8 Marzo: storia di una grande matematica, grande filantropa e … “strega”

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Nonostante le quarantene e l’isolamento, nonostante paure e attese, nell’aria si comincia a sentire profumo di mimosa. Ed è giusto così, la vita vince su tutto.

L’anno scorso, per ricordare a modo nostro la festa della donna, abbiamo parlato della Marchesa du Chatelet (vedi post: 8 Marzo: alla scoperta di Emilie du Chatelet), dama del Settecento, compagna e musa di Voltaire, a sua volta filosofa e matematica di valore, ma anche donna mondana, dedita ai piaceri materiali.

Quest’anno parliamo di un’altra dama del Settecento, studiosa di filosofia, teologia, ma soprattutto, anche lei, grande matematica.  A differenza della prima, però, il personaggio di oggi rifiuta ogni piacere materiale per dedicarsi all’elevazione dello spirito e alla beneficenza, oltreché allo studio.

E come sempre il nostro viaggio inizia da un libro, perché non può essere diversamente. Sono le nostre “porte”. Il libro è un testo al confine tra filosofia e scienza. Un testo che riesce a farsi strada in un mondo, quello dei circoli culturali e scientifici dell’epoca quasi esclusivamente maschile.

MARIA GAETANA AGNESI

Ritratto.jpgParliamo di Maria Gaetana Agnesi, milanese, nata nel 1718 in una famiglia benestante che si è arricchita con il commercio della seta. Il padre, uomo ambizioso che ambisce ad emergere socialmente, ha sposato in prime nozze una nobildonna, unendo in tal modo il casato alla ricchezza. Rimasto vedovo, si è risposato altre due volte ed ha avuto in tutto 21 figli.

Maria Gaetana, nata dal primo matrimonio, sin da piccolissima dimostra di avere una intelligenza molto viva, una eccezionale capacità di apprendimento e doti mnemoniche altrettanto eccezionali: è, insomma, una bambina prodigio. Il padre capisce subito il valore della piccola e intravede la possibilità, proprio tramite lei, di elevarsi ulteriormente entrando anche nel mondo dell’alta cultura. Favorisce quindi l’istruzione della bambina,il duomo.jpg ignorando le critiche di quei tradizionalisti che non vedono di buon occhio una donna studiosa, e raccoglie nel salotto di palazzo Agnesi intellettuali di rango ed esponenti dell’illuminismo lombardo.

Palazzo Agnesi si trova in Via Pantano, dalle sue finestre si può vedere il Duomo. Nel bel salotto riccamente arredato si discutono, tra l’altro, le nuove teorie scientifiche: si parla di Newton e di calcolo infinitesimale.

Il libro

Propositiones-philosophicae.pngCresciuta in questo ambiente, Maria Gaetana a cinque anni già intrattiene gli ospiti del salotto parlando un perfetto francese, imparato dall’istitutrice; a nove anni parla anche latino, greco, tedesco, spagnolo, ebraico, tanto da essere soprannominata “l’oracolo settelingue”. Spinta dal padre studia con i migliori precettori; a diciotto disquisisce di filosofia, matematica e fisica. A vent’anni scrive e pubblica le “Propositiones Philosophicae”, testo nel quale presenta le sue centonovantuno tesi filosofiche. Il titolo completo dell’opera, tradotto in italiano suona così: “Tesi filosofiche esposte estemporaneamente da Maria Gaetana Agnesi nel corso di frequenti dibattiti che ebbero luogo a casa sua alla presenza d’uomini illustrissimi, e da lei difese contro le obiezioni che le si muovevano”.

 L’opera suscita grande l’ammirazione e il nome dell’AgnesiIstituzioni analitiche.jpg comincia a circolare negli ambienti culturali. Il salotto del padre diviene un punto di incontro di studiosi e intellettuali, ma anche di curiosi che vogliono vedere e sentire la ragazza prodigio.

Nel 1739, nel salotto si presenta il letterato francese Charles de Brosses insieme al cugino Loppin de Montmort, scienziato di professione. E’ scettico circa le reali capacità della giovane, vuole discutere con lei, sondarne l’effettiva preparazione e soprattutto metterla a confronto con un vero uomo di scienza. Alla fine deve ricredersi e resta stupito di fronte alla profondità delle conoscenze e delle argomentazioni di Maria Gaetana che definisce:

“un fenomeno… una cosa più stupenda del duomo di Milano”

La vocazione

La giovane, però, ha ben altre aspirazioni. In lei è nata una forte vocazione religiosa: vorrebbe farsi monaca ed entrare in convento. Ma questi sentimenti contrastano con i desideri del padre a cui la ragazza è molto affezionata e sottomessa: gli ha promesso che gli starà vicino e lo accudirà fino alla fine e non vuole mancare alla parola data. Continuerà quindi a studiare la matematica e le altre discipline scientifiche per nutrire la sua lucida mente razionale, ma chiede ed ottiene di vestire “semplice e dimesso, di recarsi ad ogni suo arbitrio in Chiesa, e di totalmente lasciare i balli, i Teatri e i profani divertimenti”.

Da quel momento Maria Gaetana tralascia ogni attività mondana, esce solo per assistere alle funzioni religiose e si dedica interamente allo studio delle scienze matematiche che, secondo le sue stesse parole, “ci conducono sicurissimamente a raggiungere la verità e a contemplarla, della qual cosa niente è più piacevole”.

Partecipa ancora alle “Accademie,” come lei chiama le dotte riunioni nel salotto di casa, durante le quali incontra altri studiosi e intellettuali e discute con loro. Mantiene anche contatti epistolari con personalità degli ambienti scientifici italiani ed europei; studia e collabora con Ramiro Rampinelli, monaco benedettino degli olivetani, matematico di chiara fama, insegnante presso le università di Napoli, Bologna e Pavia, esperto nella matematica infinitesimale.

Stampare … in casa

Nel 1748 scrive e dà alle stampe le “Istituzioni Analitiche ad uso della gioventù italiana”, il primo trattato completo e sistematico sul calcolo differenziale ed integrale, che ha anche il merito di aggiornare le teorie seicentesche con le nuove teorie elaborate nel corso del XVIII secolo. Il testo è composto da due volumi, 1000 pagine con 300 illustrazioni di disegni geometrici. Perché la giovane possa seguire meglio la fase della stampa, soprattutto per quanto riguarda le figure geometriche e i simboli matematici, il padre fa trasferire nel suo palazzo i torchi dello stampatore Richini. Ne esce un libro dalla bella veste editoriale, magnificamente illustrato, tuttora apprezzato e ricercato dai bibliofili.

L’opera suscita grande ammirazione in Italia e all’estero, viene tradotta in francese e inglese.    La prestigiosa Accademia delle Scienze di Bologna la chiama a farne parte; la Reale Accademia delle Scienze di Parigi, pur non potendola accogliere tra i suoi membri, a causa dello Statuto, elogia la sua opera, per la chiarezza e la profondità dei concetti esposti affermando: “ Le Istituzioni analitiche dell’Agnesi contengono tutta l’analisi di Cartesio e quasi tutte le scoperte che si sono fatte fino al presente nel calcolo differenziale e integrale”. I matematici e studiosi da tutta l’Europa scrivono a Maria Gaetana per confrontarsi sulle questioni più complesse. Riconoscimenti giungono anche dall’Imperatrice d’Austria e dal Papa. La prestigiosa Università di Bologna le offre la cattedra di Matematica, ma lei rifiuta, onori e incarichi pubblici non le interessano e poi non vuole allontanarsi da Milano ora che il padre ha problemi di salute.

La vita con i poveri

Nel 1752 il padre muore. Maria Gaetana ha 34 anni, ora è libera di seguire la sua vera vocazione:  ormai è tardi per prendere i voti, ma non per decidere di dedicare tutto il resto della sua vita ad aiutare i poveri e i sofferenti.

“L’uomo deve sempre operare per un fine, il Cristiano per la gloria di Dio; finora spero che il mio studio sia stato di gloria a Dio, perché giovevole al prossimo ed unito all’obbedienza, essendo tale anche la volontà e genio di mio padre: ora cessando questa, trovo mezzi e modi migliori per servire a Dio e giovare al prossimo, ed a questi devo e voglio appigliarmi”.

Così allestisce nella sua casa un ricovero per donne bisognose e malate e, quando lo spazio non è più sufficiente ad accogliere tutte le richieste, spende tutto il suo patrimonio per costruire un nuovo ricovero dalle parti di Porta Vicentina. E in quell’edificio si trasferisce e vive insieme ai poveri e in povertà lei stessa, riducendosi a elemosinare per mantenere i suoi protetti.

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Cortile di casa Agnesi

Quando nel 1771, su lascito del principe Antonio Tolomeo Trivulzio, viene costruito il Pio Albergo Trivulzio destinato a diventare un ospizio per vecchi poveri e malati, Maria Gaetana viene nominata direttrice del reparto femminile. Lì, in una modesta cameretta, quasi una cella monacale con tribuna sulla cappella, vivrà gli ultimi anni della sua vita dedicando tutta sé stessa all’aiuto dei bisognosi e allo studio delle Sacre Scritture. Si spegne nel 1799 e, come lei stessa ha voluto con un estremo atto di umiltà, viene sepolta in una fossa comune.

Un aneddoto curioso

Ritorniamo ora, per un attimo, al suo testo più importante le “Istituzioni Analitiche” che tanta notorietà le hanno dato, perché non si può parlare di questa opera senza parlare della “curva versiera di Agnesi”.

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Curva versiera di Agnesi –  Witch of Agnesi

Tralasciando ogni spiegazione scientifica che esula da questo contesto, diciamo solo che si tratta di una particolare curva geometrica che ha molte proprietà interessanti che trovano applicazione in diversi campi della fisica.

La curva ha preso il suo nome, ma in realtà era già stata disegnata nel 1666 dal matematico Pierre de Fermat e descritta e studiata nel 1703 da Luigi Guido Grandi, né per altro l’Agnesi ha mai preteso di averne la paternità. E’ stata così chiamata erroneamente, in epoca successiva, perché è stata lei, con il suo trattato, a darne una spiegazione compiuta e a renderla famosa.

Sul termine versiera ci sono diverse interpretazioni che noi ora non analizziamo, ma vale la pena di mettere in evidenza una bizzarra curiosità: versiera sta per avversaria, il termine all’epoca era attribuito alle streghe. Per questo motivo nell’edizione inglese i traduttori hanno definito la curva “witch of Agnesi”, la strega di Agnesi, e tuttora nel mondo anglosassone è chiamata così.

I libri al tempo della quarantena: regole di sopravvivenza “libraria” in tempi di Coronavirus

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“Il trionfo della Morte”, Pieter Brueghel. Museo del Prado

In queste giornate di allerta nazionale, di vera emergenza sanitaria molto “emozionale” ed a tratti poco “razionale” non ho potuto non pensare a come l’uomo abbia affrontato nella storia momenti di panico e paura quando si diffusero le prime grandi epidemie e trovare correlazioni, legami e perché no anche sollievo nel mondo del libro.

Se navighiamo sulle onde della storia possiamo accorgerci come, pur nelle evidenti diversità, le caratteristiche in comune ai grandi contagi sono essenzialmente due:

  • La paura per ciò che non si conosce e non si capisce
  • L’isolamento, la “quarantena”

Nel mondo del libro e del libro antico soprattutto vi sono centinaia se non migliaia di pubblicazioni soprattutto in tema di peste. Libri a carattere scientifico ma anche romanzi che hanno fatto rivivere i grandi episodi epidemici. Non ci soffermeremo sulla peste manzoniana di cui ormai tanto e quasi tutto si è scritto, offriremo invece alcuni spunti “creativi”, evidenziando i legami tra epidemia e mondo del libro e del racconto.

BREVE STORIA DELLE QUARANTENE

La pratica di isolare le persone portatrici di malattie, o comunque sospettate tali, è molto antica. Ne troviamo notizia già nella Bibbia, Antico Testamento, là dove si parla dei lebbrosi che venivano isolati in località lontane dai centri abitati. Anche nell’antica Grecia esisteva una pratica simile.

Lucrezio nel “De rerum Natura” racconta la peste che colpì Atene nel 430 a.C. avvenuta durante la guerra del Peloponneso. Lucrezio rappresenta un’umanità che perde i valori di riferimento, stravolta dalla paura più che dalla malattia.

Doctor.jpgMa la prima quarantena moderna, registrata dalla storia, si verificò nel 1347 a Ragusa (l’odierna Dubrovnik), all’epoca sotto il governo della Repubblica di Venezia, durante la grande epidemia di peste nera, proveniente presumibilmente dall’Asia, che aveva colpito tutta l’Europa e che si ritiene abbia fatto 20 milioni circa di vittime. Le autorità veneziane, in quella occasione, impedirono l’ingresso nel porto a tutte le navi per quaranta giorni, periodo ritenuto necessario per evitare la diffusione del contagio. Da qui la parola quarantena, termine veneziano dall’italiano quarantina. Questa precauzione però ottenne scarsi risultati perché impediva sì la discesa a terra dei marinai, eventuali ammalati, ma non dei ratti, i reali portatori della malattia. E infatti l’epidemia continuò a durare per diversi anni decimando la popolazione di tutto il continente, tanto che occorse più di un secolo per ritornare al livello di popolazione di prima della malattia.

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Festa del redentore a Venezia in ricordo della peste del 1575 e relativa quarantena

Altre quarantene la storia registra per malattie gravi e pericolose come la febbre gialla e il colera.

Nel continente Americano la prima quarantena fu attuata nella seconda metà del XVII secolo nella zona del New England durante una delle ricorrenti epidemie di vaiolo che decimavano la popolazione dei coloni anglo-americani e dei nativi, soprattutto irochesi. Le navi venivano fermate nel porto di Boston e gli abitanti della città ricoverati in un lazzaretto.

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Peste a Londra – 1665

Nel 1665 Samuel Pepys, di cui abbiamo ampiamento parlato in un altro post , bibliofilo e ammiraglio inglese che nei suoi diari raccontò e svelò i segreti dell’Inghilterra della seconda metà del XVII secolo e che fu testimone del grande incendio di Londra del 1666, descrisse anche nei suoi diari la Peste di Londra (Great Plague) che arrivò ad uccidere circa 100.000 persone (1/4 della popolazione londinese dell’epoca). Chi ne aveva le possibilità, fuggiva dalla città, a piedi, cavallo o via fiume, in cerca di aree più salubri. Per lasciare Londra, bisognava mostrare un certificato di buona salute, rilasciato dalle autorità. Nel suo diario, Samuel Pepys offre un resoconto vivido delle strade vuote di Londra, e di come tutti quelli che potevano, se ne erano andati, nel tentativo di fuggire dalla peste. Anche la famiglia del celebre diarista trovò rifugio altrove, a Woolwhich, raggiunta in barca dal Tamigi. Un luogo dove proteggersi, ristorarsi e trascorre giornate a leggere un buon libro.

 

SCRIVERE STORIE IN QUARANTENA: IL DECAMERONE

Ma durante le grandi quarantene oltre che leggere un buon libro si può anche, se si dispone di pazienza e capacità, scrivere un libro.

Lo fece, anche se più di artificio letterario si tratta, Giovanni Boccaccio ne “Il Decamerone”

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Francesco Podesti “Il primo giorno del Decamerone” – nel dipinto, sulla sinistra, appare curiosamente la figura del Boccaccio intento a prendere appunti.

IL suo contenuto è noto a tutti. Siamo a Firenze nel 1348, all’epoca delle peste nera: dieci giovani aristocratici, sette donne e tre uomini, per sfuggire alla malattia che dilaga nella città, si recano in campagna e qui trascorrono le loro giornate, allietando l’isolamento forzato raccontandosi a turno delle storie.

Nascono così le 100 novelle che compongono il Decamerone, la prima opera in prosa in volgare italiano che ebbe grande successo e seguito anche fuori d’Italia ed ispirò diverse opere; ne ricordiamo una per tutte, “I racconti di Canterbury”.

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Dercamerone – edizione stampata a Lione nel 1555

Il titolo Decamerone significa 10 giorni, quelli durante i quali i giovani trascorrono le ore novellando, e riecheggia il titolo di un’altra opera, molto diversa: l’“Exameron” (sei giorni) di Sant’Ambrogio di Milano, che raccoglie le omelie pronunciate durante la Settimana Santa del 387 d.C. L’argomento è la Genesi, cioè il racconto della creazione del mondo e dell’uomo; partendo da questo il Santo sviluppa poi tutta una serie di considerazioni etiche sul mondo, l’uomo e la natura. Opera molto diversa, dicevamo, ma che pure ha qualcosa in comune con il nostro Decamerone se consideriamo che il Boccaccio, aldilà dell’apparente leggerezza dei racconti, spesso umoristici, a volte persino licenziosi, intende raccontarci un’umanità destinata a rinascere, a “ricrearsi” dopo la distruzione causata dalla catastrofe.

image.pngNei secoli l’argomento “epidemia” ha catturato l’attenzione di scrittori e romanzieri tra cui Daniel Defoe, (La peste di Londra), Mary Shelley, (L’ultimo uomo), Thomas Mann (Morte a Venezia), Someset Maugham (Il velo dipinto), Albert Camus (La Peste) per citarne solo alcuni.

Sono molti i libri tra cui si può scegliere,eppure la mia scelta, per concludere con un messaggio positivo questo post, non ricade su un libro che parla di malattie ed epidemie. Anzi, è un libro che permette di volare, con la fantasia, in mondi lontani. Anche se, a ben vedere, di una febbre parla anche questo libro

UN LIBRO PER SENTIRSI VICINI

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Prima edizione – 1962

Tra i tanti episodi raccontati dai mezzi di comunicazione di massa in questi giorni c’è anche quello del gruppo di operai, provenienti da un paesino siciliano, bloccato in quarantena in Lombardia dove gli stessi si trovavano per un lavoro temporaneo. Immaginiamo che qualcuno di loro sia un padre e che cerchi, al telefono, di mantenere un legame stretto con figli magari piccoli rimasti a casa e tenti, sempre al telefono, di rassicurarli, di non far pesare loro la sua assenza.

Tutto questo mi ha fatto tornare in mente un piccolo libro che da bimbo adorai. Si tratta di “Favole al telefono” di Gianni Rodari. Una raccolta di favole e brevi storie pensate con l’intento di mantenere in contatto un padre ed una figlia lontani. Ben specifica il sottotitolo:

 “tutte le sere un viaggiatore di commercio telefonava a sua figlia e le raccontava una storia”

In realtà lo scopo del libro era quello di proporre storie un po’ strampalate che stimolassero la fantasia e potessero essere usate da genitori e maestri per “inventare storie” e per instaurare un dialogo con i bambini.

Favole al telefono venne pubblicato per la prima volta nel 1962 e da allora fu ristampato diverse volte, tradotto e pubblicato all’estero superando abbondantemente il milione di copie vendute.

Un libro che un padre in quarantena potrebbe oggi utilizzare per distogliere l’attenzione di un bimbo lontano dalle preoccupazioni dei grandi e farlo viaggiare con la fantasia in un paese che non potrà mai essere raggiunto dal coronavirus, come nella favola “Il palazzo di gelato” nella quale basta l’ordine di un medico per non ammalarsi, o come nella favola“La febbre mangina” (ecco la “febbre” promessa in apertura) nella quale le bambole di una bambina si ammalano per solidarietà quando lei si ammala, in una sorta di epidemia “empatica” la cui cura è molto semplice e creativa.

La fine dei libri? La profezia mancata di Octave Uzanne

0- LungoSenna dei librai

“Se per libri intendete quegli innumerevoli quaderni di carta stampata, piegata e rilegata, con una copertina che espone il titolo dell’opera, vi confesso francamente che non credo affatto – è il progresso della tecnologia che me lo impedisce – che l’invenzione di Gutenberg non sia destinata a diventare in breve tempo obsoleta come veicolo delle nostre produzioni intellettuali”

Contrariamente a quanto può sembrare, queste parole sono state scritte da un grande amante dei libri, un bibliofilo francese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, Octave Uzanne.

Octave Uzanne

2-Octave Uzanne by PaulAvril 1882.jpgOctave Uzanne (1851-1931) è un personaggio estremamente poliedrico: bibliofilo, collaboratore e fondatore di riviste letterarie, scrittore e saggista prolifico ed eclettico, editore, appassionato di arti grafiche, grande viaggiatore e anche, come vedremo, esteta, amante del bello e affascinato dal mondo e dalla moda femminile.

Nato ad Auxerre studia a Parigi e poi in Inghilterra. Tornato nella capitale francese, dopo la laurea inizia a frequentare la Bibliotheque de l’Arsenal e qui conosce e stringe amicizia con scrittori, letterati, giornalisti, illustratori e bibliofili e si appassiona al mondo dei libri. Collabora con diverse riviste letterarie e ne fonda delle proprie, ben tre. Si interessa alle nuove tecniche tipografiche, è un fautore della sperimentazione nel campo della grafica e dell’illustrazione, diviene editore e pubblica opere per lo più inedite o poco conosciute o dimenticate.

 Scrive lui stesso e pubblica le sue opere. Scrive soprattutto saggi sui libri e tutto ciò che riguarda il mondo librario, ma non solo. Ha un grande interesse per la veste tipografica: le sue edizioni sono a bassa tiratura, spesso numerate per collezionisti. E’attento ad ogni dettaglio, dalla scelta della carta a quella dei caratteri e delle ricche e raffinate illustrazioni, opere di artisti tra i più famosi del tempo, come Paul Avril e Albert Robida.

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Viaggia anche molto. Non è il viaggiatore “romantico” dell’Ottocento, amante dell’esotismo, ma spesso più sognatore che vero viaggiatore. Uzanne al contrario è un uomo moderno e viaggia veramente, spinto dal desiderio di conoscere dal vivo le caratteristiche e le usanze dei vari popoli. Nel 1893 compie addirittura il giro del mondo.

La sua modernità si manifesta anche nella profonda convinzione che il progresso tecnologico può offrire grandi possibilità alla creatività letteraria. L’Ottocento è un secolo di grandi invenzioni per quanto riguarda la stampa, invenzioni come il linotipo e la rotativa, macchine complesse che contribuiscono alla diffusione della carta stampata, soppiantando definitivamente la stampa manuale. Tanto crede nel progresso tecnologico che profetizza persino la fine del classico libro fatto di carta.

La fine dei libri?

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“La fine dei libri”

Nel 1895 scrive e pubblica i “Contes pour les bibliophiles”, brevi racconti di scarso valore letterario, ma elegantemente illustrati.  Il racconto più interessante e il più noto è proprio “ La fin des livres”, la fine dei libri.

Nel racconto, strutturato come un dialogo platonico, Uzanne immagina di trovarsi a Londra durante la conferenza di uno scienziato sul tema del progressivo raffreddamento del sole e sulla conseguente fine del mondo e si chiede: se persino il sole non è eterno, che ne sarà in futuro del libro fatto di carta?

L’autore non ha dubbi, è destinato a sparire o per lo meno a cambiare e, avendo in mente la recente invenzione del fonografo, profetizza l’avvento di un audio-libro, il quale tra l’altro avrebbe un grande vantaggio: la lettura alla lunga affatica la vista, mentre l’udito non si affatica!

Ma Uzanne va anche oltre, dimostrando un notevole intuito profetico ed entrando così nel campo della fantascienza. Pensa a qualcosa che si possa ascoltare anche in movimento, non sa come è fatto, ma è qualcosa come un walk-man. E poi:

“ Ci saranno in tutte le redazioni delle stanze enormi dove i redattori registreranno a voce alta le notizie ricevute e i dispacci arrivati telefonicamente si troveranno immediatamente iscritti e diffusi tramite un ingegnoso apparecchio piazzato nel ricevitore” (una sorta di informazione in prese diretta)

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“L’autore reciterà se vorrà la sua opera e la metterà in vendita lui stesso tramite cilindri registrati, che saranno confezionati e venduti direttamente ai consumatori” (self-publishing).

Ma intanto, essendo il libro ancora vivo e vegeto, Uzanne si dedica a farlo diventare un’opera d’arte, cominciando dalla copertina.

L’arte di decorare i libri

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Scrive un libro “L’art dans la decoration exterieure des Livres”. E’ un “Livre-Album” come lo definisce lui stesso, una rassegna ricca ed esauriente che documenta i diversi modi usati anche in passato per abbellire la copertina di un libro. Il trattato, afferma sempre l’autore, è l’unico nel suo genere perché molto si è scritto sui libri e sulla stampa, ma poco o niente sul loro aspetto esteriore. Ora è il momento giusto per farlo perché si sta diffondendo un nuovo gusto per la decorazione.

11-Nos amis ....jpgA questo proposito bisogna ricordare che nella seconda metà del XVIII nasce la rilegatura editoriale, cioè eseguita direttamente dallo stesso editore o stampatore, uguale per tutte le copie e, mentre prima per la copertina si usava la pergamena o comunque la pelle e a volte anche il legno, ora si comincia ad usare la carta e il cartone.

Il trattato non è rivolto solo ad un numero ristretto di intenditori e di bibliofili, ma a tutti quelli che sono “epris”, cioè presi, affascinati dai libri e ha lo scopo di sviluppare e diffondere il gusto della decorazione che trasforma un libro in un oggetto di lusso.

La donna secondo Uzanne

Uzanne è dunque un amante del bello, dell’eleganza e questa sua sensibilità estetica lo porta ad amare il mondo femminile e la moda. Per lui, infatti, donna e moda sono due concetti strettamente legati. Considera la moda la più grande espressione della femminilità e, in proposito, ritiene di essere un esperto della psicologia femminile e si definisce “l’unico vero storico della moda femminile”.

Scrive molti saggi dedicati alla donna, alla sua “storia psicologica” dal passato all’epoca attuale, alla sua vita, alle sue abitudini e alla moda. E proprio la moda, che descrive con grande attenzione (qualcuno ha detto quasi feticistica) per i dettagli, gli ispira una serie di saggi, scritti per il “boudoir”, libri di piccolo formato con le copertine decorate da ricche incisioni.

9-Le ventail.jpgNascono così “L’éventail”, una bellissima storia illustrata del ventaglio, accessorio che l’autore considera femminile per eccellenza e definisce “lo scettro di una bella donna”, “Les ornements de la femme” e “L’ombrelle, le gant, le manchon”, con illustrazioni in stile rococò di Paul Avril. A proposito del manchon, il manicotto (accessorio molto in voga nell’ottocento nel XIX secolo), è curioso leggere il giudizio dell’autore: “Il manicotto! Solo il suo nome ha qualcosa di adorabile, lanuginoso e voluttuoso”. Un’ osservazione è d’obbligo: per donna, Uzanne intende sempre la donna francese, in particolare la parigina, che egli considera la più femminile di tutte!

Strana personalità davvero, quella di Octave Uzanne!  Ha scritto ed auspicato la fine del libro di carta e poi ha dedicato tutta la sua vita di scrittore e di editore a rendere quel libro un oggetto d’arte, un capolavoro. Ma i capolavori, si sa, hanno vita eterna!

L’ordine “segreto” dei libri

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Capita, invitando amici e conoscenti, di immergerci per qualche ora tra i miei libri e di sentirmi domandare quale sia l’ordine con il quale organizzo la mia biblioteca. Perché di un ordine, nella vita, qualunque esso sia, siamo sempre alla ricerca.

Ci sono modi semplici di ordinare e vie complesse ed apparentemente non-ordinate. Si possono ordinare i libri per autore, per secolo ed anno di stampa, per tematiche. I “visual” li ordinano per colore, dimensioni.

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Una libreria “visual”

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Dettaglio della Pepys Library – Magdalene College

Il grande bibliofilo inglese Samuel Pepys li ordinava ad esempio per colore e dimensioni al punto da porre dei rialzi su misura sotto i suoi tomi in modo che le loro sommità fossero perfettamente allineate.

Si posero il problema i custodi della Biblioteca di Alessandria (il primo di loro a creare un ordine fu Callimaco da Cirene) dove fu necessario creare uno dei primi cataloghi della storia per orientarsi tra le centinaia di migliaia di papiri.

Jorge Luis Borges nella sua “Biblioteca di Babele” ipotizza una biblioteca infinita, senza confini eppure con un ordine geometrico e matematico estremamente complesso e impenetrabile.

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Ricostruzione ipotetica della “biblioteca di Babele” Borgesiana

Nel mio caso, direi, non è semplice rispondere alla domanda del visitatore. E per comprendere la risposta che darò e che potrete leggere in conclusione del post, è necessaria  una premessa.

A proposito di libri che “parlano”

image.pngStuart Kells nel libro “Un catalogo delle meraviglie – La Biblioteca”, a proposito dei suoi primi anni da “cacciatore di libri” ed esploratore di biblioteche, afferma:

<< Imparammo che le biblioteche sono molto più che meri depositi di libri. Ognuna di esse ha la sua atmosfera, perfino un suo spirito>>.

E se le biblioteche hanno uno spirito allora questo non può che derivare dai libri che contiene.

Così, quando ho cominciato a costruire la mia biblioteca, ho pensato che ogni libro dovesse avere al suo fianco un libro con cui condividere passioni e sentimenti. Un compagno di scaffale con il quale dialogare, confrontarsi, integrarsi.

L’ordine che si crea non è un ordine definito o immutabile. Al contrario ogni nuova acquisizione rimette in discussione tutto. L’arrivo di un nuovo libro può creare nuovi “accoppiamenti”, rompere sodalizi librari per crearne altri in un susseguirsi vorticoso di intrecci, correlazioni e sentimenti.

Ecco spiegato agli occhi del visitatore perché sui miei scaffali si possono trovare fianco a fianco cinquecentine e prime edizioni del ‘900.

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Intrecci e correlazioni…

“Corri, Corvo, Corri”

Ragionavo su questo caos ordinato qualche giorno fa in occasione dell’acquisto di un libro speciale.

image.pngUn libro speciale perché scritto da un amico, Sebastiano Ruzza. Speciale perché è un libro che trasforma il negativo in positivo. Un libro di una piccola casa editrice (VentiTré Edizioni), di quelle che, la storia insegna, ogni tanto sfornano piccoli gioielli per la gioia, purtroppo a volte, di pochi lettori. Il libro intitolato “Corri, Corvo, Corri” è un romanzo autobiografico e quasi di formazione. E’ una storia sofferta che reca con sè un messaggio positivo, una luce nel buio che può avvolgere lo spirito ed il corpo di chi soffre di disturbi alimentari. Portato a casa il libro, era giunto il momento di dare un ordine: dove riporlo? A fianco di quale altro libro? Ed il pensiero non poteva non correre

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Prima rara edizione

ad un libro a cui sono particolarmente affezionato: “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Un libro in cui l’autore prende il proprio bagaglio di dolore e sofferenza e lo trasforma in memoria ordinata, scritta e pubblicata. Perché condividere il dolore vuol dire trovare altre persone con le quali dividere il peso da portare. Ed aiutare altri che vivono o hanno vissuto lo stesso dolore a non sentirsi sole. Il libro “Corri, Corvo, Corri” parla proprio di questo, di sofferenza e solitudine. Quasi naturale affiancarlo al libro di Levi. Avranno molto da dirsi, la sera, spente le luci, sul loro scaffale.

E proprio l’autore del libro mi ricordava, l’altro giorno, una frase di Ettore Scola:

<< … ho imparato ad amare i miei libri. Oggi mi sorprendo a volte a spostarli nella mia biblioteca. Perché? Perché c’è un ordine segreto. I libri non puoi metterli a caso. L’altro giorno ho riposto Cervantes accanto a Tolstoj. E ho pensato: se vicino ad Anna Karenina c’è Don Chisciotte, di sicuro quest’ultimo farà di tutto per salvarla.>>

Curatori, Bibliofili e Biblioteche

Tornando a parlare di ordine e catalogazione, impossibile non pensare a quando tutto ebbe inizio.

Alle prime raccolte librarie europee dei monasteri quando si trasformarono i leggii nei primi scaffali a parete o secondo il sistema ”a stallo” cioè posizionati perpendicolarmente alle pareti.

Agli inizi regole precise imposero ad esempio di separare i testi cristiani dai testi pagani.

Ma nella storia incontriamo anche separazioni bizzarre come quella proposta in un libro di etichetta e galateo del 1863 che raccomandava ai proprietari di libri di dividere le opere secondo il sesso degli autori e di affiancare un libro scritto da un uomo ad uno scritto da una donna solo nel caso i due fossero sposati nella vita reale!

E come non pensare al figlio di Cristoforo Colombo, Fernando (cui abbiamo già dedicato un post “ Un diario, un figlio e tanti libri: porte che si aprono su un Nuovo Mondo” – 20/10/19), uno dei bibliofili più importanti del XVI secolo che fece costruire una casa per contenere le migliaia di volumi, mappe e incisioni della sua raccolta costruita girando tutta l’Europa?

Fernando Colombo criticava le biblioteche il cui ordine ed i cui image.pngcataloghi permettevano di trovare un libro solo a chi sapesse già quale libro cercare. Per Ferdinando quelle erano biblioteche “morte”. Per la sua biblioteca Fernando istruì il suo bibliotecario a scrivere il “libro de materia” (Libro degli argomenti), un catalogo che riportava il sunto essenziale di ogni opera (un “abstract” diremmo oggi con una terminologia moderna). Fernando costruì così una sorta di indice universale che collega i libri, al di là dell’autore o dell’epoca, per argomenti.

Alberto Manguel, scrittore, critico, direttore della Biblioteca Nazionale Argentina, lettore di libri per Jorge Luis Borges negli anni della sua cecità, costruì una biblioteca personale di più di 35.000 volumi. Quando si trovò nel frangente di dover traslocare e decidere quali libri conservare nella nuova casa e quali lasciare in un deposito, comprese come afferma lui stesso che:

<< i libri raccontano tutti una storia. Non solo quella che c’è scritta dentro, ma quella a volte più importante che si portano dietro>>.

Nel libro “Vivere con i libri – un’elegia e dieci digressioni” Manguel afferma:

<< Ogni biblioteca è un luogo della memoria, sugli scaffali si succedono non solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, la città in cui l’abbiamo comprato, la persona che ce lo consegnò, il piccolo e grande dolore che quella lettura ha saputo lenire>>.

Ecco infine la risposta promessa all’inizio.

I libri decidono da sé il loro posto sugli scaffali, a me solo il compito di saperli ascoltare.

Non resta dunque, al visitatore che volesse avventurarsi tra i miei scaffali, che chiudere gli occhi e farsi guidare dal sussurrare dei libri.

Storia di un libro di … STORIA: il “Fasciculus Temporum”

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Fin dall’antichità l’uomo ha sentito l’esigenza di scrivere la storia, di narrare ciò che egli stesso ha vissuto o ciò di cui è venuto a conoscenza tramite il racconto di altri.

Perché? Per il piacere di farlo, forse, ma soprattutto per tramandare a quelli che verranno dopo il ricordo di ciò è stato. Perché non si perda la memoria di uomini e di fatti importanti e non si perdano le conoscenze, le esperienze, le scoperte e le invenzioni che l’uomo ha raggiunto magari con sacrificio, a volte anche della propria vita, e che costituiscono la base su cui continuare a costruire.

Grande è quindi il contributo che gli storici hanno dato al progresso dell’umanità. Storici, per citarne solo alcuni, come i greci Erodoto e Senofonte o i romani Tito Livio, Svetonio, Tacito e lo stesso Cesare. Proseguendo il cammino della storia, troviamo, nel medioevo, una grande fioritura di annali e cronache, per la verità non sempre veritiere, spesso fantasiose.

Storia, abbazie e cultura nei tempi antichi

image.pngCentri di studio e raccolta dati erano le abbazie, formidabili luoghi di cultura. E se noi possiamo leggere gli storici dell’antichità, lo dobbiamo proprio ai monaci amanuensi e al loro immenso lavoro di trascrizione degli antichi manoscritti. Tra i più importanti ed attendibili storici di questo periodo ricordiamo Sant’Agostino (nel 400 d.C.) con la sua “De civitate Dei”, una visione della storia dal punto di vista cristiano, poi Isidoro, vescovo di Siviglia nel 500-600 d.C., che si propose, tra l’altro, di distinguere la storia dalla favola e dai miti, e infine Paolo Diacono, monaco cristiano, storico e scrittore longobardo di lingua latina, vissuto nell’VIII sec. d.C.

Nell’XI secolo Marianus Scotus, monaco irlandese vissuto in Germania, attento studioso delle fonti antiche, scrisse il “Chronicon”, un’accurata cronaca dalla creazione fino all’anno 1082. Questo testo fu molto popolare in tutto il Medioevo, considerato un’autorità in materia e un punto di riferimento per gli storici dei secoli successivi.

Werner Rolevinck e il “Fasciculus Temporum”

Sulla scia di quest’opera nel 1400 troviamo, sempre in Germania, un altro storico di grande valore. Si tratta di Werner Rolevinck vissuto dal 1425 al 1502. Nato in Vestfalia in una famiglia di agricoltori benestanti, si fece monaco certosino e visse tutta la sua vita nella Certosa di Colonia, dedito agli studi e alla scrittura. Fu “autore straordinariamente diligente e prolifico” come ebbe a dire un suo contemporaneo. Scrisse molto, infatti, circa 50 titoli, opere di teologia e di storia sacra destinate ai suoi confratelli; la maggior parte di queste opere, scritte in latino, è rimasta come manoscritto.

La sua opera più famosa, quella per cui è passato alla storia, è una poderosa Storia del mondo dalla Creazione fino al momento del completamento della stesura del testo (1474, durante il papato di Sisto IV), storia vista in una duplice ottica, religiosa e temporale.

6-Edizione Veldener.pngSi tratta del “Fasciculus temporum”, scritto in latino, che fu stampato per la prima volta a Colonia nel 1474. L’opera suscitò un grande interesse e nei decenni successivi venne tradotta anche in fiammingo, francese e tedesco. Soltanto prima del 1500 furono almeno una trentina le edizioni stampate in Germania, ma anche in Olanda, nel Belgio, in Spagna e in Italia, a Venezia, dove operava Erhard Ratdolt, un proto-tipografo (come erano chiamati i primi stampatori) tedesco, proveniente da Augusta. Per gli studiosi dell’epoca, soprattutto dell’area tedesca, fu un’importante opera di riferimento per tutta la prima metà del XVI secolo, quando fu sostituita da altre più aggiornate. A proposito delle varie edizioni, va notato che nella versione stampata a Lovanio nel 1480 dal tipografo olandese Johan Veldener alle 400 pagine originali se ne aggiunsero altre 250 di cronache che riguardavano soprattutto i Paesi Bassi. Il fatto che nel colophon dell’opera si trovi la frase (qui tradotta) “terminato da me Johan Vedener”, ha fatto pensare che quelle 250 pagine siano un’aggiunta dello stesso stampatore.

Il segreto di un incunabolo “futuristico”

L’opera, come si è detto, ebbe un grande successo tra i contemporanei, successo che continuò anche nei secoli successivi (quando ormai era superata dal punto di vista strettamente storico). Le ristampe si susseguirono e questo ha permesso la sopravvivenza fino a noi di più di un centinaio di copie.

Il motivo di questo apprezzamento è sicuramente dovuto alla veste editoriale più che al testo.

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Fin dalla prima edizione, infatti, l’opera è stata dotata di un corredo iconografico eccezionale, che in seguito è stato

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La prima incisione a stampa di Venezia nella storia del libro stampato (Editio 1481)

ulteriormente arricchito, costituito da pregevoli xilografie che rappresentano vedute di città e di celebri monumenti, ma anche eventi straordinari come comete o eclissi, una fantasiosa arca di Noè e un Cristo circondato da scritte, poste sia in orizzontale che in verticale, che riguardano i quattro evangelisti i cui nomi figurano in altrettanti cerchi. Ma non è, quest’ultima, l’unica pagina dal design particolare. Tutto il testo presenta un layout insolito, 3-Una città.jpgraffinato e complesso (soprattutto se riferito all’epoca) che rende l’opera decisamente unica. Per esempio, molte pagine presentano al centro una striscia con doppia riga che separa il testo sovrastante (che riporta la storia biblica) da quello sottostante (con la storia secolare). Nella striscia alcuni cerchi contengono, a cominciare da Adamo, nomi di personaggi storici, come papi e abati imperatori e re, santi e martiri e le date relative: quelle sopra sono calcolate dalla Creazione del mondo (posta nel 5199 a.C.); quelle sotto, stampate al contrario, indicano il numero di anni prima della nascita di Cristo. Molti altri cerchi, alcuni collegati tra loro, altri no, si ritrovano in tutte le pagine; in essi sono indicate date, nomi e fatti. Questa insolita maniera di presentare le informazioni consente al lettore di leggere la storia in modo sincronico (i dati storici in un determinato momento) e diacronico (i dati nel loro divenire nel tempo).

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Per quanto riguarda il contenuto, la prima osservazione che si può fare è che, qua e là, all’autore piace aggiungere, alla descrizione dei fatti, considerazioni e commenti di tipo etico.

Per quanto riguarda gli avvenimenti, appare evidente come, essendo Rolevinck nato e vissuto a Colonia, la sua attenzione vada soprattutto alle cronache tedesche. Ma manifesta un certo interesse anche per la storia dell’Inghilterra e dell’Irlanda, in questo dimostrando l’influenza di Marianus Scotus.

Infine è da notare un accenno alla recente invenzione della stampa che l’autore definisce:

“…l’arte delle arti, la scienza delle scienze…”

e continua affermando che

“…la virtù illimitata dei libri che prima…era nota a pochissimi studenti, ora è diffusa da questa scoperta ad ogni tribù, popolo, nazione e lingua ovunque…”

Un Uomo e un Libro: storia di due sopravvissuti

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Chi legge i nostri post sa che per noi un libro non è solo un supporto cartaceo che reca il racconto di una storia o della Storia, ma un’entità ineffabile e inafferrabile che ha una vita sua, che a volte può essere persino più interessante del suo contenuto.

Il libro di cui parliamo oggi è un grandissimo libro: il suo contenuto ha un alto valore storico e morale, oltreché letterario, ma anche la sua veste editoriale ha un grande valore storico. Parliamo della prima rara edizione di “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Il contenuto del libro e la sua importanza sono noti a tutti. Noi quindi, seguendo il nostro stile, parleremo di questa prima edizione perché la sua storia è meno conosciuta, ma molto interessante sia sotto l’aspetto storico che umano. Per capirla meglio dobbiamo partire dall’inizio.

PRIMO LEVI

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Primo Levi

Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da una famiglia di origini ebraiche. Nel 1937 si iscrive all’università, facoltà di chimica e nel 1941 riesce a laurearsi nonostante tutte le difficoltà che incontra sul suo percorso di studio a causa delle nuove leggi razziali contro gli ebrei emanate dal governo fascista. Anche trovare un lavoro è difficile, di quei tempi, per un giovane ebreo. Lo trova a Milano presso una ditta di medicinali di proprietà svizzera e in questa città si trasferisce nel 1942. A Milano vive una sua lontana parente, Ada Della Torre la cui casa diviene un punto di ritrovo di altri giovani torinesi che si sono trasferiti in questa città. E’ molto difficile, infatti, trovare lavoro a Torino per via delle leggi razziali e della situazione politica, mentre Milano è città più aperta, più cosmopolita, più accogliente. I torinesi sono tutti giovani tra i 20 e i 30 anni, hanno studiato e hanno tanti interessi, frequentano gli ambienti culturali della città, quando si riuniscono discutono di letteratura, di filosofia, di politica. Sono avversi al fascismo, di cui criticano e mettono in satira tutti gli aspetti negativi, ma ancora sono ignari di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Nel gruppo c’è anche un caro amico di Primo dei tempi dell’università: si chiama Silvio Ortona. Lui e Ada avranno una grande influenza nella vita futura di Levi. Nel 1943 la situazione politica precipita: Milano viene colpita da pesanti bombardamenti e, dopo l’armistizio dell’8 settembre le truppe militari tedesche occupano il nord e il centro Italia.

 

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Milano – Agosto 1943

Il gruppo dei giovani torinesi prende coscienza della situazione, si scioglie e molti di loro, tra cui lo stesso Primo e i suoi amici Ada e Silvio maturano la decisione di partecipare attivamente alla Resistenza. Levi si rifugia in Val d’Aosta, ma il 13 dicembre di quello stesso anno viene arrestato dai tedeschi e comincia così la sua lunga e terribile odissea che lo porterà nel febbraio del ’44 ad essere internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui conosce tutto l’orrore della shoah e riesce in qualche modo a sopravvivere solo grazie a una discreta conoscenza della lingua tedesca e alla sua laurea in chimica. Per questo motivo infatti viene destinato a lavorare in una fabbrica per la produzione di gomma sintetica che si trova all’interno del campo e, in tal modo, gode (la parola è certo un eufemismo in quella drammatica situazione) di un trattamento migliore rispetto agli altri prigionieri.

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L’arrivo ad Auschwitz – Febbraio 1944

Dopo la liberazione, con l’entrata nel campo delle truppe russe il 27 gennaio 1945, Levi, distrutto nel fisico ma soprattutto nello spirito, ritorna nella sua Torino e si riunisce alla famiglia. Trova un lavoro e ritrova gli amici, primi fra tutto Ada e Silvio che nel frattempo si sono sposati e abitano a Vercelli. Si sposa, anche, un matrimonio felice, ma non ritrova del tutto la sua pace interiore: la ferita è troppo profonda, il ricordo degli orrori visti e vissuti lo tormenta, allora sente il bisogno di sfogarsi, di parlarne e così inizia a scrivere.

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Scheda di presentazione del romanzo “Se questo è un uomo”

Scrive per sé stesso, per rielaborare i ricordi dolorosi e anche per informare perché è giusto far sapere. Ma, come avrà modo di dire in seguito lui stesso, non scrive:

“per accusare, e neppure per suscitare orrore ed esecrazione. L’insegnamento che ne scaturisce è di pace: chi odia, contravviene a una legge logica prima che ad un principio morale”.

Il manoscritto di Primo Levi

L’amico Silvio, che nel frattempo è diventato Segretario della Federazione Comunista di Vercelli, lo incita a scrivere e nel ’47 decide di pubblicare i suoi ricordi su “L’amico del popolo”, il giornale della Federazione vercellese. Così Silvio Ortona, sul numero del 29 marzo 1947 li presenta ai lettori: “Per gentile concessione dell’autore iniziamo con questo numero la pubblicazione di passi di un libro di prossima pubblicazione: “Sul Fondo”, riguardante il campo di eliminazione di Auschwitz”.

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L’Amico del Popolo – vercelli, numero di Maggio 1947

Levi, nel frattempo, aveva inviato il manoscritto delle sue memorie a diverse case editrici, ma tutte l’avevano rifiutato. Tra queste anche Einaudi presso cui lavoravano come consulenti Natalia Ginzburg e Cesare Pavese che scartarono l’opera. In seguito giustificarono questa loro decisione dicendo che i tempo non erano maturi, l’Italia era un popolo di reduci, ognuno aveva ancora le sue dolorose ferite da curare e non era pronto, non era interessato a conoscere quelle degli altri.

La Casa editrice De Silva

Il libro

Prima edizione – Torino 1947

Per Levi è una delusione, ma dura poco. Nell’autunno dello stesso anno un piccolo, coraggioso editore di Torino pubblica i suoi ricordi. E’ la Casa Editrice Francesco De Silva, fondata nel 1942 da Franco Antonicelli, poeta, saggista e antifascista, eletto nel 1945 presidente del Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte.

 

Primo Levi aveva chiamato la sua opera “I sommersi e i salvati”, ma Antonicelli lo convince a sostituire il titolo con “Se questo è un uomo”, parole prese da una poesia scritta dallo stesso Levi: “

“Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no / […….]”

Il libro è stampato in sole 2500 copie, la copertina è graficamente elegante, ma nell’insieme la veste editoriale è modesta, risente della penuria di materia prima dell’immediato dopoguerra: la carta è povera, facile a ingiallirsi e a sbriciolarsi se sottoposta alle ingiurie del tempo, la sovraccoperta, cucita con refe scadente, è tanto sottile e delicata che Umberto Eco la definirà fragile “come pane azzimo”.  Solo 1500 copie si vendono. Le altre 1000, quando nel 1949 la De Silva chiude e viene rilevata dalla Casa Editrice Nuova Italia di Firenze, sono accantonate in un magazzino, praticamente dimenticate. Nel 1966 con la famosa, devastante alluvione (vedi post “Storie di acqua alta, libri e librerie” https://leportedeilibri.com/2019/11/20/venezia-e-firenze-storie-di-acqua-alta-libri-e-librerie/), la maggior parte di queste copie vanno distrutte.

Quello che è successo dopo è risaputo. Nel 1958 la stessa Casa

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Edizione Einaudi – 1958

Editrice Einaudi pubblica il libro: il successo è enorme e non solo in Italia. I tempi sono cambiati, le ferite bruciano di meno, la gente vuol sapere quello che è successo. Ad oggi del libro sono state stampate innumerevoli edizioni, più di due milioni e mezzo di copie più tutte le versioni ridotte ed adattate per le scuole. Infatti “Se questo è un uomo” è considerato un testo scolastico di grande importanza storica e morale, testimone preciso e rigoroso di fatti che non devono essere dimenticati.

Ma torniamo, per un attimo, alla quella mitica prima edizione del libro, quella stampata nel 1947 su carta povera, quella che il tempo, approfittando della sua fragilità, e poi, in aggiunta, il fango dell’alluvione hanno distrutto o rovinato irrimediabilmente. Delle 2500 copie stampate quante sono sopravvissute?

Centro Studi Primo Levi

Il Centro Internazionale di Studi Primo Levi se l’è chiesto e nel dicembre del 2018 (anticipando le celebrazioni per il centenario della nascita dell’autore avvenuta il 31 luglio 1919) ha organizzato presso la Biblioteca Nazionale di Torino una mostra intitolata “Se questo è un uomo, il libro primogenito”. Così, infatti, Levi chiamava la sua prima edizione: “primogenita”. Per l’occasione il comitato organizzatore della mostra ha dato vita ad una vera e propria caccia all’edizione del ’47 divenuta estremamente rara e introvabile. Fu lanciato anche un invito a tutti i possessori di quel libro perché si mettessero in contatto con il Centro: lo scopo era quello di fare un censimento di ciò che era rimasto per poter compilare una specie di catalogo delle copie “sopravvissute”. Soprattutto si voleva conoscere la storia delle 1500 copie vendute. Chi le aveva comprate? Che cosa aveva spinto quelle persone a scegliere ed acquistare proprio quel libro?

Molte copie furono rintracciate: alcune provenivano da biblioteche illustri, erano appartenute a personaggi come Umberto Saba, Giorgio Bassani, lo psichiatra Franco Basaglia che forse era interessato a conoscere l’effetto sulla psiche umana di una così spietata e sistematica azione di annientamento. Molte altre copie risultarono di proprietà di biblioteche pubbliche e universitarie in Italia, ma anche all’estero, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Australia ed anche in Germania.

Due sopravvissuti: un uomo e un libro. Due testimoni preziosi di qualcosa che vorremmo non fosse mai accaduto. Ma è accaduto, ed è giusto che i sopravvissuti parlino perché tutti devono sapere.

Una storia “fantastica”: Zaccaria Seriman

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La Stampa on line del 2 gennaio 2020: un breve notizia attira la curiosità dei bibliofili più attenti. (https://video.lastampa.it/aosta/aosta-il-tesoro-dimenticato-l-opera-completa-di-voltaire-ritrovata-in-una-biblioteca-pubblica/108079/108088?).

“Aosta, il tesoro dimenticato: l’opera completa di Voltaire ritrovata in una biblioteca pubblica”.

All’alba del XXI secolo ancora ci sono dei tesori nascosti? Evidentemente sì.

Si tratta di 100 volumi, l’opera completa di Voltaire, stampata tra il 1791 e il 1792 in Germania, che era stata donata, anni fa, alla biblioteca regionale di Aosta, ma non era mai stata catalogata e quindi giaceva in angolo dimenticata, anche se sotto gli occhi di tutti. Un vero tesoro raro perché neppure la biblioteca nazionale francese possiede l’opera originale completa. Nel servizio, il curatore della biblioteca presenta alcuni volumi di quest’opera ritrovata e illustra altri libri rari e preziosi presenti nella struttura. E anche qui l’attenzione del bibliofilo è attirata, questa volta da un nome: Zaccaria Seriman, nel servizio definito il padre del romanzo fantastico italiano. Il nome non è uno dei più conosciuti e allora vale la pena di fare qualche ricerca.

Zaccaria Seriman

1- Ritratto

Enrico Wanton (nome di fantasia dietro al quale si cela Zaccaria Seriman)

Zaccaria Seriman nasce a Venezia nel 1708. Il padre, Deodato Sceriman, appartiene a una facoltosa e nobile famiglia di mercanti di origine armena che, verso la fine del ‘600, per sfuggire alle persecuzioni contro la popolazione cattolica, lascia la Persia ed approda a Venezia, città ricca ed accogliente. Zaccaria, nato a Venezia e perfettamente integrato nel tessuto cittadino, italianizza il suo cognome in Seriman.  Negli anni che vanno dal 1721 al 1725 vive a Bologna per studiare presso il collegio dei Gesuiti e frequenta intensamente gli ambienti culturali che gravitano intorno all’Università e all’ Istituto di Scienze ed Arti. Sono gli anni in cui è vivo il dibattito sulle teorie di Cartesio e di Newton. In questo contesto si formano gli interessi filosofici di Zaccaria, orientati verso le nuove teorie scientifiche di Leibniz e di Locke. Tornato a Venezia, Seriman si dedica inizialmente alle traduzioni e alla scrittura di libretti per melodrammi. Ma presto la sua attività si sviluppa in campo editoriale. Rileva una stamperia e pubblica diverse opere, tra cui “La storia generale dei viaggi” di A.F. Prévost, da lui stesso tradotta dal francese; acquista, inoltre, una libreria che diviene la più importante della città, punto di riferimento di tutto il commercio librario della città.  Infine, insieme ad altri personaggi dell’ambiente culturale veneziano, tra cui Gaspare Gozzi suo buon amico, fonda una rivista di critica letteraria. Coordinando tutte queste varie attività, la rivista, la tipografia e la libreria, Seriman si fa promotore di un progetto culturale che intende diffondere testi istruttivi, moderni ma anche “divertenti” così da raggiungere il maggior numero possibile di persone. Purtroppo il progetto fallisce, prima per dissapori e divergenze d’opinione tra i promotori e in seguito, definitivamente, per problemi finanziari. Infatti l’attività editoriale non ha reso in termini economici, anzi ha causato forti perdite tanto da annientare l’ingente patrimonio di famiglia. Negli ultimi anni, anche per la necessità di guadagnare, Seriman ritorna alla iniziale attività di traduttore e librettista. Morirà in solitudine nel 1784, povero ed ammalato.

Nasce il romanzo fantastico italiano

Fin qui, brevemente, la biografia di questo personaggio poco noto, ma che la storia letteraria definisce il padre del romanzo fantastico italiano. A che cosa deve questa definizione? Alla sua opera più famosa:

“Viaggi di Enrico Wanton alle terre incognite australi ed ai regni delle Scimmie e dei Cinocefali”.

Si tratta di un romanzo voluminoso e assai complesso, scritto e pubblicato in diverse fasi, ispirato dal nuovo interesse per i viaggi d’avventura e l’ambiente esotico e sulla scia dei racconti fantastici che erano tanto di moda, primi tra tutti quelli dell’inglese Jonathan Swift, autore dei celebri viaggi di Gulliver, pubblicati nel 1726 e che il giovane Zaccaria aveva letto rimanendone profondamente colpito.

La prima parte dei viaggi di Seriman è pubblicata nel 1749. Si tratta di due volumi nei quali il protagonista Enrico Wanton (nome di fantasia dietro cui si cela l’autore stesso) racconta il suo naufragio, insieme all’amico Roberto, su una terra sconosciuta popolata da individui primitivi dalle sembianze scimmiesche.

Nella seconda parte, scritta dopo il 1758 e pubblicata nel 1764 nell’edizione completa definitiva in 4 volumi, i due amici si ritrovano nel regno dei Cinocefali, personaggi con la testa di cane.

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L’opera, dal punto di vista strettamente letterario, è stata criticata perché giudicata monotona e prolissa, molto lontana dalla brillantezza del modello di Gulliver, ma ad essa viene riconosciuto un valore storico per l’impronta satirica che l’autore ha dato ai personaggi e agli avvenimenti, diventando così una rappresentazione, efficace seppur fantasiosa, degli usi e costumi e delle idee della società veneziana del tempo. Nella descrizione del regno delle scimmie sono, infatti, ravvisabili lo stato di decadenza morale e culturale in cui versa quella società e tutti i suoi aspetti negativi e peggiori (ricordiamoci che Seriman ha studiato dai gesuiti!) dalla licenziosità di alcune feste, come il carnevale, all’arroganza dei nobili, alla fatua vanità delle dame, alla ciarlataneria di certi medici ignoranti, al pettegolezzo stupido e maldicente delle chiacchiere nei caffè. Nella seconda parte, in contrapposizione, i viaggiatori vivono le loro avventure nel mondo dei Cinocefali, creature dalla testa canina che rappresentano la saggezza. Il loro mondo è l’esatto opposto di quello degli individui scimmia, è una società basata sui principi illuministici di etica e civiltà, nella quale i critici hanno visto una rappresentazione dell’Inghilterra dell’epoca.

La storia del libro e delle sue edizioni

Come si è detto, l’opera completa è stata pubblicata nel 1764, in quattro volumi indicando un falso luogo di stampa (Berna), mentre in realtà è stata pubblicata a Bassano del Grappa presso gli stampatori Remondini (per notizie sugli stampatori Remondini vedi la nota “La rete dei Tesini” nel post “Libri in cammino: breve storia dei Colporteur” del 9 novembre 2018).

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Frontespizio della prima edizione – 1764

E’ curioso notare come l’opera, pubblicata con il titolo definitivo “Viaggi di Enrico Wanton alle terre incognite australi ed ai regni delle scimie e de’ cinocefali nuovamente tradotti da un manoscritto inglese” venga fittiziamente presentata come traduzione di un manoscritto inglese.

Un’altra curiosità è rappresentata da una successiva edizione del 1772 che in un falso colophon reca una dedica al Re d’Inghilterra e indica Londra come luogo di stampa. In realtà è stata stampata a Venezia, ma tanto è bastato per suscitare, all’epoca, l’interesse del mondo letterario inglese.

Zaccaria Seriman è considerato, dunque, il padre della letteratura fantastica italiana. Ma già prima di lui altri avevano scritto di viaggi in luoghi immaginari. Si può sicuramente affermare che quello dei viaggi di fantasia è un filone della letteratura che ha radici antiche.
Molte opere famose possono rientrare, a vario titolo, in questa categoria: l’Odissea di Omero, le storie di Sindbad il marinaio, in un certo senso anche il Milione di Marco Polo perché, come affermano  alcuni critici, rappresenta un mondo che appare alieno, e persino la Divina Commedia di Dante con i suoi viaggi all’Inferno e in Paradiso e infine l’ Orlando furioso dell’Ariosto con il viaggio di Astolfo sulla Luna, per citarne solo alcune, le più conosciute del mondo antico. a cui si aggiungono poi quelle più attuali, dai citati viaggi di Gulliver a quelli di Jules Verne e a tutti i moderni romanzi di fantascienza.

L’intento di queste opere è vario: può essere la rappresentazione di un mondo utopico, o più spesso la rappresentazione satirica della società dell’epoca di cui si vogliono mostrare, in maniera neanche tanto velata, mancanze e difetti. Altre opere offrono un’allegoria religiosa, oppure hanno uno scopo didattico-scientifico, ma a volte anche solo di puro intrattenimento per divertire e stupire con il racconto di strabilianti avventure.

Un “piccolo” grande libro: Beatrix Potter

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Un anno fa avevamo esplorato lo spirito del Natale partendo da una splendida prima edizione del “Canto di Natale” di Dickens. Quest’anno partiamo da un altro libro, un piccolo libro, che fa capolino dalla libreria addobbata per le feste in arrivo.

“The Tale of the Flopsy Bunnies”

Andiamo indietro nel tempo, Natale 1909. Molti bambini inglesi trovano sotto l’albero, insieme a un trenino di latta o a una bambola di celluloide, un libro. E’ un piccolo libro, formato14 x11cm., la copertina di spesso cartone con le scritte incise e la riproduzione di un delicato acquerello. Le manine dei bimbi sfogliano le pagine di bella carta patinata, liscia e lucida, e scoprono una storia delicata, esile, fatta di niente. Ma, soprattutto, restano incantati dalle numerose illustrazioni, deliziosi acquerelli che riproducono un mondo animale fiabesco. Sono gli animaletti antropomorfi che già da qualche tempo hanno conquistato il cuore dei bambini inglesi, scaturiti dalla fantasia di una scrittrice e creati dalla mano della stessa con grande maestria.

Il libretto si intitola “The tale of the Flopsy Bunnies” (Il racconto dei coniglietti di Flopsy) pubblicato a Londra nel luglio del 1909 dall’editore F. Warne & Co. La scrittrice ed illustratrice è Beatrix Potter che da qualche anno è diventata famosa in Inghilterra e non solo e che è destinata a diventare la più grande scrittrice per l’infanzia.

Beatrix Potter

2-Beatrix PotterHellen Beatrix Potter nasce a Londra nel 1866 nell’elegante e prestigioso quartiere di Kensington.

La famiglia è molto ricca e imparentata, per parte di madre, con la nobiltà; la casa, grande e piena di servitù, si trova nell’area verde del Bolton Garden. Durante le vacanze trascorre lunghi periodi in Scozia o nel Lake District.

La piccola Beatrix ha così modo di vivere a contatto con la natura, sviluppando nel tempo una grande passione per il paesaggio, la flora e la fauna che osserva da vicino con un’attenzione che dimostra un vero interesse scientifico e poi ritrae in schizzi e disegni precisi e minuziosi.

La giovane non frequenta scuole, secondo il costume dell’epoca vittoriana che riserva un regolare corso di studio solo ai figli maschi, ma è affidata alle cure di governanti e da autodidatta si interessa di letteratura, storia, scienze, lingue straniere. In particolare poi è seguita da una insegnante di disegno da cui apprende la prospettiva e le varie tecniche, soprattutto l’acquerello, tecnica che lei predilige. Beatrix infatti, dalla più tenera età, ha dimostrato di possedere una grande predisposizione per il disegno e così i genitori, soprattutto il padre, uomo amante dell’arte, decidono di assecondare questa sua abilità.

I soggetti preferiti sono la natura, in tutte le sue forme, la campagna inglese e gli animali, gli stessi animaletti domestici e selvatici che la fanciulla conosce così bene e di cui ama circondarsi: topolini, ranocchi, anatre, porcospini, gatti, ma soprattutto coniglietti; tutte bestiole che lei rappresenta realisticamente nelle fattezze, ma ai quali dà un’anima “umana”.

Ma Beatrix non è solo una giovane talentuosa; è intelligente, possiede senso dell’umorismo ed è dotata di una fervida fantasia, un carattere deciso e un forte senso di indipendenza. E’ un’anticonformista, negli atteggiamenti e anche nel modo di vestire. Si sente limitata nel ruolo di fanciulla così come è imposto dai rigidi canoni educativi della “buona” società vittoriana: la donna deve occuparsi della casa, soggetta ai genitori prima e al marito dopo, non frequenta scuole e non può lavorare. Per la verità, non andare a scuola non le crea problemi, anzi pensa che: “Grazie a Dio non sono mai andata a scuola: avrebbe cancellato parte della mia originalità”. Così riporta nel diario che tiene dai 15 ai 30 anni, scritto in un codice segreto da lei stessa inventato perché non possa essere letto dalle persone di casa, soprattutto dalla madre con cui non ha un buon rapporto per via del suo carattere anticonformista. Questo codice sarà decifrato solo molti anni dopo, nel 1958.

Quello che non può accettare è, invece, di non poter lavorare. Pur non avendone necessità, essendo la sua famiglia molto ricca, lei vuole lavorare per rendersi indipendente e anche se la cosa crea un certo scandalo, lei non se ne preoccupa. I primi guadagni le provengono dalla vendita ad una tipografia di una serie di acquerelli destinati a diventare biglietti d’auguri e dall’attività di illustratrice di libri.

Ma Beatrix non è solo una brava disegnatrice, in lei c’è la stoffa della scienziata. L’amore10-funghi per la natura la porta ad approfondirne lo studio in maniera scientifica. Appassionata, tra le altre cose, di micologia, nel 1895 presenta alla Linnean Society di Londra un accurato “Studio sulla germinazione delle spore nelle Agaricineae” nel quale cataloga 40 specie, studiate al microscopio e illustrate in numerose, pregevoli tavole a colori.

L’opera viene rifiutata solo e unicamente perché l’autore è una donna, ma Beatrix non si scoraggia e riesce a far conoscere il suo lavoro che però non sarà mai pubblicato, ma riscuoterà grande consenso tra gli esperti.

Altri disegni, un centinaio circa, sono ancora conservati nell’ Armitt Library di Ambleside e, per la loro precisione scientifica, sono tuttora considerati una pietra miliare nel campo della micologia.

A questo proposito va ricordato anche che alla Potter  si deve la scoperta, ed è tra i primi studiosi che hanno quest’intuizione, che i licheni non sono un’unica specie, ma due organismi che vivono in simbiosi, un’alga e un fungo.

Se la Potter scienziata non viene tenuta in considerazione, miglior fortuna avrà come scrittrice di libri per bambini, essendo questa un’attività considerata più consona ad una donna.

La scrittrice nasce per caso

Come abbiamo visto, Beatrix fin da piccola si era dedicata a disegnare gli animaletti che osservava e di cui amava circondarsi. Li riproduce con uno stile tutto suo particolare, molto realistico, ma nello stesso tempo molto poetico.

Alcuni di questi disegni vengono inseriti nelle lettere che la giovane è solita inviare ai figli di una sua ex governante con cui ha mantenuto un buon rapporto d’amicizia e per intrattenere i bambini comincia a inventare delle storielle di cui gli animaletti disegnati sono protagonisti. Ed è proprio la sua amica che spinge Beatrix a pubblicare quelle storie.

Nasce così il suo primo libro, “The tale of Peter Rabbit”, nel quale racconta la storia di un coniglietto e della sua famiglia.

7-disegno

Gli editori interpellati però lo rifiutano ed allora la giovane decide di pubblicarlo a spese sue. Ne fa stampare una prima edizione di 250 copie e poi una seconda di 200: tutte si esauriscono in breve tempo.

13-letteraL’anno successivo l’editore Warne & Co di Londra decide di pubblicarlo chiedendo però all’autrice di colorare le illustrazioni. Beatrix, che ha sempre preferito il bianco e nero per le storielle dei suoi animaletti, inizialmente è contraria, ma poi cede alle necessità editoriali. Nel 1902 viene stampata una prima edizione di 5.000 copie a cui ne fanno seguito altre; solo nel primo anno ne saranno stampate 28.000 copie e nell’anno successivo il doppio, 56.000. Questo piccolo libro, grazie all’ingenuità poetica della storiella, ma soprattutto alle sue deliziose illustrazioni avrà un successo enorme e non solo in Inghilterra. E’ da notare che questo libro costituisce una novità nel mondo della letteratura per ragazzi perché l’autrice è anche l’illustratrice e le illustrazioni costituiscono una parte fondamentale e non secondaria rispetto al testo, come invece avveniva all’epoca.

Testo e immagini dunque si fondono perfettamente creando un tutt’uno molto armonioso. Anche la scelta del piccolo formato si rivela vincente: il libretto può essere facilmente sfogliato dalle manine di un bambino.

Tornando al nostro Peter Rabbit, si calcola che a tutt’oggi ne siano state stampate 45 milioni di copie divenendo uno dei libri più stampati della storia. E’ stato tradotto in 30 lingue, è stato scritto in braille (nel 1921) e persino nella scrittura geroglifica del Medio Regno d’Egitto (nel 2005).

4-B. con coniglioA questo primo libro ne sono seguiti altri (sempre sullo stesso stile, in tutto 23, più alcuni
pubblicati postumi) che consacreranno Beatrix Potter come la scrittrice per l’infanzia più letta in tutto il mondo. E’ trascorso un secolo, le letture e i divertimenti sono cambiati, ora ci sono i cartoni animati supertecnologici e i video giochi, ma, a quanto pare, il coniglietto Peter e i suoi amici birichini riescono ancora ad incantare gli smaliziati bambini moderni. E, a dirla tutta, anche gli adulti.

Tanto la scrittrice è divenuta famosa che nel 2017 è stato dato il suo nome ad un asteroide scoperto nel 1992 dall’astronomo belga Eric Elst e che ora è chiamato 13975Beatrixpotter.

Storia di libri senza lettori e di lettori senza libri

2- esterno

Oggi non parliamo di un libro, ma di tanti libri, per l’esattezza di 250.000 libri. A tanto ammontano, circa, i testi conservati nella biblioteca di Gladstone a Hawarden, Galles, Regno Unito. E ne parliamo non tanto perché si tratti di una grande biblioteca, ma perché, come è nel nostro stile, è una biblioteca un po’ speciale.

Ma cominciamo dall’inizio.

William Ewart Gladstone

1-Ritratto Gladstone

Willian Ewart Gladstone (1809-1898)

William Ewart Gladstone è stato uno statista inglese. Nato a Liverpool nel 1809, figlio di un mercante, divenne leader del Partito Liberale e per quattro volte fu eletto Primo Ministro. Nel 1894, all’età di 85 anni, Gladstone si ritirò a vita privata e si dedicò interamente ai suoi interessi letterari. Morì nel 1898 e fu sepolto nell’Abbazia di Westminster con solenni funerali di Stato.

Nel corso della sua vita pubblicò molti articoli non solo su argomenti politici, ma anche storici, letterari e religiosi, articoli che in seguito furono raccolti in 8 volumi sotto il titolo di “Gleanings” (Spigolature). Conoscitore dell’antichità classica scrisse saggi su Omero e i suoi poemi (in verità di scarso valore letterario) e tradusse in inglese le Odi di Orazio. Appassionato di Dante, nel suo articolo “Did Dante study in Oxford?” ipotizzò, citando anche alcuni antichi documenti, che il sommo poeta avesse soggiornato ad Oxford. Nello stesso anno 1894, Gladstone, che si era trasferito nel Castello di Hawarden, pittoresco villaggio immerso nel verde presso Chester e a un’ora da Liverpool, decise di mettere a disposizione di tutti gli abitanti del paese la sua biblioteca personale, pensando in particolare ai  bambini, ai giovani meritevoli e a tutti coloro che non avevano mezzi economici sufficienti per possederne una. Era suo desiderio, come riferì poi sua figlia Mary, “riunire libri che non avevano lettori con lettori che non avevano libri”.

La Biblioteca di Gladstone

Egli donò quindi i suoi libri, circa 30.000, alla piccola biblioteca del paese, la St. Deiniol’s Library. Si trattava per lo più di testi di storia, teologia, letteratura inglese, poesia e politica, molti dei quali recavano annotazioni personali dell’uomo politico. Ai libri si aggiunsero, in seguito, anche gli articoli e la corrispondenza, i discorsi e altri documenti. La cronaca racconta che fu lui stesso, aiutato da un cameriere e dalla figlia, a trasportare i libri dal castello dove abitava alla biblioteca che, peraltro, distava solo tre quarti di miglio. Personalmente si occupò anche della loro sistemazione sugli scaffali usando il suo sistema di catalogazione. Dopo la sua morte nel 1898, fu lanciato un appello pubblico al fine di raccogliere fondi per costruire un edificio adeguato ad ospitare degnamente la ricca collezione, destinata ad ingrandirsi.

Il nuovo imponente edificio in mattoni rossi, in stile neogotico vittoriano, fu progettato dall’architetto John Douglas ed è considerato edificio di “grado 1”: grado che, secondo la classificazione dei monumenti del Regno Unito, identifica le costruzioni di interesse eccezionale.

3-biblioteca

 La nuova biblioteca fu ufficialmente aperta il 14 ottobre 1902 come Memoriale Nazionale di William Ewart  Gladstone.  La famiglia Gladstone, per onorare la memoria del parente, contribuì al finanziamento dell’opera, in particolare finanziando l’ala residenziale, quella che doveva accogliere i visitatori. La peculiarità di questa biblioteca consiste proprio nel fatto che è l’unica biblioteca residenziale del Regno Unito: in essa, infatti, i visitatori, oltre ad usufruire di tutti i servizi della struttura, possono soggiornare come in un albergo, dormendo e mangiando nello stesso edificio.

La biblioteca, oltre alle varie sale di lettura e alle sale per conferenze, è dotata di 26 camere da letto, un ristorante e una cappella.

Molte sono le iniziative e gli eventi, soprattutto in materia di storia, politica, letteratura, teologia, argomenti che, come abbiamo visto, costituivano gli interessi particolari di Gladstone. La biblioteca, che vanta attualmente una collezione di oltre 250.000 testi tra libri, riviste ed opuscoli, è stata riconosciuta come la più importante nel Galles dopo la National Library of Wales di Aberystwyth.  Essa richiama ogni anno un ingente numero di semplici visitatori, di bibliofili alla ricerca di relax e di meditazione, ma anche di studiosi che qui trovano lo spazio ideale e l’ispirazione per le loro ricerche.

Si sa che circa 590 libri sono stati scritti, in tutto o in parte, proprio qui, e questo dimostra quanto l’ambiente sia creativo e stimolante. Gli ospiti, oltre a godere della particolare suggestione del posto (l’edificio è situato in una zona tranquilla, in mezzo al verde) hanno a disposizione eleganti sale dal sapore vittoriano dove, sprofondati in comode poltrone, al calore di un caminetto acceso, possono leggere, ma anche sfogliare i giornali messi a disposizione, conversare o giocare a scacchi con gli altri ospiti, disegnare o comporre puzzle, il tutto sorseggiando l’immancabile tè.

9-Camera da letto

Una delle camere da letto

Inoltre, per loro, la biblioteca resta aperta fino a tarda ora in modo
da potersi procurare, anche all’ultimo momento, un libro da portarsi in camera per la notte. Le camere sono semplici, ma accoglienti e dotate di ogni confort, eccetto la televisione, assolutamente non conforme allo stile che si è voluto mantenere. Sono presenti, invece, radio d’epoca. E non manca anche qui, dopo tutto siamo in Inghilterra, un’ottima selezione di tè di vari gusti e l’indispensabile bollitore.

Venezia e Firenze: storie di acqua alta, libri e librerie

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Venezia, 12 novembre 2019. L’ urlo delle sirene squarcia il cielo plumbeo annunciando l’arrivo dell’acqua alta. La città conosce bene questo suono inquietante, non è certo la prima volta; ma questa volta la forza dell’acqua spinta da un forte vento è più violenta del solito e porta distruzione oltre ogni previsione. Venezia, città delicata, dall’equilibrio fragile, è in ginocchio, i danni alle persone, alle strutture, al prezioso patrimonio artistico sono enormi. Osservo le onde sferzare Piazza San Marco, lambire i caffè storici, violentare la basilica rompendo le fragili barriere erette. Onde.

E non posso non pensare ad altre onde, onde di carta, onde nascoste nella carta. Onde che trovai circa due anni fa durante un breve viaggio ad Alpignano nel laboratorio dell’editore Tallone. Onde che richiamavano un altro evento drammatico, molto simile.

L’alluvione di Firenze

Era Il 4 novembre 1966. Da giorni l’Italia era sotto una grigia cappa di nuvole che scaricavano pioggia in abbondanza. L’allerta era alta in molte zone, tra queste il bacino dell’Arno. I fiorentini, però, non erano preoccupati, sono abituati alle piene novembrine del loro fiume.

Ma quella volta fu qualcosa di eccezionale, una cosa mai vista. L’Autorità di Bacino del Fiume Arno stimò la portata massima dell’Arno a Firenze intorno ai 4000mc/s. Ma la stima è incerta in quanto la Stazione Idrometrica di Nave di Rosano andò distrutta durante l’evento. Sempre secondo l’Autorità di Bacino, in città entrarono circa 70 milioni di metri cubi d’acqua. Le strade di Firenze divennero fiumi in piena che trasportavano detriti di ogni genere, mobili e persino auto.

Acqua, Arte e Libri

Quel giorno è passato alla storia come quello della più devastante e tragica alluvione di Firenze. Oltre ai danni alle persone (ci furono una trentina di vittime e molti feriti) e a tutte le strutture, i danni al patrimonio artistico e culturale della città furono immensi. Chiese, musei, edifici d’arte, biblioteche: l’acqua, su cui viaggiavano ampie chiazze di nafta e di benzina, e il fango tutto distrusse o rovinò per sempre. Decine di migliaia tra opere d’arte, dipinti, sculture, libri antichi e manoscritti andarono persi, altri, con fatica ed enorme lavoro furono salvati e restaurati per quanto era possibile.

5- restauroAll’epoca non esisteva ancora una struttura statale destinata a fronteggiare questi eventi eccezionali, la protezione civile sarebbe nata solo dopo quattro anni, nel 1970, anche come conseguenza dei fatti di Firenze.

Ma allora successe una cosa eccezionale: si può dire che tutto il mondo civile si mobilitò con un unico scopo: salvare Firenze. Salvare una città che è un patrimonio mondiale. Firenze non è italiana, Firenze è del mondo, è di ogni uomo e da tutto il mondo arrivarono uomini di buona volontà, dall’ Europa e persino dall’URSS e dalle altre nazioni del blocco comunista (all’epoca isolate ed indifferenti a ciò che accadeva nel resto del continente), dall’America e persino, numerosi, dall’Australia. Un esercito di giovani e non solo, armati di un grande coraggio, pronti a sopportare disagi enormi.

Gli “ANGELI DEL FANGO”

Arrivarono con i loro zaini pieni di tavolette di cioccolata, gli stivaloni e i sacchi a pelo. Per giorni, senza che nessuno potesse occuparsi di loro, senza chiedere niente, lavorarono in silenzio, immersi nel fango, insensibili al freddo, la stanchezza, il sonno e la fame, ubbidienti ad un solo imperativo: fare in fretta, fare in fretta. Il tempo era il peggior nemico, il fango si induriva e bisognava lavarlo via dai marmi, dalle tele, dalla carta. Le pagine dei preziosi libri antichi, degli incunaboli e dei manoscritti si erano incollate a volte irrimediabilmente, ma si cercava, con estrema delicatezza, per non rovinare i fragili fogli, di separarle e ripulirle. Così migliaia di giovani salvarono migliaia di opere d’arte. Un giornalista, descrivendo il loro intervento, che appariva quasi sovraumano, li chiamò “gli Angeli del fango” e tali sono rimasti nella memoria collettiva.

Incontro tra carta, onde e Aldo Manuzio

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La pagina “Talloniana” 

A questi “angeli”, cinquant’anni dopo, nel 2016, un editore d’arte, Enrico Tallone, ha voluto dedicare la sua  edizione di una delle pagine più belle dell’ “Hypnerotomachia Poliphili” , romanzo allegorico del rinascimento stampato per la prima volta a Venezia nel 1499 da  Aldo Manuzio.

Ricorrevano, in quel tempo, i cinquecento anni dalla morte del grande editore veneziano e Tallone voleva onorare la sua memoria stampando una pagina di quella che è considerata non solo la sua opera migliore, ma in assoluto il più bel libro della storia della stampa, grazie alla bellezza e alla nitidezza dei caratteri e alle illustrazioni, ben 169 splendide xilografie.

Tallone, dunque, ricompose a mano la pagina con i tipi di cassa cinquecenteschi. Sul verso sono impressi il colophon (le note tipografiche) e la dedica agli Angeli del fango.

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Dedica agli “angeli del fango”

La pagina, custodita in una cartella rigida rivestita in carta Ingres, fu stata stampata solamente in 39 esemplari numerati, di cui 10 sulla pregiata carta al tino di puro cotone prodotta a Pescia proprio per restaurare i volumi che a Firenze furono sommersi dall’Arno. In quella particolare occasione, infatti, fu ripresa eccezionalmente la sua produzione nell’antico fabbricato quattrocentesco de “Le Carte” e, a memoria di quella tragedia ma anche della forza dell’uomo e della sua capacità di risollevarsi, in cartiera si scelse una filigrana particolare.  La filigrana raffigurava 4 onde, a ricordo della data del 4 novembre, giorno in cui avvenne la terribile alluvione. E dalle onde, simbolicamente emergeva una freccia rivolta verso l’alto: il simbolo della rinascita.

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Filigrana con onde e freccia

Un ultimo pensiero, ancora di libri e di acqua.

133318323-f75afbc5-2542-4629-a7ff-523ebf16b80fTorniamo infine dove questo breve viaggio ha avuto inizio: a Venezia. Qui, tra calle e canali sorge una delle librerie più suggestive della laguna, la libreria “Acqua Alta”. Una libreria unica in Italia che, fondata nel 2004, combatte per salvare i libri ospitandoli in barchette e gondole sistemate all’uopo. Sognavo di entrare un giorno in quel luogo magico. E spero di poterlo fare ancora. Perché purtroppo barchette, canoe e gondole non sono bastate a salvare i libri dalla marea record di questi giorni. La libreria ha perso centinaia di volumi. Mi unisco dunque al coro di chi invita i proprietari a non cedere, a ripartire. A salvare un luogo magico d’acqua e di libri.