei pochi medici che non abbandonarono la città, il quale si prodigò per gli ammalati soprattutto i più poveri con grande dedizione.

A buona ragione il Diario può essere definito allo stesso tempo un romanzo e un documentario: un’ opera che evidenzia quindi la duplice personalità di Defoe, lo scrittore e il giornalista.

PINOCCHIO: un libro e la sua storia – come viaggiare liberi ai tempi del “corona” e delle “zone rosse”.

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Giornate difficili quelle ai tempi del Coronavirus. Il “corona” si è portato via tutto, quotidianità, socialità, energie. Ma noi di “porte dei libri” non vogliamo lasciargli portare via anche i sogni. Ed i libri, come abbiamo sempre sostenuto, sono porte aperte su mondi infiniti. Dunque con i libri possiamo viaggiare nonostante la quarantena, le zone rosse, i limiti giusti imposti nella vita reale. Le lunghe giornate casalinghe permettono di studiare, leggere e riprendere in mano le favole da raccontare ai bambini.

E’ così che l’altra sera ho preso in mano Pinocchio con l’intento di leggerlo ad un bimbetto curioso di 4 anni e a sua sorella. Mi sono ritrovato in mano una elegante edizione che ha una storia particolare. Non è un libro antico. Ma è come se lo fosse. Per raccontare la sua storia dovremmo, se non fossimo in zona rossa, prendere l’auto e dirigerci nel paese di Alpignano.

ALPIGNANO, TALLONE E PABLO NERUDA

Alpignano è una ridente cittadina della Val di Susa situata nel verde sulla riva della Dora Riparia a 10 km. da Torino, della cui cerchia ormai fa parte. Qui ha sede una piccola casa editrice prestigiosa, fondata nel 1938 a Parigi da Alberto Tallone, che nella Ville lumière si era recato per imparare l’arte tipografica, e trasferita poi ad Alpignano nel 1958.

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La famiglia Tallone e la sua stamperia

Nella stamperia, a gestione ancora familiare, si respira aria di altri tempi: dal torchio ottocentesco,  non più di legno, ma di metallo, escono libri stampati a mano con vecchi caratteri mobili di piombo su carte pregiate quasi introvabili, appositamente ordinate a piccole esclusive cartiere, oppure rintracciate con una ricerca appassionata e tenace in antichi depositi di cartiere ormai dismesse. I caratteri sono i più classici, scelti per la loro eleganza e nitidezza; a questi si affianca un carattere creato nel 1949 dallo stesso Tallone e che da lui ha preso il nome, un carattere usato in esclusiva che nulla ha da temere nel confronto con i più famosi Garamond o Bodoni. La tiratura è limitata, ogni edizione ha una sua veste particolare, diversa una dall’altra, ispirata al contenuto del testo.

Dalla Bottega di Tallone sono passati artisti e letterati, tra questi il grande poeta cileno Pablo Neruda che fu ospite ad Alpignano ed ebbe con la stamperia una stretta collaborazione.

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Alberto Tallone, Bianca Bianconi e Pablo Neruda – Alpignano presso Casa Tallone

Tra i tanti titoli, tutti scelti con cura nel panorama letterario e culturale internazionale, accanto a nomi classici come Catullo, Petrarca, Bembo, Leonardo, Leopardi, fino a Emily Dickinson per arrivare ad altri più moderni, uno spicca per la sua apparente modestia.

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L’edizione “Talloniana” del 2014

Si tratta de “Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino” di Carlo Collodi. Un testo apparentemente modesto, dicevamo, ma trattato con la stessa cura dei particolari riservata ai titoli più altolocati. Si tratta di 326 pagine composte a mano con il carattere Garamond, 77 illustrazioni, una tiratura di 450 esemplari, la maggior parte su sei diversi tipi di carte realizzate a mano ormai fuori produzione.

190 esemplari presentano una particolarità che li rende ancora più speciali: sono realizzati su una carta celeste, di puro cotone, prodotta appositamente, per ricordare i capelli della Fata Turchina. L’opera è completata da alcuni saggi su Collodi e il suo burattino.

Come mai Tallone ha scelto questo libro e gli ha dedicato tanta cura? Sappiamo che per la sua stampa ha impiegato 420.000 caratteri e mesi di lavoro. Chiediamoci allora se veramente si tratta di un’opera modesta, di una semplice favoletta per bambini, una delle tante.

Parrebbe proprio di no se pensiamo che il suo successo è stato planetario, la sua diffusione è paragonabile a quella della Bibbia, è stata tradotta in 240 lingue e qualcuno lo considera il secondo capolavoro della letteratura italiana dopo la Divina Commedia. E pensare che Collodi la definì “una bambinata”.

LA “BAMBINATA” DI COLLODI

Ma cominciamo dall’inizio, come è nostra abitudine.

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Carlo Collodi

Carlo Collodi è lo pseudonimo di Carlo Lorenzini, scrittore e giornalista toscano nato e vissuto nell’800. Si racconta che, da quel gaudente che era, un giorno abbia perso al gioco una forte somma e un suo amico editore si sia offerto di aiutarlo pagando l’intero debito, purché lui gli scrivesse subito un libro per ragazzi.

Così nacque Pinocchio. Un altro aneddoto racconta che forse l’idea del bambino di legno sia venuta al Collodi osservando i bassorilievi che adornano un tabernacolo esterno della chiesa di Orsanmichele a Firenze: sotto le statue che raffigurano i santi patroni di alcune corporazioni di lavoratori si vede chiaramente un falegname che scolpisce la statua di un bambino. Il racconto delle avventure di Pinocchio fu pubblicato nel 1881 in 8 puntate illustrate sul “Giornale per bambini” con il titolo “Storia di un burattino”.

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Chiesa di Orsanmichele: In basso a destra un falegname scolpisce la statua di un bambino

Pinocchio in realtà non è un burattino, ma una marionetta anche se si muove autonomamente, senza i fili. Per quanto riguarda il nome Pinocchio, secondo alcuni deriva da pinolo, il seme della pigna, per altri dai tanti toponimi toscani, propri della zona in cui Collodi è vissuto, nei quali è presente la parola Pinocchio.

La pubblicazione delle sue avventure suscitò un’ondata di proteste. Non era piaciuto il finale ideato da Collodi: Pinocchio infatti, in quella prima versione originale, non riusciva a diventare un bambino, ma veniva brutalmente impiccato dal Gatto e la Volpe. Le ultime sue parole

“Oh babbo mio! Se tu fossi qui! E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito”

scandalizzarono i genitori che non le ritennero adatte ai piccoli lettori. L’editore chiese a Collodi di cambiare il finale, in caso contrario non avrebbe pubblicato l’intera opera. Collodi lo fece, ma malvolentieri, il lieto fine non lo convinceva del tutto. Impiegò due anni per rivedere l’opera perché, di conseguenza, dovette apportare anche altre modifiche al corso delle vicende: la Fata Turchina salva Pinocchio che dopo mille altre traversie, come sappiamo, diventerà un bambino vero.

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Nel 1883 le nuove avventure di Pinocchio, riviste e corrette, furono pubblicate in un libro e da allora iniziò un’escalation di successi che portarono l’opera ad essere stampata in tutto il mondo, tradotta come si è detto in 240 lingue, studiata e commentata, elogiata da grandi letterati, Benedetto Croce per citarne uno. E poi Italo Calvino che nel 1981, in occasione del centenario della prima pubblicazione scriveva: “Cent’anni, una fama estesa a tutto il pianeta e a tutti gli idiomi, la capacità di sopravvivere indenne ai mutamenti del gusto, delle mode, del linguaggio, del costume senza mai conoscere periodi d’eclisse e di oblio”.

PINOCCHIO NEL MONDO

Pinocchio, direttamente o indirettamente, è stato una fonte di ispirazione per molte altre opere.

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Aleksey Tolstoy, scrittore e politico russo, lontano parente del più famoso Lev Tolsty, autore di Guerra e Pace, scrisse nel 1936 “Il compagno Pinocchio”, racconto che all’epoca riscosse un certo successo nel suo paese. Il protagonista era sempre Pinocchio, ma le vicende, adattandosi alla realtà russa dell’epoca, erano altre. Anche il cinema ha tratto ispirazione dall’opera di Collodi: una cinquantina sono a tutt’oggi i film prodotti, aderenti al testo o liberamente interpretati. Il primo, muto, è uscito nel 1911; uno dei più famosi e amati dai bambini è quello realizzato dalla Walt Disney nel 1940, che all’epoca però ebbe scarso successo solo perché già cominciava ad infuriare la guerra; l’ultimo in ordine di tempo è di produzione italiana ed è uscito nel 2019.

LE CHIAVI DI LETTURA

A che cosa è dovuto tutto questo successo mondiale?

Probabilmente Collodi, mentre raccontava il suo Pinocchio, non immaginava che avrebbe suscitato tanto interesse. Forse non pensava neppure che quel personaggio e le sue avventure sarebbero state studiate con tanta attenzione per scoprirne i più reconditi significati.

Molte sono state le chiavi di lettura, le interpretazioni che la critica ha dato: alcune addirittura sono di natura biblica-teologica e, facendo riferimento ad alcuni passi dei Vangeli apocrifi, vedono in Pinocchio una specie di alter ego di Gesù Cristo da ragazzo, altre si riallacciano alla psicanalisi o alle dottrine esoteriche, attribuendo alle avventure del burattino il significato di un percorso iniziatico.

Di certo è considerato un romanzo pedagogico, di formazione, come molte altre fiabe per bambini attraverso le quali si vuole insegnare loro a discernere il bene dal male. In Pinocchio troviamo dei riferimenti etici che valevano per la società borghese dell’epoca, ma che sono validi tuttora: l’importanza dello studio, il rispetto per i genitori, l’onestà, la lealtà, il rifiuto della menzogna (se dici le bugie ti cresce il naso), il coraggio e il sapersi sacrificare per aiutare gli altri, ma anche il non farsi allettare da falsi paesi dei balocchi e imparare a difendersi dai tanti Gatti e dalle tante Volpi in circolazione. La morale che ne deriva è che solo rispettando determinate regole si diventa veri “esseri umani”.

Ultime considerazioni. Qualcuno ha visto nel Decamerone una fonte di ispirazione per due episodi descritti da Collodi e qualcuno l’ha accusato di aver copiato l’idea del naso che si allunga, fatto che sarebbe descritto in altre opere. La cosa comunque non intacca il valore complessivo dell’opera che da oltre un secolo continua ad affascinare piccoli e grandi. Anzi forse proprio più i grandi dei piccoli, così come è successo a tante altre favole, Alice nel paese delle meraviglie e Il Piccolo Principe, per citarne due.

E’ il destino di alcune favole che, lette durante l’infanzia, non piacciono o lasciano indifferenti, rilette più tardi rivelano tutto il loro valore. Forse più che di favole per l’infanzia, si tratta di favole sull’infanzia.

8 Marzo: storia di una grande matematica, grande filantropa e … “strega”

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Nonostante le quarantene e l’isolamento, nonostante paure e attese, nell’aria si comincia a sentire profumo di mimosa. Ed è giusto così, la vita vince su tutto.

L’anno scorso, per ricordare a modo nostro la festa della donna, abbiamo parlato della Marchesa du Chatelet (vedi post: 8 Marzo: alla scoperta di Emilie du Chatelet), dama del Settecento, compagna e musa di Voltaire, a sua volta filosofa e matematica di valore, ma anche donna mondana, dedita ai piaceri materiali.

Quest’anno parliamo di un’altra dama del Settecento, studiosa di filosofia, teologia, ma soprattutto, anche lei, grande matematica.  A differenza della prima, però, il personaggio di oggi rifiuta ogni piacere materiale per dedicarsi all’elevazione dello spirito e alla beneficenza, oltreché allo studio.

E come sempre il nostro viaggio inizia da un libro, perché non può essere diversamente. Sono le nostre “porte”. Il libro è un testo al confine tra filosofia e scienza. Un testo che riesce a farsi strada in un mondo, quello dei circoli culturali e scientifici dell’epoca quasi esclusivamente maschile.

MARIA GAETANA AGNESI

Ritratto.jpgParliamo di Maria Gaetana Agnesi, milanese, nata nel 1718 in una famiglia benestante che si è arricchita con il commercio della seta. Il padre, uomo ambizioso che ambisce ad emergere socialmente, ha sposato in prime nozze una nobildonna, unendo in tal modo il casato alla ricchezza. Rimasto vedovo, si è risposato altre due volte ed ha avuto in tutto 21 figli.

Maria Gaetana, nata dal primo matrimonio, sin da piccolissima dimostra di avere una intelligenza molto viva, una eccezionale capacità di apprendimento e doti mnemoniche altrettanto eccezionali: è, insomma, una bambina prodigio. Il padre capisce subito il valore della piccola e intravede la possibilità, proprio tramite lei, di elevarsi ulteriormente entrando anche nel mondo dell’alta cultura. Favorisce quindi l’istruzione della bambina,il duomo.jpg ignorando le critiche di quei tradizionalisti che non vedono di buon occhio una donna studiosa, e raccoglie nel salotto di palazzo Agnesi intellettuali di rango ed esponenti dell’illuminismo lombardo.

Palazzo Agnesi si trova in Via Pantano, dalle sue finestre si può vedere il Duomo. Nel bel salotto riccamente arredato si discutono, tra l’altro, le nuove teorie scientifiche: si parla di Newton e di calcolo infinitesimale.

Il libro

Propositiones-philosophicae.pngCresciuta in questo ambiente, Maria Gaetana a cinque anni già intrattiene gli ospiti del salotto parlando un perfetto francese, imparato dall’istitutrice; a nove anni parla anche latino, greco, tedesco, spagnolo, ebraico, tanto da essere soprannominata “l’oracolo settelingue”. Spinta dal padre studia con i migliori precettori; a diciotto disquisisce di filosofia, matematica e fisica. A vent’anni scrive e pubblica le “Propositiones Philosophicae”, testo nel quale presenta le sue centonovantuno tesi filosofiche. Il titolo completo dell’opera, tradotto in italiano suona così: “Tesi filosofiche esposte estemporaneamente da Maria Gaetana Agnesi nel corso di frequenti dibattiti che ebbero luogo a casa sua alla presenza d’uomini illustrissimi, e da lei difese contro le obiezioni che le si muovevano”.

 L’opera suscita grande l’ammirazione e il nome dell’AgnesiIstituzioni analitiche.jpg comincia a circolare negli ambienti culturali. Il salotto del padre diviene un punto di incontro di studiosi e intellettuali, ma anche di curiosi che vogliono vedere e sentire la ragazza prodigio.

Nel 1739, nel salotto si presenta il letterato francese Charles de Brosses insieme al cugino Loppin de Montmort, scienziato di professione. E’ scettico circa le reali capacità della giovane, vuole discutere con lei, sondarne l’effettiva preparazione e soprattutto metterla a confronto con un vero uomo di scienza. Alla fine deve ricredersi e resta stupito di fronte alla profondità delle conoscenze e delle argomentazioni di Maria Gaetana che definisce:

“un fenomeno… una cosa più stupenda del duomo di Milano”

La vocazione

La giovane, però, ha ben altre aspirazioni. In lei è nata una forte vocazione religiosa: vorrebbe farsi monaca ed entrare in convento. Ma questi sentimenti contrastano con i desideri del padre a cui la ragazza è molto affezionata e sottomessa: gli ha promesso che gli starà vicino e lo accudirà fino alla fine e non vuole mancare alla parola data. Continuerà quindi a studiare la matematica e le altre discipline scientifiche per nutrire la sua lucida mente razionale, ma chiede ed ottiene di vestire “semplice e dimesso, di recarsi ad ogni suo arbitrio in Chiesa, e di totalmente lasciare i balli, i Teatri e i profani divertimenti”.

Da quel momento Maria Gaetana tralascia ogni attività mondana, esce solo per assistere alle funzioni religiose e si dedica interamente allo studio delle scienze matematiche che, secondo le sue stesse parole, “ci conducono sicurissimamente a raggiungere la verità e a contemplarla, della qual cosa niente è più piacevole”.

Partecipa ancora alle “Accademie,” come lei chiama le dotte riunioni nel salotto di casa, durante le quali incontra altri studiosi e intellettuali e discute con loro. Mantiene anche contatti epistolari con personalità degli ambienti scientifici italiani ed europei; studia e collabora con Ramiro Rampinelli, monaco benedettino degli olivetani, matematico di chiara fama, insegnante presso le università di Napoli, Bologna e Pavia, esperto nella matematica infinitesimale.

Stampare … in casa

Nel 1748 scrive e dà alle stampe le “Istituzioni Analitiche ad uso della gioventù italiana”, il primo trattato completo e sistematico sul calcolo differenziale ed integrale, che ha anche il merito di aggiornare le teorie seicentesche con le nuove teorie elaborate nel corso del XVIII secolo. Il testo è composto da due volumi, 1000 pagine con 300 illustrazioni di disegni geometrici. Perché la giovane possa seguire meglio la fase della stampa, soprattutto per quanto riguarda le figure geometriche e i simboli matematici, il padre fa trasferire nel suo palazzo i torchi dello stampatore Richini. Ne esce un libro dalla bella veste editoriale, magnificamente illustrato, tuttora apprezzato e ricercato dai bibliofili.

L’opera suscita grande ammirazione in Italia e all’estero, viene tradotta in francese e inglese.    La prestigiosa Accademia delle Scienze di Bologna la chiama a farne parte; la Reale Accademia delle Scienze di Parigi, pur non potendola accogliere tra i suoi membri, a causa dello Statuto, elogia la sua opera, per la chiarezza e la profondità dei concetti esposti affermando: “ Le Istituzioni analitiche dell’Agnesi contengono tutta l’analisi di Cartesio e quasi tutte le scoperte che si sono fatte fino al presente nel calcolo differenziale e integrale”. I matematici e studiosi da tutta l’Europa scrivono a Maria Gaetana per confrontarsi sulle questioni più complesse. Riconoscimenti giungono anche dall’Imperatrice d’Austria e dal Papa. La prestigiosa Università di Bologna le offre la cattedra di Matematica, ma lei rifiuta, onori e incarichi pubblici non le interessano e poi non vuole allontanarsi da Milano ora che il padre ha problemi di salute.

La vita con i poveri

Nel 1752 il padre muore. Maria Gaetana ha 34 anni, ora è libera di seguire la sua vera vocazione:  ormai è tardi per prendere i voti, ma non per decidere di dedicare tutto il resto della sua vita ad aiutare i poveri e i sofferenti.

“L’uomo deve sempre operare per un fine, il Cristiano per la gloria di Dio; finora spero che il mio studio sia stato di gloria a Dio, perché giovevole al prossimo ed unito all’obbedienza, essendo tale anche la volontà e genio di mio padre: ora cessando questa, trovo mezzi e modi migliori per servire a Dio e giovare al prossimo, ed a questi devo e voglio appigliarmi”.

Così allestisce nella sua casa un ricovero per donne bisognose e malate e, quando lo spazio non è più sufficiente ad accogliere tutte le richieste, spende tutto il suo patrimonio per costruire un nuovo ricovero dalle parti di Porta Vicentina. E in quell’edificio si trasferisce e vive insieme ai poveri e in povertà lei stessa, riducendosi a elemosinare per mantenere i suoi protetti.

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Cortile di casa Agnesi

Quando nel 1771, su lascito del principe Antonio Tolomeo Trivulzio, viene costruito il Pio Albergo Trivulzio destinato a diventare un ospizio per vecchi poveri e malati, Maria Gaetana viene nominata direttrice del reparto femminile. Lì, in una modesta cameretta, quasi una cella monacale con tribuna sulla cappella, vivrà gli ultimi anni della sua vita dedicando tutta sé stessa all’aiuto dei bisognosi e allo studio delle Sacre Scritture. Si spegne nel 1799 e, come lei stessa ha voluto con un estremo atto di umiltà, viene sepolta in una fossa comune.

Un aneddoto curioso

Ritorniamo ora, per un attimo, al suo testo più importante le “Istituzioni Analitiche” che tanta notorietà le hanno dato, perché non si può parlare di questa opera senza parlare della “curva versiera di Agnesi”.

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Curva versiera di Agnesi –  Witch of Agnesi

Tralasciando ogni spiegazione scientifica che esula da questo contesto, diciamo solo che si tratta di una particolare curva geometrica che ha molte proprietà interessanti che trovano applicazione in diversi campi della fisica.

La curva ha preso il suo nome, ma in realtà era già stata disegnata nel 1666 dal matematico Pierre de Fermat e descritta e studiata nel 1703 da Luigi Guido Grandi, né per altro l’Agnesi ha mai preteso di averne la paternità. E’ stata così chiamata erroneamente, in epoca successiva, perché è stata lei, con il suo trattato, a darne una spiegazione compiuta e a renderla famosa.

Sul termine versiera ci sono diverse interpretazioni che noi ora non analizziamo, ma vale la pena di mettere in evidenza una bizzarra curiosità: versiera sta per avversaria, il termine all’epoca era attribuito alle streghe. Per questo motivo nell’edizione inglese i traduttori hanno definito la curva “witch of Agnesi”, la strega di Agnesi, e tuttora nel mondo anglosassone è chiamata così.

I libri al tempo della quarantena: regole di sopravvivenza “libraria” in tempi di Coronavirus

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“Il trionfo della Morte”, Pieter Brueghel. Museo del Prado

In queste giornate di allerta nazionale, di vera emergenza sanitaria molto “emozionale” ed a tratti poco “razionale” non ho potuto non pensare a come l’uomo abbia affrontato nella storia momenti di panico e paura quando si diffusero le prime grandi epidemie e trovare correlazioni, legami e perché no anche sollievo nel mondo del libro.

Se navighiamo sulle onde della storia possiamo accorgerci come, pur nelle evidenti diversità, le caratteristiche in comune ai grandi contagi sono essenzialmente due:

  • La paura per ciò che non si conosce e non si capisce
  • L’isolamento, la “quarantena”

Nel mondo del libro e del libro antico soprattutto vi sono centinaia se non migliaia di pubblicazioni soprattutto in tema di peste. Libri a carattere scientifico ma anche romanzi che hanno fatto rivivere i grandi episodi epidemici. Non ci soffermeremo sulla peste manzoniana di cui ormai tanto e quasi tutto si è scritto, offriremo invece alcuni spunti “creativi”, evidenziando i legami tra epidemia e mondo del libro e del racconto.

BREVE STORIA DELLE QUARANTENE

La pratica di isolare le persone portatrici di malattie, o comunque sospettate tali, è molto antica. Ne troviamo notizia già nella Bibbia, Antico Testamento, là dove si parla dei lebbrosi che venivano isolati in località lontane dai centri abitati. Anche nell’antica Grecia esisteva una pratica simile.

Lucrezio nel “De rerum Natura” racconta la peste che colpì Atene nel 430 a.C. avvenuta durante la guerra del Peloponneso. Lucrezio rappresenta un’umanità che perde i valori di riferimento, stravolta dalla paura più che dalla malattia.

Doctor.jpgMa la prima quarantena moderna, registrata dalla storia, si verificò nel 1347 a Ragusa (l’odierna Dubrovnik), all’epoca sotto il governo della Repubblica di Venezia, durante la grande epidemia di peste nera, proveniente presumibilmente dall’Asia, che aveva colpito tutta l’Europa e che si ritiene abbia fatto 20 milioni circa di vittime. Le autorità veneziane, in quella occasione, impedirono l’ingresso nel porto a tutte le navi per quaranta giorni, periodo ritenuto necessario per evitare la diffusione del contagio. Da qui la parola quarantena, termine veneziano dall’italiano quarantina. Questa precauzione però ottenne scarsi risultati perché impediva sì la discesa a terra dei marinai, eventuali ammalati, ma non dei ratti, i reali portatori della malattia. E infatti l’epidemia continuò a durare per diversi anni decimando la popolazione di tutto il continente, tanto che occorse più di un secolo per ritornare al livello di popolazione di prima della malattia.

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Festa del redentore a Venezia in ricordo della peste del 1575 e relativa quarantena

Altre quarantene la storia registra per malattie gravi e pericolose come la febbre gialla e il colera.

Nel continente Americano la prima quarantena fu attuata nella seconda metà del XVII secolo nella zona del New England durante una delle ricorrenti epidemie di vaiolo che decimavano la popolazione dei coloni anglo-americani e dei nativi, soprattutto irochesi. Le navi venivano fermate nel porto di Boston e gli abitanti della città ricoverati in un lazzaretto.

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Peste a Londra – 1665

Nel 1665 Samuel Pepys, di cui abbiamo ampiamento parlato in un altro post , bibliofilo e ammiraglio inglese che nei suoi diari raccontò e svelò i segreti dell’Inghilterra della seconda metà del XVII secolo e che fu testimone del grande incendio di Londra del 1666, descrisse anche nei suoi diari la Peste di Londra (Great Plague) che arrivò ad uccidere circa 100.000 persone (1/4 della popolazione londinese dell’epoca). Chi ne aveva le possibilità, fuggiva dalla città, a piedi, cavallo o via fiume, in cerca di aree più salubri. Per lasciare Londra, bisognava mostrare un certificato di buona salute, rilasciato dalle autorità. Nel suo diario, Samuel Pepys offre un resoconto vivido delle strade vuote di Londra, e di come tutti quelli che potevano, se ne erano andati, nel tentativo di fuggire dalla peste. Anche la famiglia del celebre diarista trovò rifugio altrove, a Woolwhich, raggiunta in barca dal Tamigi. Un luogo dove proteggersi, ristorarsi e trascorre giornate a leggere un buon libro.

 

SCRIVERE STORIE IN QUARANTENA: IL DECAMERONE

Ma durante le grandi quarantene oltre che leggere un buon libro si può anche, se si dispone di pazienza e capacità, scrivere un libro.

Lo fece, anche se più di artificio letterario si tratta, Giovanni Boccaccio ne “Il Decamerone”

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Francesco Podesti “Il primo giorno del Decamerone” – nel dipinto, sulla sinistra, appare curiosamente la figura del Boccaccio intento a prendere appunti.

IL suo contenuto è noto a tutti. Siamo a Firenze nel 1348, all’epoca delle peste nera: dieci giovani aristocratici, sette donne e tre uomini, per sfuggire alla malattia che dilaga nella città, si recano in campagna e qui trascorrono le loro giornate, allietando l’isolamento forzato raccontandosi a turno delle storie.

Nascono così le 100 novelle che compongono il Decamerone, la prima opera in prosa in volgare italiano che ebbe grande successo e seguito anche fuori d’Italia ed ispirò diverse opere; ne ricordiamo una per tutte, “I racconti di Canterbury”.

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Dercamerone – edizione stampata a Lione nel 1555

Il titolo Decamerone significa 10 giorni, quelli durante i quali i giovani trascorrono le ore novellando, e riecheggia il titolo di un’altra opera, molto diversa: l’“Exameron” (sei giorni) di Sant’Ambrogio di Milano, che raccoglie le omelie pronunciate durante la Settimana Santa del 387 d.C. L’argomento è la Genesi, cioè il racconto della creazione del mondo e dell’uomo; partendo da questo il Santo sviluppa poi tutta una serie di considerazioni etiche sul mondo, l’uomo e la natura. Opera molto diversa, dicevamo, ma che pure ha qualcosa in comune con il nostro Decamerone se consideriamo che il Boccaccio, aldilà dell’apparente leggerezza dei racconti, spesso umoristici, a volte persino licenziosi, intende raccontarci un’umanità destinata a rinascere, a “ricrearsi” dopo la distruzione causata dalla catastrofe.

image.pngNei secoli l’argomento “epidemia” ha catturato l’attenzione di scrittori e romanzieri tra cui Daniel Defoe, (La peste di Londra), Mary Shelley, (L’ultimo uomo), Thomas Mann (Morte a Venezia), Someset Maugham (Il velo dipinto), Albert Camus (La Peste) per citarne solo alcuni.

Sono molti i libri tra cui si può scegliere,eppure la mia scelta, per concludere con un messaggio positivo questo post, non ricade su un libro che parla di malattie ed epidemie. Anzi, è un libro che permette di volare, con la fantasia, in mondi lontani. Anche se, a ben vedere, di una febbre parla anche questo libro

UN LIBRO PER SENTIRSI VICINI

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Prima edizione – 1962

Tra i tanti episodi raccontati dai mezzi di comunicazione di massa in questi giorni c’è anche quello del gruppo di operai, provenienti da un paesino siciliano, bloccato in quarantena in Lombardia dove gli stessi si trovavano per un lavoro temporaneo. Immaginiamo che qualcuno di loro sia un padre e che cerchi, al telefono, di mantenere un legame stretto con figli magari piccoli rimasti a casa e tenti, sempre al telefono, di rassicurarli, di non far pesare loro la sua assenza.

Tutto questo mi ha fatto tornare in mente un piccolo libro che da bimbo adorai. Si tratta di “Favole al telefono” di Gianni Rodari. Una raccolta di favole e brevi storie pensate con l’intento di mantenere in contatto un padre ed una figlia lontani. Ben specifica il sottotitolo:

 “tutte le sere un viaggiatore di commercio telefonava a sua figlia e le raccontava una storia”

In realtà lo scopo del libro era quello di proporre storie un po’ strampalate che stimolassero la fantasia e potessero essere usate da genitori e maestri per “inventare storie” e per instaurare un dialogo con i bambini.

Favole al telefono venne pubblicato per la prima volta nel 1962 e da allora fu ristampato diverse volte, tradotto e pubblicato all’estero superando abbondantemente il milione di copie vendute.

Un libro che un padre in quarantena potrebbe oggi utilizzare per distogliere l’attenzione di un bimbo lontano dalle preoccupazioni dei grandi e farlo viaggiare con la fantasia in un paese che non potrà mai essere raggiunto dal coronavirus, come nella favola “Il palazzo di gelato” nella quale basta l’ordine di un medico per non ammalarsi, o come nella favola“La febbre mangina” (ecco la “febbre” promessa in apertura) nella quale le bambole di una bambina si ammalano per solidarietà quando lei si ammala, in una sorta di epidemia “empatica” la cui cura è molto semplice e creativa.

La fine dei libri? La profezia mancata di Octave Uzanne

0- LungoSenna dei librai

“Se per libri intendete quegli innumerevoli quaderni di carta stampata, piegata e rilegata, con una copertina che espone il titolo dell’opera, vi confesso francamente che non credo affatto – è il progresso della tecnologia che me lo impedisce – che l’invenzione di Gutenberg non sia destinata a diventare in breve tempo obsoleta come veicolo delle nostre produzioni intellettuali”

Contrariamente a quanto può sembrare, queste parole sono state scritte da un grande amante dei libri, un bibliofilo francese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, Octave Uzanne.

Octave Uzanne

2-Octave Uzanne by PaulAvril 1882.jpgOctave Uzanne (1851-1931) è un personaggio estremamente poliedrico: bibliofilo, collaboratore e fondatore di riviste letterarie, scrittore e saggista prolifico ed eclettico, editore, appassionato di arti grafiche, grande viaggiatore e anche, come vedremo, esteta, amante del bello e affascinato dal mondo e dalla moda femminile.

Nato ad Auxerre studia a Parigi e poi in Inghilterra. Tornato nella capitale francese, dopo la laurea inizia a frequentare la Bibliotheque de l’Arsenal e qui conosce e stringe amicizia con scrittori, letterati, giornalisti, illustratori e bibliofili e si appassiona al mondo dei libri. Collabora con diverse riviste letterarie e ne fonda delle proprie, ben tre. Si interessa alle nuove tecniche tipografiche, è un fautore della sperimentazione nel campo della grafica e dell’illustrazione, diviene editore e pubblica opere per lo più inedite o poco conosciute o dimenticate.

 Scrive lui stesso e pubblica le sue opere. Scrive soprattutto saggi sui libri e tutto ciò che riguarda il mondo librario, ma non solo. Ha un grande interesse per la veste tipografica: le sue edizioni sono a bassa tiratura, spesso numerate per collezionisti. E’attento ad ogni dettaglio, dalla scelta della carta a quella dei caratteri e delle ricche e raffinate illustrazioni, opere di artisti tra i più famosi del tempo, come Paul Avril e Albert Robida.

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Viaggia anche molto. Non è il viaggiatore “romantico” dell’Ottocento, amante dell’esotismo, ma spesso più sognatore che vero viaggiatore. Uzanne al contrario è un uomo moderno e viaggia veramente, spinto dal desiderio di conoscere dal vivo le caratteristiche e le usanze dei vari popoli. Nel 1893 compie addirittura il giro del mondo.

La sua modernità si manifesta anche nella profonda convinzione che il progresso tecnologico può offrire grandi possibilità alla creatività letteraria. L’Ottocento è un secolo di grandi invenzioni per quanto riguarda la stampa, invenzioni come il linotipo e la rotativa, macchine complesse che contribuiscono alla diffusione della carta stampata, soppiantando definitivamente la stampa manuale. Tanto crede nel progresso tecnologico che profetizza persino la fine del classico libro fatto di carta.

La fine dei libri?

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“La fine dei libri”

Nel 1895 scrive e pubblica i “Contes pour les bibliophiles”, brevi racconti di scarso valore letterario, ma elegantemente illustrati.  Il racconto più interessante e il più noto è proprio “ La fin des livres”, la fine dei libri.

Nel racconto, strutturato come un dialogo platonico, Uzanne immagina di trovarsi a Londra durante la conferenza di uno scienziato sul tema del progressivo raffreddamento del sole e sulla conseguente fine del mondo e si chiede: se persino il sole non è eterno, che ne sarà in futuro del libro fatto di carta?

L’autore non ha dubbi, è destinato a sparire o per lo meno a cambiare e, avendo in mente la recente invenzione del fonografo, profetizza l’avvento di un audio-libro, il quale tra l’altro avrebbe un grande vantaggio: la lettura alla lunga affatica la vista, mentre l’udito non si affatica!

Ma Uzanne va anche oltre, dimostrando un notevole intuito profetico ed entrando così nel campo della fantascienza. Pensa a qualcosa che si possa ascoltare anche in movimento, non sa come è fatto, ma è qualcosa come un walk-man. E poi:

“ Ci saranno in tutte le redazioni delle stanze enormi dove i redattori registreranno a voce alta le notizie ricevute e i dispacci arrivati telefonicamente si troveranno immediatamente iscritti e diffusi tramite un ingegnoso apparecchio piazzato nel ricevitore” (una sorta di informazione in prese diretta)

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“L’autore reciterà se vorrà la sua opera e la metterà in vendita lui stesso tramite cilindri registrati, che saranno confezionati e venduti direttamente ai consumatori” (self-publishing).

Ma intanto, essendo il libro ancora vivo e vegeto, Uzanne si dedica a farlo diventare un’opera d’arte, cominciando dalla copertina.

L’arte di decorare i libri

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Scrive un libro “L’art dans la decoration exterieure des Livres”. E’ un “Livre-Album” come lo definisce lui stesso, una rassegna ricca ed esauriente che documenta i diversi modi usati anche in passato per abbellire la copertina di un libro. Il trattato, afferma sempre l’autore, è l’unico nel suo genere perché molto si è scritto sui libri e sulla stampa, ma poco o niente sul loro aspetto esteriore. Ora è il momento giusto per farlo perché si sta diffondendo un nuovo gusto per la decorazione.

11-Nos amis ....jpgA questo proposito bisogna ricordare che nella seconda metà del XVIII nasce la rilegatura editoriale, cioè eseguita direttamente dallo stesso editore o stampatore, uguale per tutte le copie e, mentre prima per la copertina si usava la pergamena o comunque la pelle e a volte anche il legno, ora si comincia ad usare la carta e il cartone.

Il trattato non è rivolto solo ad un numero ristretto di intenditori e di bibliofili, ma a tutti quelli che sono “epris”, cioè presi, affascinati dai libri e ha lo scopo di sviluppare e diffondere il gusto della decorazione che trasforma un libro in un oggetto di lusso.

La donna secondo Uzanne

Uzanne è dunque un amante del bello, dell’eleganza e questa sua sensibilità estetica lo porta ad amare il mondo femminile e la moda. Per lui, infatti, donna e moda sono due concetti strettamente legati. Considera la moda la più grande espressione della femminilità e, in proposito, ritiene di essere un esperto della psicologia femminile e si definisce “l’unico vero storico della moda femminile”.

Scrive molti saggi dedicati alla donna, alla sua “storia psicologica” dal passato all’epoca attuale, alla sua vita, alle sue abitudini e alla moda. E proprio la moda, che descrive con grande attenzione (qualcuno ha detto quasi feticistica) per i dettagli, gli ispira una serie di saggi, scritti per il “boudoir”, libri di piccolo formato con le copertine decorate da ricche incisioni.

9-Le ventail.jpgNascono così “L’éventail”, una bellissima storia illustrata del ventaglio, accessorio che l’autore considera femminile per eccellenza e definisce “lo scettro di una bella donna”, “Les ornements de la femme” e “L’ombrelle, le gant, le manchon”, con illustrazioni in stile rococò di Paul Avril. A proposito del manchon, il manicotto (accessorio molto in voga nell’ottocento nel XIX secolo), è curioso leggere il giudizio dell’autore: “Il manicotto! Solo il suo nome ha qualcosa di adorabile, lanuginoso e voluttuoso”. Un’ osservazione è d’obbligo: per donna, Uzanne intende sempre la donna francese, in particolare la parigina, che egli considera la più femminile di tutte!

Strana personalità davvero, quella di Octave Uzanne!  Ha scritto ed auspicato la fine del libro di carta e poi ha dedicato tutta la sua vita di scrittore e di editore a rendere quel libro un oggetto d’arte, un capolavoro. Ma i capolavori, si sa, hanno vita eterna!