Un Uomo e un Libro: storia di due sopravvissuti

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Chi legge i nostri post sa che per noi un libro non è solo un supporto cartaceo che reca il racconto di una storia o della Storia, ma un’entità ineffabile e inafferrabile che ha una vita sua, che a volte può essere persino più interessante del suo contenuto.

Il libro di cui parliamo oggi è un grandissimo libro: il suo contenuto ha un alto valore storico e morale, oltreché letterario, ma anche la sua veste editoriale ha un grande valore storico. Parliamo della prima rara edizione di “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Il contenuto del libro e la sua importanza sono noti a tutti. Noi quindi, seguendo il nostro stile, parleremo di questa prima edizione perché la sua storia è meno conosciuta, ma molto interessante sia sotto l’aspetto storico che umano. Per capirla meglio dobbiamo partire dall’inizio.

PRIMO LEVI

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Primo Levi

Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da una famiglia di origini ebraiche. Nel 1937 si iscrive all’università, facoltà di chimica e nel 1941 riesce a laurearsi nonostante tutte le difficoltà che incontra sul suo percorso di studio a causa delle nuove leggi razziali contro gli ebrei emanate dal governo fascista. Anche trovare un lavoro è difficile, di quei tempi, per un giovane ebreo. Lo trova a Milano presso una ditta di medicinali di proprietà svizzera e in questa città si trasferisce nel 1942. A Milano vive una sua lontana parente, Ada Della Torre la cui casa diviene un punto di ritrovo di altri giovani torinesi che si sono trasferiti in questa città. E’ molto difficile, infatti, trovare lavoro a Torino per via delle leggi razziali e della situazione politica, mentre Milano è città più aperta, più cosmopolita, più accogliente. I torinesi sono tutti giovani tra i 20 e i 30 anni, hanno studiato e hanno tanti interessi, frequentano gli ambienti culturali della città, quando si riuniscono discutono di letteratura, di filosofia, di politica. Sono avversi al fascismo, di cui criticano e mettono in satira tutti gli aspetti negativi, ma ancora sono ignari di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Nel gruppo c’è anche un caro amico di Primo dei tempi dell’università: si chiama Silvio Ortona. Lui e Ada avranno una grande influenza nella vita futura di Levi. Nel 1943 la situazione politica precipita: Milano viene colpita da pesanti bombardamenti e, dopo l’armistizio dell’8 settembre le truppe militari tedesche occupano il nord e il centro Italia.

 

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Milano – Agosto 1943

Il gruppo dei giovani torinesi prende coscienza della situazione, si scioglie e molti di loro, tra cui lo stesso Primo e i suoi amici Ada e Silvio maturano la decisione di partecipare attivamente alla Resistenza. Levi si rifugia in Val d’Aosta, ma il 13 dicembre di quello stesso anno viene arrestato dai tedeschi e comincia così la sua lunga e terribile odissea che lo porterà nel febbraio del ’44 ad essere internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui conosce tutto l’orrore della shoah e riesce in qualche modo a sopravvivere solo grazie a una discreta conoscenza della lingua tedesca e alla sua laurea in chimica. Per questo motivo infatti viene destinato a lavorare in una fabbrica per la produzione di gomma sintetica che si trova all’interno del campo e, in tal modo, gode (la parola è certo un eufemismo in quella drammatica situazione) di un trattamento migliore rispetto agli altri prigionieri.

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L’arrivo ad Auschwitz – Febbraio 1944

Dopo la liberazione, con l’entrata nel campo delle truppe russe il 27 gennaio 1945, Levi, distrutto nel fisico ma soprattutto nello spirito, ritorna nella sua Torino e si riunisce alla famiglia. Trova un lavoro e ritrova gli amici, primi fra tutto Ada e Silvio che nel frattempo si sono sposati e abitano a Vercelli. Si sposa, anche, un matrimonio felice, ma non ritrova del tutto la sua pace interiore: la ferita è troppo profonda, il ricordo degli orrori visti e vissuti lo tormenta, allora sente il bisogno di sfogarsi, di parlarne e così inizia a scrivere.

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Scheda di presentazione del romanzo “Se questo è un uomo”

Scrive per sé stesso, per rielaborare i ricordi dolorosi e anche per informare perché è giusto far sapere. Ma, come avrà modo di dire in seguito lui stesso, non scrive:

“per accusare, e neppure per suscitare orrore ed esecrazione. L’insegnamento che ne scaturisce è di pace: chi odia, contravviene a una legge logica prima che ad un principio morale”.

Il manoscritto di Primo Levi

L’amico Silvio, che nel frattempo è diventato Segretario della Federazione Comunista di Vercelli, lo incita a scrivere e nel ’47 decide di pubblicare i suoi ricordi su “L’amico del popolo”, il giornale della Federazione vercellese. Così Silvio Ortona, sul numero del 29 marzo 1947 li presenta ai lettori: “Per gentile concessione dell’autore iniziamo con questo numero la pubblicazione di passi di un libro di prossima pubblicazione: “Sul Fondo”, riguardante il campo di eliminazione di Auschwitz”.

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L’Amico del Popolo – vercelli, numero di Maggio 1947

Levi, nel frattempo, aveva inviato il manoscritto delle sue memorie a diverse case editrici, ma tutte l’avevano rifiutato. Tra queste anche Einaudi presso cui lavoravano come consulenti Natalia Ginzburg e Cesare Pavese che scartarono l’opera. In seguito giustificarono questa loro decisione dicendo che i tempo non erano maturi, l’Italia era un popolo di reduci, ognuno aveva ancora le sue dolorose ferite da curare e non era pronto, non era interessato a conoscere quelle degli altri.

La Casa editrice De Silva

Il libro

Prima edizione – Torino 1947

Per Levi è una delusione, ma dura poco. Nell’autunno dello stesso anno un piccolo, coraggioso editore di Torino pubblica i suoi ricordi. E’ la Casa Editrice Francesco De Silva, fondata nel 1942 da Franco Antonicelli, poeta, saggista e antifascista, eletto nel 1945 presidente del Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte.

 

Primo Levi aveva chiamato la sua opera “I sommersi e i salvati”, ma Antonicelli lo convince a sostituire il titolo con “Se questo è un uomo”, parole prese da una poesia scritta dallo stesso Levi: “

“Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no / […….]”

Il libro è stampato in sole 2500 copie, la copertina è graficamente elegante, ma nell’insieme la veste editoriale è modesta, risente della penuria di materia prima dell’immediato dopoguerra: la carta è povera, facile a ingiallirsi e a sbriciolarsi se sottoposta alle ingiurie del tempo, la sovraccoperta, cucita con refe scadente, è tanto sottile e delicata che Umberto Eco la definirà fragile “come pane azzimo”.  Solo 1500 copie si vendono. Le altre 1000, quando nel 1949 la De Silva chiude e viene rilevata dalla Casa Editrice Nuova Italia di Firenze, sono accantonate in un magazzino, praticamente dimenticate. Nel 1966 con la famosa, devastante alluvione (vedi post “Storie di acqua alta, libri e librerie” https://leportedeilibri.com/2019/11/20/venezia-e-firenze-storie-di-acqua-alta-libri-e-librerie/), la maggior parte di queste copie vanno distrutte.

Quello che è successo dopo è risaputo. Nel 1958 la stessa Casa

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Edizione Einaudi – 1958

Editrice Einaudi pubblica il libro: il successo è enorme e non solo in Italia. I tempi sono cambiati, le ferite bruciano di meno, la gente vuol sapere quello che è successo. Ad oggi del libro sono state stampate innumerevoli edizioni, più di due milioni e mezzo di copie più tutte le versioni ridotte ed adattate per le scuole. Infatti “Se questo è un uomo” è considerato un testo scolastico di grande importanza storica e morale, testimone preciso e rigoroso di fatti che non devono essere dimenticati.

Ma torniamo, per un attimo, alla quella mitica prima edizione del libro, quella stampata nel 1947 su carta povera, quella che il tempo, approfittando della sua fragilità, e poi, in aggiunta, il fango dell’alluvione hanno distrutto o rovinato irrimediabilmente. Delle 2500 copie stampate quante sono sopravvissute?

Centro Studi Primo Levi

Il Centro Internazionale di Studi Primo Levi se l’è chiesto e nel dicembre del 2018 (anticipando le celebrazioni per il centenario della nascita dell’autore avvenuta il 31 luglio 1919) ha organizzato presso la Biblioteca Nazionale di Torino una mostra intitolata “Se questo è un uomo, il libro primogenito”. Così, infatti, Levi chiamava la sua prima edizione: “primogenita”. Per l’occasione il comitato organizzatore della mostra ha dato vita ad una vera e propria caccia all’edizione del ’47 divenuta estremamente rara e introvabile. Fu lanciato anche un invito a tutti i possessori di quel libro perché si mettessero in contatto con il Centro: lo scopo era quello di fare un censimento di ciò che era rimasto per poter compilare una specie di catalogo delle copie “sopravvissute”. Soprattutto si voleva conoscere la storia delle 1500 copie vendute. Chi le aveva comprate? Che cosa aveva spinto quelle persone a scegliere ed acquistare proprio quel libro?

Molte copie furono rintracciate: alcune provenivano da biblioteche illustri, erano appartenute a personaggi come Umberto Saba, Giorgio Bassani, lo psichiatra Franco Basaglia che forse era interessato a conoscere l’effetto sulla psiche umana di una così spietata e sistematica azione di annientamento. Molte altre copie risultarono di proprietà di biblioteche pubbliche e universitarie in Italia, ma anche all’estero, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Australia ed anche in Germania.

Due sopravvissuti: un uomo e un libro. Due testimoni preziosi di qualcosa che vorremmo non fosse mai accaduto. Ma è accaduto, ed è giusto che i sopravvissuti parlino perché tutti devono sapere.

Una storia “fantastica”: Zaccaria Seriman

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La Stampa on line del 2 gennaio 2020: un breve notizia attira la curiosità dei bibliofili più attenti. (https://video.lastampa.it/aosta/aosta-il-tesoro-dimenticato-l-opera-completa-di-voltaire-ritrovata-in-una-biblioteca-pubblica/108079/108088?).

“Aosta, il tesoro dimenticato: l’opera completa di Voltaire ritrovata in una biblioteca pubblica”.

All’alba del XXI secolo ancora ci sono dei tesori nascosti? Evidentemente sì.

Si tratta di 100 volumi, l’opera completa di Voltaire, stampata tra il 1791 e il 1792 in Germania, che era stata donata, anni fa, alla biblioteca regionale di Aosta, ma non era mai stata catalogata e quindi giaceva in angolo dimenticata, anche se sotto gli occhi di tutti. Un vero tesoro raro perché neppure la biblioteca nazionale francese possiede l’opera originale completa. Nel servizio, il curatore della biblioteca presenta alcuni volumi di quest’opera ritrovata e illustra altri libri rari e preziosi presenti nella struttura. E anche qui l’attenzione del bibliofilo è attirata, questa volta da un nome: Zaccaria Seriman, nel servizio definito il padre del romanzo fantastico italiano. Il nome non è uno dei più conosciuti e allora vale la pena di fare qualche ricerca.

Zaccaria Seriman

1- Ritratto

Enrico Wanton (nome di fantasia dietro al quale si cela Zaccaria Seriman)

Zaccaria Seriman nasce a Venezia nel 1708. Il padre, Deodato Sceriman, appartiene a una facoltosa e nobile famiglia di mercanti di origine armena che, verso la fine del ‘600, per sfuggire alle persecuzioni contro la popolazione cattolica, lascia la Persia ed approda a Venezia, città ricca ed accogliente. Zaccaria, nato a Venezia e perfettamente integrato nel tessuto cittadino, italianizza il suo cognome in Seriman.  Negli anni che vanno dal 1721 al 1725 vive a Bologna per studiare presso il collegio dei Gesuiti e frequenta intensamente gli ambienti culturali che gravitano intorno all’Università e all’ Istituto di Scienze ed Arti. Sono gli anni in cui è vivo il dibattito sulle teorie di Cartesio e di Newton. In questo contesto si formano gli interessi filosofici di Zaccaria, orientati verso le nuove teorie scientifiche di Leibniz e di Locke. Tornato a Venezia, Seriman si dedica inizialmente alle traduzioni e alla scrittura di libretti per melodrammi. Ma presto la sua attività si sviluppa in campo editoriale. Rileva una stamperia e pubblica diverse opere, tra cui “La storia generale dei viaggi” di A.F. Prévost, da lui stesso tradotta dal francese; acquista, inoltre, una libreria che diviene la più importante della città, punto di riferimento di tutto il commercio librario della città.  Infine, insieme ad altri personaggi dell’ambiente culturale veneziano, tra cui Gaspare Gozzi suo buon amico, fonda una rivista di critica letteraria. Coordinando tutte queste varie attività, la rivista, la tipografia e la libreria, Seriman si fa promotore di un progetto culturale che intende diffondere testi istruttivi, moderni ma anche “divertenti” così da raggiungere il maggior numero possibile di persone. Purtroppo il progetto fallisce, prima per dissapori e divergenze d’opinione tra i promotori e in seguito, definitivamente, per problemi finanziari. Infatti l’attività editoriale non ha reso in termini economici, anzi ha causato forti perdite tanto da annientare l’ingente patrimonio di famiglia. Negli ultimi anni, anche per la necessità di guadagnare, Seriman ritorna alla iniziale attività di traduttore e librettista. Morirà in solitudine nel 1784, povero ed ammalato.

Nasce il romanzo fantastico italiano

Fin qui, brevemente, la biografia di questo personaggio poco noto, ma che la storia letteraria definisce il padre del romanzo fantastico italiano. A che cosa deve questa definizione? Alla sua opera più famosa:

“Viaggi di Enrico Wanton alle terre incognite australi ed ai regni delle Scimmie e dei Cinocefali”.

Si tratta di un romanzo voluminoso e assai complesso, scritto e pubblicato in diverse fasi, ispirato dal nuovo interesse per i viaggi d’avventura e l’ambiente esotico e sulla scia dei racconti fantastici che erano tanto di moda, primi tra tutti quelli dell’inglese Jonathan Swift, autore dei celebri viaggi di Gulliver, pubblicati nel 1726 e che il giovane Zaccaria aveva letto rimanendone profondamente colpito.

La prima parte dei viaggi di Seriman è pubblicata nel 1749. Si tratta di due volumi nei quali il protagonista Enrico Wanton (nome di fantasia dietro cui si cela l’autore stesso) racconta il suo naufragio, insieme all’amico Roberto, su una terra sconosciuta popolata da individui primitivi dalle sembianze scimmiesche.

Nella seconda parte, scritta dopo il 1758 e pubblicata nel 1764 nell’edizione completa definitiva in 4 volumi, i due amici si ritrovano nel regno dei Cinocefali, personaggi con la testa di cane.

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L’opera, dal punto di vista strettamente letterario, è stata criticata perché giudicata monotona e prolissa, molto lontana dalla brillantezza del modello di Gulliver, ma ad essa viene riconosciuto un valore storico per l’impronta satirica che l’autore ha dato ai personaggi e agli avvenimenti, diventando così una rappresentazione, efficace seppur fantasiosa, degli usi e costumi e delle idee della società veneziana del tempo. Nella descrizione del regno delle scimmie sono, infatti, ravvisabili lo stato di decadenza morale e culturale in cui versa quella società e tutti i suoi aspetti negativi e peggiori (ricordiamoci che Seriman ha studiato dai gesuiti!) dalla licenziosità di alcune feste, come il carnevale, all’arroganza dei nobili, alla fatua vanità delle dame, alla ciarlataneria di certi medici ignoranti, al pettegolezzo stupido e maldicente delle chiacchiere nei caffè. Nella seconda parte, in contrapposizione, i viaggiatori vivono le loro avventure nel mondo dei Cinocefali, creature dalla testa canina che rappresentano la saggezza. Il loro mondo è l’esatto opposto di quello degli individui scimmia, è una società basata sui principi illuministici di etica e civiltà, nella quale i critici hanno visto una rappresentazione dell’Inghilterra dell’epoca.

La storia del libro e delle sue edizioni

Come si è detto, l’opera completa è stata pubblicata nel 1764, in quattro volumi indicando un falso luogo di stampa (Berna), mentre in realtà è stata pubblicata a Bassano del Grappa presso gli stampatori Remondini (per notizie sugli stampatori Remondini vedi la nota “La rete dei Tesini” nel post “Libri in cammino: breve storia dei Colporteur” del 9 novembre 2018).

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Frontespizio della prima edizione – 1764

E’ curioso notare come l’opera, pubblicata con il titolo definitivo “Viaggi di Enrico Wanton alle terre incognite australi ed ai regni delle scimie e de’ cinocefali nuovamente tradotti da un manoscritto inglese” venga fittiziamente presentata come traduzione di un manoscritto inglese.

Un’altra curiosità è rappresentata da una successiva edizione del 1772 che in un falso colophon reca una dedica al Re d’Inghilterra e indica Londra come luogo di stampa. In realtà è stata stampata a Venezia, ma tanto è bastato per suscitare, all’epoca, l’interesse del mondo letterario inglese.

Zaccaria Seriman è considerato, dunque, il padre della letteratura fantastica italiana. Ma già prima di lui altri avevano scritto di viaggi in luoghi immaginari. Si può sicuramente affermare che quello dei viaggi di fantasia è un filone della letteratura che ha radici antiche.
Molte opere famose possono rientrare, a vario titolo, in questa categoria: l’Odissea di Omero, le storie di Sindbad il marinaio, in un certo senso anche il Milione di Marco Polo perché, come affermano  alcuni critici, rappresenta un mondo che appare alieno, e persino la Divina Commedia di Dante con i suoi viaggi all’Inferno e in Paradiso e infine l’ Orlando furioso dell’Ariosto con il viaggio di Astolfo sulla Luna, per citarne solo alcune, le più conosciute del mondo antico. a cui si aggiungono poi quelle più attuali, dai citati viaggi di Gulliver a quelli di Jules Verne e a tutti i moderni romanzi di fantascienza.

L’intento di queste opere è vario: può essere la rappresentazione di un mondo utopico, o più spesso la rappresentazione satirica della società dell’epoca di cui si vogliono mostrare, in maniera neanche tanto velata, mancanze e difetti. Altre opere offrono un’allegoria religiosa, oppure hanno uno scopo didattico-scientifico, ma a volte anche solo di puro intrattenimento per divertire e stupire con il racconto di strabilianti avventure.

Un “piccolo” grande libro: Beatrix Potter

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Un anno fa avevamo esplorato lo spirito del Natale partendo da una splendida prima edizione del “Canto di Natale” di Dickens. Quest’anno partiamo da un altro libro, un piccolo libro, che fa capolino dalla libreria addobbata per le feste in arrivo.

“The Tale of the Flopsy Bunnies”

Andiamo indietro nel tempo, Natale 1909. Molti bambini inglesi trovano sotto l’albero, insieme a un trenino di latta o a una bambola di celluloide, un libro. E’ un piccolo libro, formato14 x11cm., la copertina di spesso cartone con le scritte incise e la riproduzione di un delicato acquerello. Le manine dei bimbi sfogliano le pagine di bella carta patinata, liscia e lucida, e scoprono una storia delicata, esile, fatta di niente. Ma, soprattutto, restano incantati dalle numerose illustrazioni, deliziosi acquerelli che riproducono un mondo animale fiabesco. Sono gli animaletti antropomorfi che già da qualche tempo hanno conquistato il cuore dei bambini inglesi, scaturiti dalla fantasia di una scrittrice e creati dalla mano della stessa con grande maestria.

Il libretto si intitola “The tale of the Flopsy Bunnies” (Il racconto dei coniglietti di Flopsy) pubblicato a Londra nel luglio del 1909 dall’editore F. Warne & Co. La scrittrice ed illustratrice è Beatrix Potter che da qualche anno è diventata famosa in Inghilterra e non solo e che è destinata a diventare la più grande scrittrice per l’infanzia.

Beatrix Potter

2-Beatrix PotterHellen Beatrix Potter nasce a Londra nel 1866 nell’elegante e prestigioso quartiere di Kensington.

La famiglia è molto ricca e imparentata, per parte di madre, con la nobiltà; la casa, grande e piena di servitù, si trova nell’area verde del Bolton Garden. Durante le vacanze trascorre lunghi periodi in Scozia o nel Lake District.

La piccola Beatrix ha così modo di vivere a contatto con la natura, sviluppando nel tempo una grande passione per il paesaggio, la flora e la fauna che osserva da vicino con un’attenzione che dimostra un vero interesse scientifico e poi ritrae in schizzi e disegni precisi e minuziosi.

La giovane non frequenta scuole, secondo il costume dell’epoca vittoriana che riserva un regolare corso di studio solo ai figli maschi, ma è affidata alle cure di governanti e da autodidatta si interessa di letteratura, storia, scienze, lingue straniere. In particolare poi è seguita da una insegnante di disegno da cui apprende la prospettiva e le varie tecniche, soprattutto l’acquerello, tecnica che lei predilige. Beatrix infatti, dalla più tenera età, ha dimostrato di possedere una grande predisposizione per il disegno e così i genitori, soprattutto il padre, uomo amante dell’arte, decidono di assecondare questa sua abilità.

I soggetti preferiti sono la natura, in tutte le sue forme, la campagna inglese e gli animali, gli stessi animaletti domestici e selvatici che la fanciulla conosce così bene e di cui ama circondarsi: topolini, ranocchi, anatre, porcospini, gatti, ma soprattutto coniglietti; tutte bestiole che lei rappresenta realisticamente nelle fattezze, ma ai quali dà un’anima “umana”.

Ma Beatrix non è solo una giovane talentuosa; è intelligente, possiede senso dell’umorismo ed è dotata di una fervida fantasia, un carattere deciso e un forte senso di indipendenza. E’ un’anticonformista, negli atteggiamenti e anche nel modo di vestire. Si sente limitata nel ruolo di fanciulla così come è imposto dai rigidi canoni educativi della “buona” società vittoriana: la donna deve occuparsi della casa, soggetta ai genitori prima e al marito dopo, non frequenta scuole e non può lavorare. Per la verità, non andare a scuola non le crea problemi, anzi pensa che: “Grazie a Dio non sono mai andata a scuola: avrebbe cancellato parte della mia originalità”. Così riporta nel diario che tiene dai 15 ai 30 anni, scritto in un codice segreto da lei stessa inventato perché non possa essere letto dalle persone di casa, soprattutto dalla madre con cui non ha un buon rapporto per via del suo carattere anticonformista. Questo codice sarà decifrato solo molti anni dopo, nel 1958.

Quello che non può accettare è, invece, di non poter lavorare. Pur non avendone necessità, essendo la sua famiglia molto ricca, lei vuole lavorare per rendersi indipendente e anche se la cosa crea un certo scandalo, lei non se ne preoccupa. I primi guadagni le provengono dalla vendita ad una tipografia di una serie di acquerelli destinati a diventare biglietti d’auguri e dall’attività di illustratrice di libri.

Ma Beatrix non è solo una brava disegnatrice, in lei c’è la stoffa della scienziata. L’amore10-funghi per la natura la porta ad approfondirne lo studio in maniera scientifica. Appassionata, tra le altre cose, di micologia, nel 1895 presenta alla Linnean Society di Londra un accurato “Studio sulla germinazione delle spore nelle Agaricineae” nel quale cataloga 40 specie, studiate al microscopio e illustrate in numerose, pregevoli tavole a colori.

L’opera viene rifiutata solo e unicamente perché l’autore è una donna, ma Beatrix non si scoraggia e riesce a far conoscere il suo lavoro che però non sarà mai pubblicato, ma riscuoterà grande consenso tra gli esperti.

Altri disegni, un centinaio circa, sono ancora conservati nell’ Armitt Library di Ambleside e, per la loro precisione scientifica, sono tuttora considerati una pietra miliare nel campo della micologia.

A questo proposito va ricordato anche che alla Potter  si deve la scoperta, ed è tra i primi studiosi che hanno quest’intuizione, che i licheni non sono un’unica specie, ma due organismi che vivono in simbiosi, un’alga e un fungo.

Se la Potter scienziata non viene tenuta in considerazione, miglior fortuna avrà come scrittrice di libri per bambini, essendo questa un’attività considerata più consona ad una donna.

La scrittrice nasce per caso

Come abbiamo visto, Beatrix fin da piccola si era dedicata a disegnare gli animaletti che osservava e di cui amava circondarsi. Li riproduce con uno stile tutto suo particolare, molto realistico, ma nello stesso tempo molto poetico.

Alcuni di questi disegni vengono inseriti nelle lettere che la giovane è solita inviare ai figli di una sua ex governante con cui ha mantenuto un buon rapporto d’amicizia e per intrattenere i bambini comincia a inventare delle storielle di cui gli animaletti disegnati sono protagonisti. Ed è proprio la sua amica che spinge Beatrix a pubblicare quelle storie.

Nasce così il suo primo libro, “The tale of Peter Rabbit”, nel quale racconta la storia di un coniglietto e della sua famiglia.

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Gli editori interpellati però lo rifiutano ed allora la giovane decide di pubblicarlo a spese sue. Ne fa stampare una prima edizione di 250 copie e poi una seconda di 200: tutte si esauriscono in breve tempo.

13-letteraL’anno successivo l’editore Warne & Co di Londra decide di pubblicarlo chiedendo però all’autrice di colorare le illustrazioni. Beatrix, che ha sempre preferito il bianco e nero per le storielle dei suoi animaletti, inizialmente è contraria, ma poi cede alle necessità editoriali. Nel 1902 viene stampata una prima edizione di 5.000 copie a cui ne fanno seguito altre; solo nel primo anno ne saranno stampate 28.000 copie e nell’anno successivo il doppio, 56.000. Questo piccolo libro, grazie all’ingenuità poetica della storiella, ma soprattutto alle sue deliziose illustrazioni avrà un successo enorme e non solo in Inghilterra. E’ da notare che questo libro costituisce una novità nel mondo della letteratura per ragazzi perché l’autrice è anche l’illustratrice e le illustrazioni costituiscono una parte fondamentale e non secondaria rispetto al testo, come invece avveniva all’epoca.

Testo e immagini dunque si fondono perfettamente creando un tutt’uno molto armonioso. Anche la scelta del piccolo formato si rivela vincente: il libretto può essere facilmente sfogliato dalle manine di un bambino.

Tornando al nostro Peter Rabbit, si calcola che a tutt’oggi ne siano state stampate 45 milioni di copie divenendo uno dei libri più stampati della storia. E’ stato tradotto in 30 lingue, è stato scritto in braille (nel 1921) e persino nella scrittura geroglifica del Medio Regno d’Egitto (nel 2005).

4-B. con coniglioA questo primo libro ne sono seguiti altri (sempre sullo stesso stile, in tutto 23, più alcuni
pubblicati postumi) che consacreranno Beatrix Potter come la scrittrice per l’infanzia più letta in tutto il mondo. E’ trascorso un secolo, le letture e i divertimenti sono cambiati, ora ci sono i cartoni animati supertecnologici e i video giochi, ma, a quanto pare, il coniglietto Peter e i suoi amici birichini riescono ancora ad incantare gli smaliziati bambini moderni. E, a dirla tutta, anche gli adulti.

Tanto la scrittrice è divenuta famosa che nel 2017 è stato dato il suo nome ad un asteroide scoperto nel 1992 dall’astronomo belga Eric Elst e che ora è chiamato 13975Beatrixpotter.

Storia di libri senza lettori e di lettori senza libri

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Oggi non parliamo di un libro, ma di tanti libri, per l’esattezza di 250.000 libri. A tanto ammontano, circa, i testi conservati nella biblioteca di Gladstone a Hawarden, Galles, Regno Unito. E ne parliamo non tanto perché si tratti di una grande biblioteca, ma perché, come è nel nostro stile, è una biblioteca un po’ speciale.

Ma cominciamo dall’inizio.

William Ewart Gladstone

1-Ritratto Gladstone

Willian Ewart Gladstone (1809-1898)

William Ewart Gladstone è stato uno statista inglese. Nato a Liverpool nel 1809, figlio di un mercante, divenne leader del Partito Liberale e per quattro volte fu eletto Primo Ministro. Nel 1894, all’età di 85 anni, Gladstone si ritirò a vita privata e si dedicò interamente ai suoi interessi letterari. Morì nel 1898 e fu sepolto nell’Abbazia di Westminster con solenni funerali di Stato.

Nel corso della sua vita pubblicò molti articoli non solo su argomenti politici, ma anche storici, letterari e religiosi, articoli che in seguito furono raccolti in 8 volumi sotto il titolo di “Gleanings” (Spigolature). Conoscitore dell’antichità classica scrisse saggi su Omero e i suoi poemi (in verità di scarso valore letterario) e tradusse in inglese le Odi di Orazio. Appassionato di Dante, nel suo articolo “Did Dante study in Oxford?” ipotizzò, citando anche alcuni antichi documenti, che il sommo poeta avesse soggiornato ad Oxford. Nello stesso anno 1894, Gladstone, che si era trasferito nel Castello di Hawarden, pittoresco villaggio immerso nel verde presso Chester e a un’ora da Liverpool, decise di mettere a disposizione di tutti gli abitanti del paese la sua biblioteca personale, pensando in particolare ai  bambini, ai giovani meritevoli e a tutti coloro che non avevano mezzi economici sufficienti per possederne una. Era suo desiderio, come riferì poi sua figlia Mary, “riunire libri che non avevano lettori con lettori che non avevano libri”.

La Biblioteca di Gladstone

Egli donò quindi i suoi libri, circa 30.000, alla piccola biblioteca del paese, la St. Deiniol’s Library. Si trattava per lo più di testi di storia, teologia, letteratura inglese, poesia e politica, molti dei quali recavano annotazioni personali dell’uomo politico. Ai libri si aggiunsero, in seguito, anche gli articoli e la corrispondenza, i discorsi e altri documenti. La cronaca racconta che fu lui stesso, aiutato da un cameriere e dalla figlia, a trasportare i libri dal castello dove abitava alla biblioteca che, peraltro, distava solo tre quarti di miglio. Personalmente si occupò anche della loro sistemazione sugli scaffali usando il suo sistema di catalogazione. Dopo la sua morte nel 1898, fu lanciato un appello pubblico al fine di raccogliere fondi per costruire un edificio adeguato ad ospitare degnamente la ricca collezione, destinata ad ingrandirsi.

Il nuovo imponente edificio in mattoni rossi, in stile neogotico vittoriano, fu progettato dall’architetto John Douglas ed è considerato edificio di “grado 1”: grado che, secondo la classificazione dei monumenti del Regno Unito, identifica le costruzioni di interesse eccezionale.

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 La nuova biblioteca fu ufficialmente aperta il 14 ottobre 1902 come Memoriale Nazionale di William Ewart  Gladstone.  La famiglia Gladstone, per onorare la memoria del parente, contribuì al finanziamento dell’opera, in particolare finanziando l’ala residenziale, quella che doveva accogliere i visitatori. La peculiarità di questa biblioteca consiste proprio nel fatto che è l’unica biblioteca residenziale del Regno Unito: in essa, infatti, i visitatori, oltre ad usufruire di tutti i servizi della struttura, possono soggiornare come in un albergo, dormendo e mangiando nello stesso edificio.

La biblioteca, oltre alle varie sale di lettura e alle sale per conferenze, è dotata di 26 camere da letto, un ristorante e una cappella.

Molte sono le iniziative e gli eventi, soprattutto in materia di storia, politica, letteratura, teologia, argomenti che, come abbiamo visto, costituivano gli interessi particolari di Gladstone. La biblioteca, che vanta attualmente una collezione di oltre 250.000 testi tra libri, riviste ed opuscoli, è stata riconosciuta come la più importante nel Galles dopo la National Library of Wales di Aberystwyth.  Essa richiama ogni anno un ingente numero di semplici visitatori, di bibliofili alla ricerca di relax e di meditazione, ma anche di studiosi che qui trovano lo spazio ideale e l’ispirazione per le loro ricerche.

Si sa che circa 590 libri sono stati scritti, in tutto o in parte, proprio qui, e questo dimostra quanto l’ambiente sia creativo e stimolante. Gli ospiti, oltre a godere della particolare suggestione del posto (l’edificio è situato in una zona tranquilla, in mezzo al verde) hanno a disposizione eleganti sale dal sapore vittoriano dove, sprofondati in comode poltrone, al calore di un caminetto acceso, possono leggere, ma anche sfogliare i giornali messi a disposizione, conversare o giocare a scacchi con gli altri ospiti, disegnare o comporre puzzle, il tutto sorseggiando l’immancabile tè.

9-Camera da letto

Una delle camere da letto

Inoltre, per loro, la biblioteca resta aperta fino a tarda ora in modo
da potersi procurare, anche all’ultimo momento, un libro da portarsi in camera per la notte. Le camere sono semplici, ma accoglienti e dotate di ogni confort, eccetto la televisione, assolutamente non conforme allo stile che si è voluto mantenere. Sono presenti, invece, radio d’epoca. E non manca anche qui, dopo tutto siamo in Inghilterra, un’ottima selezione di tè di vari gusti e l’indispensabile bollitore.

Venezia e Firenze: storie di acqua alta, libri e librerie

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Venezia, 12 novembre 2019. L’ urlo delle sirene squarcia il cielo plumbeo annunciando l’arrivo dell’acqua alta. La città conosce bene questo suono inquietante, non è certo la prima volta; ma questa volta la forza dell’acqua spinta da un forte vento è più violenta del solito e porta distruzione oltre ogni previsione. Venezia, città delicata, dall’equilibrio fragile, è in ginocchio, i danni alle persone, alle strutture, al prezioso patrimonio artistico sono enormi. Osservo le onde sferzare Piazza San Marco, lambire i caffè storici, violentare la basilica rompendo le fragili barriere erette. Onde.

E non posso non pensare ad altre onde, onde di carta, onde nascoste nella carta. Onde che trovai circa due anni fa durante un breve viaggio ad Alpignano nel laboratorio dell’editore Tallone. Onde che richiamavano un altro evento drammatico, molto simile.

L’alluvione di Firenze

Era Il 4 novembre 1966. Da giorni l’Italia era sotto una grigia cappa di nuvole che scaricavano pioggia in abbondanza. L’allerta era alta in molte zone, tra queste il bacino dell’Arno. I fiorentini, però, non erano preoccupati, sono abituati alle piene novembrine del loro fiume.

Ma quella volta fu qualcosa di eccezionale, una cosa mai vista. L’Autorità di Bacino del Fiume Arno stimò la portata massima dell’Arno a Firenze intorno ai 4000mc/s. Ma la stima è incerta in quanto la Stazione Idrometrica di Nave di Rosano andò distrutta durante l’evento. Sempre secondo l’Autorità di Bacino, in città entrarono circa 70 milioni di metri cubi d’acqua. Le strade di Firenze divennero fiumi in piena che trasportavano detriti di ogni genere, mobili e persino auto.

Acqua, Arte e Libri

Quel giorno è passato alla storia come quello della più devastante e tragica alluvione di Firenze. Oltre ai danni alle persone (ci furono una trentina di vittime e molti feriti) e a tutte le strutture, i danni al patrimonio artistico e culturale della città furono immensi. Chiese, musei, edifici d’arte, biblioteche: l’acqua, su cui viaggiavano ampie chiazze di nafta e di benzina, e il fango tutto distrusse o rovinò per sempre. Decine di migliaia tra opere d’arte, dipinti, sculture, libri antichi e manoscritti andarono persi, altri, con fatica ed enorme lavoro furono salvati e restaurati per quanto era possibile.

5- restauroAll’epoca non esisteva ancora una struttura statale destinata a fronteggiare questi eventi eccezionali, la protezione civile sarebbe nata solo dopo quattro anni, nel 1970, anche come conseguenza dei fatti di Firenze.

Ma allora successe una cosa eccezionale: si può dire che tutto il mondo civile si mobilitò con un unico scopo: salvare Firenze. Salvare una città che è un patrimonio mondiale. Firenze non è italiana, Firenze è del mondo, è di ogni uomo e da tutto il mondo arrivarono uomini di buona volontà, dall’ Europa e persino dall’URSS e dalle altre nazioni del blocco comunista (all’epoca isolate ed indifferenti a ciò che accadeva nel resto del continente), dall’America e persino, numerosi, dall’Australia. Un esercito di giovani e non solo, armati di un grande coraggio, pronti a sopportare disagi enormi.

Gli “ANGELI DEL FANGO”

Arrivarono con i loro zaini pieni di tavolette di cioccolata, gli stivaloni e i sacchi a pelo. Per giorni, senza che nessuno potesse occuparsi di loro, senza chiedere niente, lavorarono in silenzio, immersi nel fango, insensibili al freddo, la stanchezza, il sonno e la fame, ubbidienti ad un solo imperativo: fare in fretta, fare in fretta. Il tempo era il peggior nemico, il fango si induriva e bisognava lavarlo via dai marmi, dalle tele, dalla carta. Le pagine dei preziosi libri antichi, degli incunaboli e dei manoscritti si erano incollate a volte irrimediabilmente, ma si cercava, con estrema delicatezza, per non rovinare i fragili fogli, di separarle e ripulirle. Così migliaia di giovani salvarono migliaia di opere d’arte. Un giornalista, descrivendo il loro intervento, che appariva quasi sovraumano, li chiamò “gli Angeli del fango” e tali sono rimasti nella memoria collettiva.

Incontro tra carta, onde e Aldo Manuzio

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La pagina “Talloniana” 

A questi “angeli”, cinquant’anni dopo, nel 2016, un editore d’arte, Enrico Tallone, ha voluto dedicare la sua  edizione di una delle pagine più belle dell’ “Hypnerotomachia Poliphili” , romanzo allegorico del rinascimento stampato per la prima volta a Venezia nel 1499 da  Aldo Manuzio.

Ricorrevano, in quel tempo, i cinquecento anni dalla morte del grande editore veneziano e Tallone voleva onorare la sua memoria stampando una pagina di quella che è considerata non solo la sua opera migliore, ma in assoluto il più bel libro della storia della stampa, grazie alla bellezza e alla nitidezza dei caratteri e alle illustrazioni, ben 169 splendide xilografie.

Tallone, dunque, ricompose a mano la pagina con i tipi di cassa cinquecenteschi. Sul verso sono impressi il colophon (le note tipografiche) e la dedica agli Angeli del fango.

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Dedica agli “angeli del fango”

La pagina, custodita in una cartella rigida rivestita in carta Ingres, fu stata stampata solamente in 39 esemplari numerati, di cui 10 sulla pregiata carta al tino di puro cotone prodotta a Pescia proprio per restaurare i volumi che a Firenze furono sommersi dall’Arno. In quella particolare occasione, infatti, fu ripresa eccezionalmente la sua produzione nell’antico fabbricato quattrocentesco de “Le Carte” e, a memoria di quella tragedia ma anche della forza dell’uomo e della sua capacità di risollevarsi, in cartiera si scelse una filigrana particolare.  La filigrana raffigurava 4 onde, a ricordo della data del 4 novembre, giorno in cui avvenne la terribile alluvione. E dalle onde, simbolicamente emergeva una freccia rivolta verso l’alto: il simbolo della rinascita.

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Filigrana con onde e freccia

Un ultimo pensiero, ancora di libri e di acqua.

133318323-f75afbc5-2542-4629-a7ff-523ebf16b80fTorniamo infine dove questo breve viaggio ha avuto inizio: a Venezia. Qui, tra calle e canali sorge una delle librerie più suggestive della laguna, la libreria “Acqua Alta”. Una libreria unica in Italia che, fondata nel 2004, combatte per salvare i libri ospitandoli in barchette e gondole sistemate all’uopo. Sognavo di entrare un giorno in quel luogo magico. E spero di poterlo fare ancora. Perché purtroppo barchette, canoe e gondole non sono bastate a salvare i libri dalla marea record di questi giorni. La libreria ha perso centinaia di volumi. Mi unisco dunque al coro di chi invita i proprietari a non cedere, a ripartire. A salvare un luogo magico d’acqua e di libri.

 

Il futuro visto dal passato: la “Guerra dei Mondi”

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Molti dei libri che abbiamo aperto ed esplorato insieme dalla nascita del blog ci hanno spalancato porte sul passato, un passato a volte vicino, a volte anche molto lontano. Oggi, invece, vogliamo parlare di un libro che apre una porta sul futuro. Un libro che, pur essendo stato scritto più di cento anni fa, è ancora attuale e ancora costituisce un’interessante e inquietante porta aperta su un possibile futuro dell’umanità.

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H.G. Wells by George Charles Beresford, black and white glossy print, 1920

Si tratta della “Guerra dei due mondi” di H.G.Wells stampato a Londra nel 1897. In questo libro la fervida fantasia dell’autore si fonde mirabilmente con le sue approfondite conoscenze scientifiche, dando vita ad un’opera di fantascienza, uno dei primi romanzi di questo genere letterario che subito incontrerà il favore dei lettori e sarà destinato ad avere grande fortuna. Ma non si tratta solo di un romanzo di fantascienza: “La guerra dei due mondi” è considerato uno dei grandi capolavori della letteratura inglese.

Per capire meglio il libro è indispensabile conoscere, almeno a grandi linee, il suo autore e la sua vita. Wells è un uomo poliedrico, dai molteplici interessi, attento osservatore e studioso della realtà che lo circonda. Sostenitore delle idee pacifiste e socialiste, aderirà al Fabianesimo, movimento di ispirazione socialdemocratica che auspica un cambiamento della società che però deve avvenire gradualmente, senza traumi rivoluzionari, ma attraverso adeguate riforme e la maturazione e una consapevole evoluzione del popolo. E’, inoltre, un uomo di carattere, non si arrende davanti alle difficoltà della vita che sa affrontare con decisione e sa trarne insegnamento, anche grazie ad un innato senso dell’umorismo.

Herbert George Wells

Herbert George Wells, universalmente conosciuto come H.G. Wells, nasce a Bromley nel verde Kent il 21 settembre del 1866 in una famiglia di modeste condizioni. La madre è cameriera nella residenza baronale di Uppark, dove anche il giovane Wells avrà modo di soggiornare per alcuni periodi, acquisendo così una buona conoscenza dell’alta società inglese. Soprattutto, avrà modo di approfondire la sua cultura, approfittando della ricca biblioteca.

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Residenza di Uppark

Fin da piccolo Wells dimostra una grande passione per la lettura: è interessato soprattutto alle discipline scientifiche e in particolare alle teorie evoluzionistiche di Darwin di cui diviene un grande sostenitore. Studia, ma a causa dei problemi economici della famiglia, non può seguire  regolari corsi di studio. Alterna quindi periodi di studio ad altri di lavoro, lavori per lo più umili, come apprendista, a volte anche come assistente insegnante. Grazie alla sua perseveranza e ad una borsa di studio, nel 1891 riesce a laurearsi in zoologia con il massimo dei voti. Nel frattempo ha incominciato a scrivere e a pubblicare articoli: brevi saggi e dialoghi immaginari su temi scientifici, sulla natura e il destino dell’uomo.

La produzione scientifica e letteraria

I suoi articoli piacciono perché lo stile è sciolto, disinvolto ed accattivante. Tra il 1887 e il7-Immagine 1898 pubblicherà più di 200 articoli e racconti. Direttori di giornali ed editori si accorgono di lui e pagano bene i suoi scritti e gli consigliano di scrivere anche romanzi, dichiarandosi disposti a pubblicarli. Ma Wells non ha bisogno di questi consigli: lo scrivere è connaturato alla sua indole e la fantasia non gli manca certo. Nel 1895 scrive e pubblica, tra l’altro, “La macchina del tempo” e “La visita meravigliosa”, due romanzi che ottengono subito un grande successo, dovuto senz’altro alla originalità dei contenuti, ma anche al loro effettivo valore letterario, storico e sociale. Wells dimostra di essere un profondo conoscitore della società del suo tempo di cui, grazie alle molteplici esperienze di vita, ha potuto cogliere le varie sfaccettature, e di possedere altresì una straordinaria forza narrativa. Negli anni successivi le opere si susseguono, la fama dello scrittore cresce sempre di più e molti lo considerano un genio. Di certo si sa che Wells si guadagnò la considerazione e l’amicizia di scrittori del calibro di Joseph Conrad e James Joyce.

La Guerra dei Mondi

8-ImmagineNel 1897 pubblica “La guerra dei mondi” il suo romanzo che ha riscosso maggior successo ed ha avuto una maggiore diffusione. Considerato il suo capolavoro, anche con il passare del tempo non ha perso nulla del suo fascino inquietante e ancora oggi, a distanza di più di cento anni, appare vivo ed attuale.

Sul finire del XIX secolo, nella società inglese, fortemente attratta dalle nuove invenzioni tecnologiche, si fa un gran parlare di Marte e dei marziani. L’argomento suscita molta curiosità e Wells recepisce questa “moda”. Forte delle sue conoscenze scientifiche e della sua fantasia, ma anche della sua sensibilità ai problemi sociali, costruisce una storia, contemporanea all’autore, che rappresenta lo specchio di quel tempo, delle sue contraddizioni e delle sue paure.

L’azione del romanzo inizia a Woking, una cittadina della verde campagna del Surrey, nell’Inghilterra del sud-est. Il protagonista è uno scrittore che descrive in prima persona i catastrofici avvenimenti che vivrà e che sconvolgeranno il suo paese. L’azione ha un avvio lento, poi man mano il ritmo si fa sempre più veloce e poi frenetico fino al parossismo e alla conclusione finale.

Questi, in breve, i fatti. Da alcuni giorni sono state notate alcune esplosioni sul pianeta10-Immagine Marte che però passano quasi inosservate ai più. Il protagonista e un suo amico astronomo studiano l’evento e arrivano alla conclusione che “qualcosa” deve essere partita da quel pianeta in direzione della terra. Durante un appostamento notturno vedono cadere al suolo un grande cilindro metallico che provoca una profonda buca nel terreno. In seguito altri cilindri cadranno in altre zone dell’Inghilterra del sud e presto sarà chiaro che la terra è invasa dai marziani che portano distruzione e morte ovunque e contro cui le forze umane si dimostrano impotenti. La gente fugge in preda al terrore, cerca di nascondersi. Le istituzioni non sanno che fare, l’esercito non ha i mezzi per combattere contro la superiorità tecnologica degli alieni. Ogni tentativo risulta vano. Con le loro gigantesche e potenti macchine da guerra, i marziani distruggono ogni cosa e intanto operano per trasformare gli ambienti conquistati, per esempio piantando nel terreno una specie di vegetale strisciante rossastro che distrugge ogni altra forma di vegetazione e rende la superficie della Terra molto simile a quella di Marte. E’ chiaro che il loro scopo è quello di “colonizzare” il nostro pianeta e di renderlo il più possibile uguale al loro e quindi vivibile. Per la razza umana non c’è alcuna possibilità di salvezza: l’uomo è destinato ad essere sopraffatto, sarà allevato per diventare alimento per la sopravvivenza degli alieni. Consapevole che nulla si può fare, il protagonista non scappa e non si nasconde più; con rassegnazione decide di andare incontro al suo destino uscendo allo scoperto.

Ma ecco che avviene l’impensabile: i marziani stanno morendo, non sopraffatti dalla forza dell’uomo, ma da quella della Natura. I batteri terrestri, quelli con cui la razza umana ha imparato a convivere e che invece non esistono sul loro pianeta, stanno uccidendo inesorabilmente gli alieni e la strana pianta strisciante rossa. L’umanità è salva: potrà riappropriarsi dei suoi spazi e lentamente ricostruire il proprio mondo.

Le chiavi di lettura

La lettura dell’opera offre molti spunti di riflessione.

La prima cosa che si nota è che Wells, con questo romanzo, ha posto le basi del racconto fantascientifico. Egli, infatti, descrive l’extraterrestre così come ancora oggi viene rappresentato: un individuo molto più intelligente e tecnologicamente più evoluto dell’uomo, un individuo che nel tempo ha sviluppato soprattutto le sue capacità mentali, trascurando del tutto il corpo ed è divenuto quindi “puro cervello” tanto questo organo ha preso il sopravvento sugli altri organi del corpo. Un “cerebro” che sopperisce alla mancanza di un fisico (ormai atrofizzato) in grado di muoversi e di agire usando macchine tentacolari, come i famosi Tripodi, che egli governa dall’interno e comanda per compiere tutte le azioni necessarie. Ed è proprio nella descrizione della tecnologia aliena che Wells dimostra tutta la sua perspicacia prevedendo il futuro e anticipando invenzioni che poi saranno davvero realizzate dall’uomo: per fare un esempio, il potente raggio distruttore altro non è se non un raggio laser. Come tutti i grandi scrittori di fantascienza, da Jules Verne (suo quasi coetaneo) a Isaac Asimov, per citarne solo due, Wells immagina una tecnologia che ancora non esiste ai suoi tempi, ma che diventerà realtà molti anni dopo.

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Ma, come abbiamo detto, “La guerra dei Mondi” non è solo un romanzo di fantascienza, è anche un’opera letteraria e sociale nella quale si riflette il carattere e il pensiero dell’autore. Wells dimostra di conoscere a fondo l’animo umano. Mirabili sono le lucide descrizioni del comportamento e dei sentimenti dei singoli personaggi, il protagonista e le persone che incontra sul suo cammino, come pure delle masse che fuggono terrorizzate. Egli vuol rappresentare il crollo di un mondo, il suo stesso mondo. E’ il crollo delle arroganti certezze della società positivistica che, basata troppo sulla tecnologia e quindi sul materialismo, rischia di perdere di vista i valori autentici dell’uomo.

L’opera è anche una critica all’imperialismo coloniale che caratterizza la politica inglese, e non solo, sul finire dell’800. I marziani che invadono e distruggono non sono altro che gli europei che, ritenendosi superiori, impongono il loro potere e sfruttano popolazioni più deboli. Essi rappresentano l’evoluzione negativa dell’uomo, quello che l’uomo potrebbe diventare, un cervello senza sentimenti destinato ad autodistruggersi.

Se vogliamo trovare una morale in questo romanzo, possiamo quindi dire che l’uomo non deve fare troppo affidamento su un esaltante e continuo progresso della tecnica perché in qualsiasi momento un evento imprevisto potrebbe distruggere tutto (come i batteri terrestri hanno distrutto i marziani!) e far precipitare l’umanità in una nuova barbarie.

Il successo dell’opera

Come si è detto, l’opera ottenne subito un grande successo destinato a non smorzarsi anche con il trascorrere del tempo. Stampato a Londra nel 1897 il romanzo continuò ad essere ristampato non solo in Inghilterra, ma in tutto il mondo. Nel 1901 uscì la prima edizione italiana a cura dell’editore Antonio Vallardi. Nel 1906 uscì in Francia una pregevole edizione illustrata dall’artista brasiliano Henrique Alvim Correa. Questa edizione, in un primo momento, suscitò una certa perplessità da parte di Wells il quale temeva che quelle immagini, molto suggestive ed evocatrici, potessero distogliere l’attenzione dal racconto. Successivamente riconobbe che una parte del grande successo della sua opera poteva essere ricondotta proprio a quelle immagini.

Nota: Le immagini riprodotte in questo blog sono quelle di Correa per l’edizione del 1906.

Vitruvio, la scoperta di un genio incompreso

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Oggi dallo scaffale prendiamo un libro che ci farà viaggiare nell’antica Roma e poi via via nel Medioevo, nel Rinascimento per giungere fino ai nostri giorni.

Si tratta del “De Architectura” di Marco Vitruvio Pollione stampato a Venezia nel 1556, formato in folio (altezza di 38 cm.circa).

Per prima cosa ci chiediamo: chi è Vitruvio?

Marco Vitruvio Pollone

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L’uomo “vitruviano”

Se lo chiediamo a un milanese, la prima risposta che gli viene in mente, così a
bruciapelo, è: una via del centro storico di Milano. A tutti gli altri, con buona probabilità, viene in mente l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Poi, reminiscenze scolastiche ci suggeriscono: un architetto e scrittore romano. Ma la sua figura continua ad avere contorni poco definiti, eppure il suo ponderoso trattato sull’architettura, il primo che sia stato mai scritto, può con buona ragione essere considerato una base e un pilastro dell’architettura moderna.

Vitruvio_Pollione_portraitDi Marco Vitruvio Pollione si sa pochissimo. Nasce, non si sa dove, qualcuno dice forse neppure in Italia, nel I secolo a.C. Anche sul suo nome ci sono dei dubbi. Le pochissime notizie che abbiamo sono quelle che lui stesso racconta nelle note autobiografiche presenti nel suo trattato oppure quelle che se ne possono dedurre. E così sappiamo che è piccolo di statura, ha partecipato con Giulio Cesare alle guerre in Gallia come sovraintendente alle macchine da guerra, ha avuto incarichi pubblici, non meglio definiti, come architetto-ingegnere sotto Augusto, anche se si ritiene che la sua attività sia più teorica che pratica. Infatti pare che l’unica opera effettivamente progettata da Vitruvio sia la Basilica di Fano; lo sappiamo perché lo dice lui, ma non ci sono tracce che lo confermino. Infine, ottenuto dall’imperatore un vitalizio, si ritira e, già anziano e infermo, si dedica a scrivere il suo trattato.

Il “De Architectura”

Il “De Architectura” è composto da 10 libri, dedicati ad Augusto, scritti tra il 29 e 23 a.C. E’ la prima e unica opera sull’architettura, scritta in latino, giunta completa fino a noi. In essa Vitruvio raccoglie e riordina in maniera sistematica tutto quello che è stato fatto e scritto sull’argomento, sia in ambito greco che romano e a questo aggiunge poi la sua personale esperienza. Il campo è estremamente vasto: tratta di edilizia pubblica, fori, basiliche, terme, teatri ecc. e privata, di stili decorativi, di materiali, metodi e tecniche di costruzione. Per Vitruvio ogni costruzione deve soddisfare tre, indispensabili, requisiti: utilitas, firmitas e venustas,cioè funzionalità, solidità ed eleganza.

Tra i vari argomenti trattati è doveroso sottolinearne uno in particolare: Vitruvio descrive le proporzioni ideali del corpo umano. Ladescrizione è poi ripresa da Leonardo da Vinci che immortala in suo disegno questa figura perfetta, inscrivendola in un cerchio e in un quadrato (figure geometriche perfette): è il famosissimo “Uomo Vitruviano”.

Scopo del “De architectura” è quello di conferire autorevolezza alla figura dell’architetto che, per l’autore, deve necessariamente essere esperto in tante discipline: non solo la matematica, la geometria, il disegno, ma anche l’acustica, la medicina, l’astronomia, la teologia, la meteorologia ecc. ecc., perché per costruire un edificio, pubblico o privato che sia, per soddisfare quei tre requisiti basilari, occorrono molteplici conoscenze che spaziano nei più diversi campi dello scibile.

L’ importanza e la novità di quest’opera sta dunque proprio nel fatto che l’architettura da disciplina puramente tecnicaviene elevata ad una vera e propria SCIENZA, se non addirittura una super-scienza dal momento che in essa sono comprese tante discipline.

IMG_5906Detto questo, è interessante notare come questo Trattato, all’epoca, passiquasi inosservato e continui ad essere ignorato anche nei secoli successivi. Eppure sappiamo che nel Medioevo Vitruvio non è proprio uno sconosciuto: la sua opera, pur se di difficile interpretazione perché scritta in un latino a volte oscuro per la presenza di termini tecnici, greci, arcaici e volgari, è letta e trascritta per opera di monaci e di studiosi, gli stessi Boccaccio e Petrarca ne sono a conoscenza. Ma si tratta di un interesse puramente filologico che nulla ha a che vedere con la progettazione pratica.

Nel XV secolo, con il Rinascimento, si sviluppa in molti campi la tendenza ad ispirarsi a modelli dell’antichità classica greca e romana ed è così che vengono riscoperti Vitruvio e la sua opera.

Buona parte del merito è di Leon Battista Alberti, uomo estremamente eclettico, umanista profondo conoscitore dell’antichità romana, scrittore, matematico, filosofo…e anche architetto. Seguendo le tracce di Vitruvio, scrive il trattato “De re aedificatoria”, in 10 libri. Non una copia, ma lo studio dei modelli antichi a cui l’autore si ispira per cercare poi nuove soluzioni adeguate ai tempi.

In seguito altri grandi architetti si rifanno a Vitruvio, tra questi il Bramante e il Palladio, per citare i più famosi.

Il trattato di Vitruvio, così riscoperto, ha una grande diffusione e una forte influenza suIMG_0167tutta la cultura rinascimentale. Nel 1486 viene stampata l’editio princeps in latino, a cui fanno seguito, in quel secolo e nei successivi, molte altre edizioni, in Italia e in altri paesi. La prima edizione tradotta in italiano è del 1521. Notevole è l’edizione del 1556 stampata a Venezia, formato in folio, con pregiate incisioni. Non sono però i disegni originale di Vitruvio perché quelli sono andati persi.

Il successo è tale che nel 1542, a Roma, sotto l’egida del Cardinale Ippolito de’ Medici, viene fondata l’Accademia Vitruviana della Virtù che raccoglie tutti i maggiori artisti e studiosi dell’epoca, con lo scopo di rileggere e commentare l’opera di Vitruvio e diffondere le conoscenze artistiche dell’antichità greca e romana.

Da allora il “De architectura” per secoli, in pratica fino al 1800, è stato uno dei principali e fondamentali testi di riferimento in materia.

Concludiamo lasciando la parola allo stesso Vitruvio:

“In tutte le arti, ma particolarmente nell’architettura esiste un binomio fondamentale: il significato e il significante. Il significato è l’opera da costruire, il significante ne è l’illustrazione teorica e sistematica. Il vero architetto dovrà naturalmente avere esperienza tanto dell’uno quanto dell’altro. Dovrà possedere doti intellettuali e attitudini all’apprendere, perché né il talento naturale senza preparazione scientifica, né la preparazione scientifica senza talento naturale possono fare il perfetto artefice.”

Un diario, un figlio e tanti libri: porte che si aprono su un Nuovo Mondo

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Il 20 maggio 1506 a Valladolid, nel nord della Spagna, si spegneva, nel silenzio generale, Cristoforo Colombo.

L’invidia, la gelosia, l’ignoranza, la stupidità e, non ultima, l’avidità avevano sommerso in un mare di polemiche l’uomo e la sua impresa, arrivando a sminuirne il valore e a svilire o addirittura a dimenticare il suo autore. Noi non confuteremo queste posizioni, ci hanno già pensato altri e soprattutto ci ha pensato la storia che, nella costruzione del suo grande puzzle, sa mettere ogni pezzo al suo posto giusto. Noi invece, fedeli al nostro stile, oggi parliamo di un diario, di un figlio e di tanti libri.

Il Diario di Bordo

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Estratto del Diario di Bordo

Il diario è una pregevole edizione del “Diario a de bordo di Cristobal Colombo” edito nel !971 da Alberto Tallone, il quale, grazie alla collaborazione e l’aiuto di esperti dell’Università di Madrid, ebbe accesso al manoscritto originale del diario di bordo compilato da Colombo e lo trascrisse inserendo anche, nell’opera, alcune immagini del manoscritto. L’edizione, in lingua spagnola come l’originale, è numerata e stampata su carta a mano delle antiche Cartiere di Pescia.

Un libro prezioso che ci fa conoscere un documento unico e di inestimabile valore che, più di ogni altro, ha aperto una porta. L’ha spalancata su un Nuovo Mondo e così ha cambiato la conoscenza della nostra terra, ha mutato la storia, la geografia, la politica e anche, per sempre, il modo di vivere di tutta l’umanità, del vecchio e del nuovo mondo.

Oltrepassiamo quella porta e incontriamo subito un personaggio che ci colpisce e ci interessa perché fa onore e rende giustizia allo scopritore dell’America, criticato e dimenticato da molti suoi contemporanei.

Fernando Colombo

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E’ Fernando Colombo, in spagnolo, Hernando Colon, figlio illegittimo di Cristoforo, nato nel 1488 da una relazione con Beatriz Enriquez de Arana.

Colombo ama molto questo suo secondogenito, anche se nato al di fuori del matrimonio, tanto che, nel suo testamento, lo chiama “legittimo” al pari del primogenito Diego. Fernando, dal canto suo, ama e ammira profondamente il padre, segue con slancio le sue imprese ed è molto interessato alla cosmografia e alle scienze matematiche. E’ un ragazzo intelligente, legge molto e nel tempo, come vedremo, svilupperà una vera passione per i libri. A quattordici anni, nel 1502, si imbarca con il padre nel suo quarto e ultimo viaggio di esplorazione della terraferma nell’America centrale.

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Nel 1509, dopo la morte del padre, si imbarca nuovamente per accompagnare a Santo Domingo il fratello primogenito Diego, che in qualità di erede legittimo di Colombo, reclama alcuni suoi diritti e privilegi.

Tornato in Spagna, alterna periodi durante i quali viaggia per l’Europa e altri durante i quali vive in Spagna e assume importanti incarichi per conto dell’imperatore Carlo V.

La biblioteca di Fernando

I viaggi, oltre a soddisfare un innato desiderio di conoscenza, hanno anche uno scopo ben preciso. Fernando, come abbiamo detto, ama leggere e ama i libri. L’invenzione della stampa a caratteri mobili l’ha particolarmente colpito ed affascinato: capisce che si tratta una invenzione che rivoluzionerà il mondo, così come la scoperta dell’America. E allora inizia la sua ricerca, quasi spasmodica, dei nuovi libri stampati, in giro per l’Europa, nelle città dove sono sorte le migliori stamperie, per cercare e comprare le ultime edizioni, quelle più pregiate, stampate con i caratteri più belli e sulle carte più particolari, libri ma anche stampe e carte geografiche. A cavallo, sostando nelle taverne, percorre la Spagna, la Francia, la Germania, la Svizzera e l’Italia. A Venezia, centro d’eccellenza dell’arte della stampa, può rifornirsi anche di testi messi al bando, come quelli luterani.

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Firma autografa di Don Hernando do Colon 

Fernando è un uomo del rinascimento: il suo sogno è quello di creare una biblioteca universale nella quale è rappresentato tutto lo scibile umano passato e presente e dove quindi tutti i libri abbiano il loro posto, non più solo i testi classici ed ecclesiastici, come era nella tradizione medievale. Tra il 1526 e il 1530 fonda a Siviglia la sua biblioteca, chiamata “Hernandina” che arriverà a contare più di 15.000 testi e che è senz’altro la più vasta della sua epoca. Un investimento finanziario enorme se si pensa che i libri a quell’epoca erano merce costosa. L’imperatore Carlo V, che ha avuto modo di visitarla e di ammirarla, ne rimane così colpito che concede 500 pesos d’oro per contribuire ad altre acquisizioni. Tanti libri richiedono una organizzazione e Fernando si dedica anima e corpo al lavoro di catalogazione. Scrive elenchi, indici, annota sull’ultima pagina di ogni libro la data, il luogo d’acquisto e il prezzo, studia la loro disposizione, compila mappe per aiutare gli studiosi nella ricerca.

Alla sua morte la biblioteca passa in eredità al nipote Luis, figlio del fratello Diego. In seguito andrà alla Cattedrale di Siviglia, ma purtroppo, con il passare dei secoli, a causa dell’incuria, dei furti, delle perdite per vari motivi, la collezione si è ridotta a poco più di 4000 testi tra libri e manoscritti. Fernando non è solo un collezionista di libri, è lui stesso scrittore, studioso e uomo di grande cultura. Conosce e intreccia relazioni epistolari con personaggi come Amerigo Vespucci, Erasmo da Rotterdam, Aldo Manuzio, Albrecht Durer, delle cui opere è grande ammiratore e collezionista. Seguendo gli insegnamenti paterni ha sviluppato una passione per la cosmografia, l’astronomia e le scienze matematiche; proprio queste lo aiutano nei suoi studi per identificare un metodo capace di determinare esattamente la longitudine. Per queste sue conoscenze, è molto stimato dall’ imperatore Carlo V che lo nomina cosmografo di corte e gli affida diversi incarichi al fine di risolvere alcuni dei tanti problemi derivanti dai possedimenti spagnoli nel Nuovo Mondo. Fa parte di un collegio arbitrale per definire i diritti di Spagna e Portogallo sulle Molucche, organizza e presiede una commissione di esperti cartografi e di piloti che devono ridisegnare tutte le mappe nautiche, sulla base delle nuove conoscenze. Tali carte marine sono rimaste in uso per molto

Mappa del mondo di Ribero 1529

Mappa del Mondo di Diego Ribero – 1529

tempo e alcune sono giunte fino a noi, tra queste i bellissimi planisferi di Weimar, luogo dove sono ora conservati, opera del famoso cartografo Diego Ribero. Sempre per incarico dell’imperatore, fonda il Collegio Imperial, un’accademia che prepara i giovani all’arte della navigazione.

BIBLIOTECA-CNC-ICCC-Caddeo-Historie

La biografia di Colombo scritta dal figlio Fernando – Editio Princeps 1571

Fernando scrive anche molto, compila dizionari, memoriali, studi sugli argomenti più disparati, ma purtroppo della maggior parte di queste opere è rimasto solo il titolo poiché i manoscritti sono andati persi. Una sola opera è stata stampata nel 1571, e quindi postuma dato che Fernando è morto nel 1539 a soli 51 anni. Si tratta delle “Historie della vita e dei fatti di Cristoforo Colombo”, una biografia dell’amato padre. Su quest’opera è sorta però una questione a lungo dibattuta. Infatti il manoscritto originale è andato perduto e di esso non c’è neppure traccia, come titolo, nei precisi ed accurati cataloghi compilati dal meticoloso Fernando. Inoltre nel testo compaiono molte inesattezze che difficilmente possono essergli attribuite. Per questi motivi alcuni studiosi ritengono che in origine si trattasse di appunti e di memorie sparse poi raccolte e rimaneggiate da altri per essere pubblicate.

Figlio di un grande padre, Fernando fu a sua volta un grande uomo. A differenza del padre ottenne, ai suoi tempi, maggior considerazione ed apprezzamento. Accumulò anche una grande ricchezza. I secoli hanno poi ridimensionato le critiche e le accuse rivolte al grande navigatore e gli hanno restituito il giusto merito, facendo di lui uno dei grandi della terra. Fernando invece è rimasto nella sua ombra, ma questo sicuramente non gli sarebbe dispiaciuto, conoscendo quanto amasse e ammirasse il padre.

Di certo Cristoforo Colombo sarebbe stato fiero di questo figlio “bastardo”, come si diceva una volta, che, con i suoi studi e le sue opere ha, in un certo senso, continuato l’opera del padre, contribuendo a traghettare l’umanità in una nuova epoca.

50 anni fa sulla Luna: una foto da cui tutto ebbe inizio

Quasi sempre partiamo da un libro. No questa volta. Oggi è un giorno speciale e il nostro viaggio inizia da una foto.

Ma andiamo per ordine.

Ci sono, nella storia dell’umanità, due eventi che in qualche modo sono molto simili tra loro, per il significato e per le conseguenze che ne sono derivate. Parliamo della scoperta dell’America e della prima discesa dell’uomo sulla Luna. Entrambi rappresentano i primi passi in un mondo nuovo e l’inizio di una nuova epoca. Ma c’è una grande differenza, anche perché tra uno e l’altro evento sono trascorsi quasi 500 anni.

Poche persone hanno preso parte alla scoperta dell’America: solo quelli che parteciparono personalmente all’impresa ed inoltre, in tutto il mondo di allora, solo un’élite di uomini di governo, studiosi e uomini di cultura ne venne a conoscenza e ne potè valutare l’importanza.

IL PRIMO PASSO SULLA LUNA

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Il primo passo dell’uomo sulla Luna, invece, fu visto e vissuto in diretta da milioni di persone in tutto il mondo, di tutte le razze e di tutte le estrazioni sociali, tutti accomunati dalla stessa consapevolezza che qualcosa di grande ed importante stava accadendo e che quella cosa riguardava tutti e avrebbe cambiato il nostro mondo.

Era la notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, esattamente 50 anni fa. Fino ad allora la Luna era qualcosa di ineffabile ed inafferrabile, capace di destare sempre il nostro stupore, così per l’uomo del ‘900 come per quello della preistoria. Un sogno impossibile, misterioso e romantico che ispirava musicisti e poeti e accendeva la fantasia di scrittori.

Quella notte il sogno si avverò: incredulità, stupore, timore perché l’impresa era altamente rischiosa, e poi la grande gioia e la sensazione di onnipotenza dell’uomo che può compiere imprese eccezionali. Chi ha vissuto quei momenti, non li ha più potuti dimenticare, impressi a fuoco nella memoria.

L’impresa fu trasmessa in diretta in mondovisione, si calcola che vi abbiano assistito 900 milioni di persone in tutto il mondo, 20 milioni in Italia, incollati a 7 milioni di schermi televisivi.

La Luna e la RAI

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Tito Stagno, la “voce” della Luna

La Rai organizzò la più lunga trasmissione non-stop della sua storia: 28 ore a cui si devono aggiungere le 10 ore di preparazione in studio. Due giornate di lavoro intenso per tutto il personale. C’era una grande eccitazione nell’aria e forte era il timore che qualcosa potesse andare storto. Prima di tutto che la missione dell’Apollo 11, che doveva portare sulla Luna gli astronauti Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, potesse fallire e, in secondo luogo, che qualcosa disturbasse la telecronaca (i mezzi tecnici dell’epoca non erano così perfezionati come quelli di adesso!). 250 furono le persone coinvolte tra giornalisti, tecnici, esperti e inviati.

La trasmissione andò in onda con inizio domenica 20 luglio alle 19,28: a condurre la diretta, dagli studi di Roma di RAI 3, Tito Stagno, un giovane giornalista molto preparato che, dopo questa esperienza divenne una specie di mito e, in collegamento dalla sala stampa di Houston (Texas), la voce inconfondibile di Ruggero Orlando, colonna del giornalismo televisivo, inviato speciale dagli Stati Uniti.

All’inizio tutto procedette bene. Il momento tanto atteso si stava avvicinando quando, all’improvviso, ci furono 12 minuti di buio durante i quali il collegamento dall’America si interruppe. Non arrivavano più le immagini: panico negli studi, ma Stagno con grande professionalità, forte della sua preparazione, continuò la sua telecronaca raccontando ciò che egli riteneva stesse accadendo.

Ritornarono le immagini e tutti tirarono un sospiro di sollievo, ma la comunicazione audio da Houston era molto difficoltosa, in quei momenti concitati c’erano problemi tecnici. D’un tratto Stagno, fraintendendo una frase poco chiara pronunciata dall’astronauta Aldrin, urlò: “Ha toccato!”. Da Houston Ruggero Orlando lo corresse: “No, non ha toccato!”.  Entrambi avevano usato il verbo toccarecon il significato di allunare. Che cosa era successo? Il modulo lunare non era ancora allunato, ma durante le manovre di discesa aveva toccato con le antenne il suolo lunare. Atterrò dopo 56 secondi, ore 22,17 in Italia, 16,17 di NY e gli spettatori italiani, per il sovrapporsi delle voci dei due cronisti, si persero lo storico annuncio di Armstrong: “Houston, qui base Tranquillità, l’Aquila è atterrata!”.

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La sala controllo di Houston

Ma quello che nessuno si perse fu il grande applauso che scoppiò nella sala di comando di Houston, un boato che si propagò in tutti gli studi e in tutte le piazze del mondo. Dopo sei ore, alle 04,56 del 21 luglio, ora italiana, gli astronauti Armstrong e Aldrin uscirono dal modulo e posarono il piede sul suolo lunare.

Toccò a Neil Armstrong pronunciare la storica frase: “Un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per tutta l’umanità”.

Di questo evento, tanto importante nella storia dell’umanità, ci rimane una ricca documentazione fotografica della Luna, ma anche della Terra vista dalla Luna. Un’immagine emozionante perché per la prima volta l’uomo poteva vedere il suo mondo nella sua interezza, circondato dallo spazio cosmico.

La “prima” foto della Terra dalla Luna

Ed eccoci tornare alla foto citata all’inizio

Per dovere di cronaca va detto infatti che, quella fotografata dagli astronauti dell’Apollo 11, non è però la prima immagine del nostro pianeta. La prima immagine in assoluto della Terra risale al 23 agosto del 1966, tre anni prima della discesa dell’uomo sulla Luna.

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Lunar Orbiter 1

Quel giorno il vettore lunare “Lunar Orbiter I”, la cui missione era quella di raccogliere immagini per creare una mappa fotografica della superficie lunare in vista delle successive missioni spaziali, durante il suo 16° giro di orbita scattò e trasmise alla Terra la PRIMA foto del nostro pianeta visto dalla Luna. La foto fu ricevuta da una stazione radio presso Madrid.

Di questa foto “storica” la Nasa stampò una serie molto limitata, destinata a governi, centri di ricerca e personalità di rilievo mondiale.

“Un souvenir de Solferino” – un uomo, un libro e una grande organizzazione umanitaria

Henry Dunant, Portrait s/wHenry Dunant, nato a Ginevra nel 1828, è un grande filantropo e un imprenditore molto attivo. Nel 1856 fonda in Algeria una società coloniale per la costruzione di alcuni villaggi e dei mulini. L’impresa si rivela più difficile e più costosa del previsto e, nel 1959, Dunant si rivolge all’imperatore francese Napoleone III per avere aiuti. Ma in quel periodo Napoleone è impegnato in Italia dove, con il suo esercito, sostiene le forze piemontesi in lotta con l’Austria: siamo all’epoca della Seconda Guerra d’Indipendenza.

Dunant ha fretta, la sua impresa non può aspettare e allora raggiunge l’Italia e segue l’imperatore nella speranza che prima o poi gli conceda udienza. E’ così che, senza volerlo, si trova ad essere presente a quella che è considerata la battaglia più sanguinosa del Risorgimento italiano.

Il 24 giugno 1959 nella piana presso il paese di Solferino l’esercito francese, comandato da Napoleone III e quello austriaco, comandato da Francesco Giuseppe in persona, si fronteggiano. Alle otto antimeridiane viene dato il segnale di inizio della battaglia.

 E’ l’inizio di una giornata interminabile che, alla sera, vedrà tutta la pianura coperta di migliaia di corpi dei morti e dei feriti.

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L’animo sensibile di Dunant, che ha potuto seguire tutto lo svolgimento delle operazioni, ne rimane sconvolto. Rimane colpito anche dall’intervento della gente del posto che si occupa dei feriti, li raccoglie, li porta nel duomo di Castiglione delle Stiviere e se ne prende cura senza fare distinzione di divisa.

Sono soprattutto le donne che si prodigano con grande generosità.

E’ in questo momento che, nella mente di Dunant, nasce l’idea di una organizzazione che si occupi in maniera esclusiva ed efficiente dell’assistenza ai soldati in guerra. Non si può lasciare al buon cuore di qualche bravo samaritano un’impresa così difficile e importante.

Il “Souvenire de Solferino”

Tornato a casa scrive i suoi pensieri in un libro, “Un souvenir de Solferino”, che nel 1862 fa stampare a sue spese: 1600 copie che non sono in vendita, ma sono distribuite ed offerte per fare conoscere la vera realtà della guerra.

Il libro è diviso in due parti; nella prima parte Dunant fa un preciso resoconto della battaglia, nella seconda racconta quello che ha visto dopo la battaglia, quando la sera è finalmente scesa su quei campi inzuppati del sangue dei soldati: 3492 morti, 23.319 feriti, francesi e austriaci, accomunati da una sofferenza atroce che solo la pietà di pochi volenterosi cerca di alleviare.

Dunant pone l’accento proprio su questa grande opera di soccorso volontariamente messa in atto dalla popolazione, e può descriverla nei minimi particolari avendo lui stesso trascorso la notte in quella chiesa e offerto il suo aiuto.

E’ un libretto senza pretese, ma l’effetto è dirompente. Scuote le coscienze di tutta Europa, molte personalità, Victor Hugo, Charles Dickens e tante altre di diverse nazionalità, esprimono la loro solidarietà. Una seconda edizione, questa volta messa in vendita, ha molto successo e va a ruba.

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Gruppo fondatore – Croce Rossa Internazionale – Ginevra 1864

Sull’onda di questa nuova consapevolezza, a Ginevra viene indetta una Conferenza internazionale: nasce così la Croce Rossa Internazionale, la sua bandiera reca una croce rossa in campo bianco, sono i colori invertiti della bandiera svizzera, croce bianca in campo rosso, per ricordare le sue origini ginevrine.

Nel 1902 Dunant sarà insignito del primo Premio Nobel per la Pace.

 

Solferino, oggi.

Sono trascorsi esattamente 160 anni da quel giorno, ma c’è un luogo dove pare che il tempo si sia fermato.

Ci sono luoghi che “si impregnano” della storia che vivono.

Come spugne si imbevono di fatti, suoni, voci e, come spugne, se solo la si voglia sentire, restituiscono fedelmente l’atmosfera antica.

Sembra che, anche se è trascorso tanto tempo e nonostante gli inevitabili mutamenti, nulla sia cambiato, tutto sia rimasto intatto: la terra che calpestiamo è la stessa e nell’aria vibrano ancora voci antiche e dove ci fu gioia si risente un palpito di gioia, dove ci fu dolore riecheggia un sospiro struggente.

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Piazza Castello – Solferino

Uno di questi luoghi è la grande Piazza Castello di Solferino della Battaglia: un’enorme piazza rettangolare deserta e sprofondata nel silenzio (lontane dallo sguardo e dall’udito sono le strade frequentate), circondata da vecchie e basse case, che recano il segno del tempo, e la grande chiesa posta al centro.

Qui sembra che tutto sia rimasto fermo come in una vecchia stampa un po’ ingiallita e consunta: la Storia, che in questo spazio rarefatto pulsa così evidente, così innegabile, ha cacciato la banalità del vivere quotidiano, ne ha fatto un suggestivo museo all’aperto e le case abbandonate rivivono la loro gloria nelle lapidi che recano.

L’orologio del tempo qui si è fermato il 24 giugno 1859, il giorno della Grande Battaglia, il giorno in cui il Sindaco (tale Giuseppe Casnici) si rifiutò di bruciare il paese così come gli era stato ordinato dal Comando Austriaco. La lapide non dice che cosa accadde poi a questo piccolo, eroico sindaco. Un’altra lapide ricorda la nascita della Croce Rossa.

In fondo alla piazza si passa sotto un arco lanciato tra due edifici. Anche qui una lapide ricorda che il castello, di cui ora restano solo poche rovine di mura e di torri, sommerse ormai dalla vegetazione, è stato costruito nel 1563 da Orazio Gonzaga.

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La torre del Museo spicca in mezzo ai cipressi

Nell’unica torre rimasta in piedi è stato allestito un piccolo Museo della Battaglia del ’59. Negli angusti locali era sistemato il quartier generale francese.

Si può salire e dalla terrazza aperta, dall’alto di questa torre posta in cima alla collina, lo sguardo spazia, senza incontrare ostacoli, sulla solenne pianura e i dolci rilievi, sui prati, sui campi coltivati, sui paesi e le case sparse. In lontananza le acque del lago riflettono i raggi del sole come una lama immobile.

Proprio lì, in quella placida pianura il 24 giugno di 160 anni fa infuriò una delle più atroci battaglie che la storia del Risorgimento italiano ricordi.

Castiglione_delle_Stiviere-Lapide_un_ricordo_di_Solferino-H._Dunant.jpgNeppure la foschia calata con la sera riuscì a nascondere il numero incalcolabile di morti e di feriti francesi e austriaci che ricoprivano quei prati e quei campi inzuppati di sangue.

Ai piedi della torre, in fondo ad un viale di cipressi, sorge, sull’estremità del colle che in questo punto si protende come una penisola sulla pianura sottostante, il Memoriale della Croce Rossa.

Nel grande silenzio si avverte appena, a tratti, il fluire di strade lontane e il sussurro dell’aria tra le fronde compatte dei cipressi.

Improvvisamente, ad un leggero alito di vento, la catenella dell’asta portabandiera batte contro l’alto palo metallico: batte e ribatte lenta, monotona, leggera, ma solenne nel vuoto del silenzio circostante.

Pare di ascoltare una campanella: il rintocco doloroso di una campanella in ricordo di tanti caduti.