Il futuro visto dal passato: la “Guerra dei Mondi”

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Molti dei libri che abbiamo aperto ed esplorato insieme dalla nascita del blog ci hanno spalancato porte sul passato, un passato a volte vicino, a volte anche molto lontano. Oggi, invece, vogliamo parlare di un libro che apre una porta sul futuro. Un libro che, pur essendo stato scritto più di cento anni fa, è ancora attuale e ancora costituisce un’interessante e inquietante porta aperta su un possibile futuro dell’umanità.

NPG x13208; Herbert George Wells by George Charles Beresford

H.G. Wells by George Charles Beresford, black and white glossy print, 1920

Si tratta della “Guerra dei due mondi” di H.G.Wells stampato a Londra nel 1897. In questo libro la fervida fantasia dell’autore si fonde mirabilmente con le sue approfondite conoscenze scientifiche, dando vita ad un’opera di fantascienza, uno dei primi romanzi di questo genere letterario che subito incontrerà il favore dei lettori e sarà destinato ad avere grande fortuna. Ma non si tratta solo di un romanzo di fantascienza: “La guerra dei due mondi” è considerato uno dei grandi capolavori della letteratura inglese.

Per capire meglio il libro è indispensabile conoscere, almeno a grandi linee, il suo autore e la sua vita. Wells è un uomo poliedrico, dai molteplici interessi, attento osservatore e studioso della realtà che lo circonda. Sostenitore delle idee pacifiste e socialiste, aderirà al Fabianesimo, movimento di ispirazione socialdemocratica che auspica un cambiamento della società che però deve avvenire gradualmente, senza traumi rivoluzionari, ma attraverso adeguate riforme e la maturazione e una consapevole evoluzione del popolo. E’, inoltre, un uomo di carattere, non si arrende davanti alle difficoltà della vita che sa affrontare con decisione e sa trarne insegnamento, anche grazie ad un innato senso dell’umorismo.

Herbert George Wells

Herbert George Wells, universalmente conosciuto come H.G. Wells, nasce a Bromley nel verde Kent il 21 settembre del 1866 in una famiglia di modeste condizioni. La madre è cameriera nella residenza baronale di Uppark, dove anche il giovane Wells avrà modo di soggiornare per alcuni periodi, acquisendo così una buona conoscenza dell’alta società inglese. Soprattutto, avrà modo di approfondire la sua cultura, approfittando della ricca biblioteca.

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Residenza di Uppark

Fin da piccolo Wells dimostra una grande passione per la lettura: è interessato soprattutto alle discipline scientifiche e in particolare alle teorie evoluzionistiche di Darwin di cui diviene un grande sostenitore. Studia, ma a causa dei problemi economici della famiglia, non può seguire  regolari corsi di studio. Alterna quindi periodi di studio ad altri di lavoro, lavori per lo più umili, come apprendista, a volte anche come assistente insegnante. Grazie alla sua perseveranza e ad una borsa di studio, nel 1891 riesce a laurearsi in zoologia con il massimo dei voti. Nel frattempo ha incominciato a scrivere e a pubblicare articoli: brevi saggi e dialoghi immaginari su temi scientifici, sulla natura e il destino dell’uomo.

La produzione scientifica e letteraria

I suoi articoli piacciono perché lo stile è sciolto, disinvolto ed accattivante. Tra il 1887 e il7-Immagine 1898 pubblicherà più di 200 articoli e racconti. Direttori di giornali ed editori si accorgono di lui e pagano bene i suoi scritti e gli consigliano di scrivere anche romanzi, dichiarandosi disposti a pubblicarli. Ma Wells non ha bisogno di questi consigli: lo scrivere è connaturato alla sua indole e la fantasia non gli manca certo. Nel 1895 scrive e pubblica, tra l’altro, “La macchina del tempo” e “La visita meravigliosa”, due romanzi che ottengono subito un grande successo, dovuto senz’altro alla originalità dei contenuti, ma anche al loro effettivo valore letterario, storico e sociale. Wells dimostra di essere un profondo conoscitore della società del suo tempo di cui, grazie alle molteplici esperienze di vita, ha potuto cogliere le varie sfaccettature, e di possedere altresì una straordinaria forza narrativa. Negli anni successivi le opere si susseguono, la fama dello scrittore cresce sempre di più e molti lo considerano un genio. Di certo si sa che Wells si guadagnò la considerazione e l’amicizia di scrittori del calibro di Joseph Conrad e James Joyce.

La Guerra dei Mondi

8-ImmagineNel 1897 pubblica “La guerra dei mondi” il suo romanzo che ha riscosso maggior successo ed ha avuto una maggiore diffusione. Considerato il suo capolavoro, anche con il passare del tempo non ha perso nulla del suo fascino inquietante e ancora oggi, a distanza di più di cento anni, appare vivo ed attuale.

Sul finire del XIX secolo, nella società inglese, fortemente attratta dalle nuove invenzioni tecnologiche, si fa un gran parlare di Marte e dei marziani. L’argomento suscita molta curiosità e Wells recepisce questa “moda”. Forte delle sue conoscenze scientifiche e della sua fantasia, ma anche della sua sensibilità ai problemi sociali, costruisce una storia, contemporanea all’autore, che rappresenta lo specchio di quel tempo, delle sue contraddizioni e delle sue paure.

L’azione del romanzo inizia a Woking, una cittadina della verde campagna del Surrey, nell’Inghilterra del sud-est. Il protagonista è uno scrittore che descrive in prima persona i catastrofici avvenimenti che vivrà e che sconvolgeranno il suo paese. L’azione ha un avvio lento, poi man mano il ritmo si fa sempre più veloce e poi frenetico fino al parossismo e alla conclusione finale.

Questi, in breve, i fatti. Da alcuni giorni sono state notate alcune esplosioni sul pianeta10-Immagine Marte che però passano quasi inosservate ai più. Il protagonista e un suo amico astronomo studiano l’evento e arrivano alla conclusione che “qualcosa” deve essere partita da quel pianeta in direzione della terra. Durante un appostamento notturno vedono cadere al suolo un grande cilindro metallico che provoca una profonda buca nel terreno. In seguito altri cilindri cadranno in altre zone dell’Inghilterra del sud e presto sarà chiaro che la terra è invasa dai marziani che portano distruzione e morte ovunque e contro cui le forze umane si dimostrano impotenti. La gente fugge in preda al terrore, cerca di nascondersi. Le istituzioni non sanno che fare, l’esercito non ha i mezzi per combattere contro la superiorità tecnologica degli alieni. Ogni tentativo risulta vano. Con le loro gigantesche e potenti macchine da guerra, i marziani distruggono ogni cosa e intanto operano per trasformare gli ambienti conquistati, per esempio piantando nel terreno una specie di vegetale strisciante rossastro che distrugge ogni altra forma di vegetazione e rende la superficie della Terra molto simile a quella di Marte. E’ chiaro che il loro scopo è quello di “colonizzare” il nostro pianeta e di renderlo il più possibile uguale al loro e quindi vivibile. Per la razza umana non c’è alcuna possibilità di salvezza: l’uomo è destinato ad essere sopraffatto, sarà allevato per diventare alimento per la sopravvivenza degli alieni. Consapevole che nulla si può fare, il protagonista non scappa e non si nasconde più; con rassegnazione decide di andare incontro al suo destino uscendo allo scoperto.

Ma ecco che avviene l’impensabile: i marziani stanno morendo, non sopraffatti dalla forza dell’uomo, ma da quella della Natura. I batteri terrestri, quelli con cui la razza umana ha imparato a convivere e che invece non esistono sul loro pianeta, stanno uccidendo inesorabilmente gli alieni e la strana pianta strisciante rossa. L’umanità è salva: potrà riappropriarsi dei suoi spazi e lentamente ricostruire il proprio mondo.

Le chiavi di lettura

La lettura dell’opera offre molti spunti di riflessione.

La prima cosa che si nota è che Wells, con questo romanzo, ha posto le basi del racconto fantascientifico. Egli, infatti, descrive l’extraterrestre così come ancora oggi viene rappresentato: un individuo molto più intelligente e tecnologicamente più evoluto dell’uomo, un individuo che nel tempo ha sviluppato soprattutto le sue capacità mentali, trascurando del tutto il corpo ed è divenuto quindi “puro cervello” tanto questo organo ha preso il sopravvento sugli altri organi del corpo. Un “cerebro” che sopperisce alla mancanza di un fisico (ormai atrofizzato) in grado di muoversi e di agire usando macchine tentacolari, come i famosi Tripodi, che egli governa dall’interno e comanda per compiere tutte le azioni necessarie. Ed è proprio nella descrizione della tecnologia aliena che Wells dimostra tutta la sua perspicacia prevedendo il futuro e anticipando invenzioni che poi saranno davvero realizzate dall’uomo: per fare un esempio, il potente raggio distruttore altro non è se non un raggio laser. Come tutti i grandi scrittori di fantascienza, da Jules Verne (suo quasi coetaneo) a Isaac Asimov, per citarne solo due, Wells immagina una tecnologia che ancora non esiste ai suoi tempi, ma che diventerà realtà molti anni dopo.

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Ma, come abbiamo detto, “La guerra dei Mondi” non è solo un romanzo di fantascienza, è anche un’opera letteraria e sociale nella quale si riflette il carattere e il pensiero dell’autore. Wells dimostra di conoscere a fondo l’animo umano. Mirabili sono le lucide descrizioni del comportamento e dei sentimenti dei singoli personaggi, il protagonista e le persone che incontra sul suo cammino, come pure delle masse che fuggono terrorizzate. Egli vuol rappresentare il crollo di un mondo, il suo stesso mondo. E’ il crollo delle arroganti certezze della società positivistica che, basata troppo sulla tecnologia e quindi sul materialismo, rischia di perdere di vista i valori autentici dell’uomo.

L’opera è anche una critica all’imperialismo coloniale che caratterizza la politica inglese, e non solo, sul finire dell’800. I marziani che invadono e distruggono non sono altro che gli europei che, ritenendosi superiori, impongono il loro potere e sfruttano popolazioni più deboli. Essi rappresentano l’evoluzione negativa dell’uomo, quello che l’uomo potrebbe diventare, un cervello senza sentimenti destinato ad autodistruggersi.

Se vogliamo trovare una morale in questo romanzo, possiamo quindi dire che l’uomo non deve fare troppo affidamento su un esaltante e continuo progresso della tecnica perché in qualsiasi momento un evento imprevisto potrebbe distruggere tutto (come i batteri terrestri hanno distrutto i marziani!) e far precipitare l’umanità in una nuova barbarie.

Il successo dell’opera

Come si è detto, l’opera ottenne subito un grande successo destinato a non smorzarsi anche con il trascorrere del tempo. Stampato a Londra nel 1897 il romanzo continuò ad essere ristampato non solo in Inghilterra, ma in tutto il mondo. Nel 1901 uscì la prima edizione italiana a cura dell’editore Antonio Vallardi. Nel 1906 uscì in Francia una pregevole edizione illustrata dall’artista brasiliano Henrique Alvim Correa. Questa edizione, in un primo momento, suscitò una certa perplessità da parte di Wells il quale temeva che quelle immagini, molto suggestive ed evocatrici, potessero distogliere l’attenzione dal racconto. Successivamente riconobbe che una parte del grande successo della sua opera poteva essere ricondotta proprio a quelle immagini.

Nota: Le immagini riprodotte in questo blog sono quelle di Correa per l’edizione del 1906.

Vitruvio, la scoperta di un genio incompreso

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Oggi dallo scaffale prendiamo un libro che ci farà viaggiare nell’antica Roma e poi via via nel Medioevo, nel Rinascimento per giungere fino ai nostri giorni.

Si tratta del “De Architectura” di Marco Vitruvio Pollione stampato a Venezia nel 1556, formato in folio (altezza di 38 cm.circa).

Per prima cosa ci chiediamo: chi è Vitruvio?

Marco Vitruvio Pollone

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L’uomo “vitruviano”

Se lo chiediamo a un milanese, la prima risposta che gli viene in mente, così a
bruciapelo, è: una via del centro storico di Milano. A tutti gli altri, con buona probabilità, viene in mente l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Poi, reminiscenze scolastiche ci suggeriscono: un architetto e scrittore romano. Ma la sua figura continua ad avere contorni poco definiti, eppure il suo ponderoso trattato sull’architettura, il primo che sia stato mai scritto, può con buona ragione essere considerato una base e un pilastro dell’architettura moderna.

Vitruvio_Pollione_portraitDi Marco Vitruvio Pollione si sa pochissimo. Nasce, non si sa dove, qualcuno dice forse neppure in Italia, nel I secolo a.C. Anche sul suo nome ci sono dei dubbi. Le pochissime notizie che abbiamo sono quelle che lui stesso racconta nelle note autobiografiche presenti nel suo trattato oppure quelle che se ne possono dedurre. E così sappiamo che è piccolo di statura, ha partecipato con Giulio Cesare alle guerre in Gallia come sovraintendente alle macchine da guerra, ha avuto incarichi pubblici, non meglio definiti, come architetto-ingegnere sotto Augusto, anche se si ritiene che la sua attività sia più teorica che pratica. Infatti pare che l’unica opera effettivamente progettata da Vitruvio sia la Basilica di Fano; lo sappiamo perché lo dice lui, ma non ci sono tracce che lo confermino. Infine, ottenuto dall’imperatore un vitalizio, si ritira e, già anziano e infermo, si dedica a scrivere il suo trattato.

Il “De Architectura”

Il “De Architectura” è composto da 10 libri, dedicati ad Augusto, scritti tra il 29 e 23 a.C. E’ la prima e unica opera sull’architettura, scritta in latino, giunta completa fino a noi. In essa Vitruvio raccoglie e riordina in maniera sistematica tutto quello che è stato fatto e scritto sull’argomento, sia in ambito greco che romano e a questo aggiunge poi la sua personale esperienza. Il campo è estremamente vasto: tratta di edilizia pubblica, fori, basiliche, terme, teatri ecc. e privata, di stili decorativi, di materiali, metodi e tecniche di costruzione. Per Vitruvio ogni costruzione deve soddisfare tre, indispensabili, requisiti: utilitas, firmitas e venustas,cioè funzionalità, solidità ed eleganza.

Tra i vari argomenti trattati è doveroso sottolinearne uno in particolare: Vitruvio descrive le proporzioni ideali del corpo umano. Ladescrizione è poi ripresa da Leonardo da Vinci che immortala in suo disegno questa figura perfetta, inscrivendola in un cerchio e in un quadrato (figure geometriche perfette): è il famosissimo “Uomo Vitruviano”.

Scopo del “De architectura” è quello di conferire autorevolezza alla figura dell’architetto che, per l’autore, deve necessariamente essere esperto in tante discipline: non solo la matematica, la geometria, il disegno, ma anche l’acustica, la medicina, l’astronomia, la teologia, la meteorologia ecc. ecc., perché per costruire un edificio, pubblico o privato che sia, per soddisfare quei tre requisiti basilari, occorrono molteplici conoscenze che spaziano nei più diversi campi dello scibile.

L’ importanza e la novità di quest’opera sta dunque proprio nel fatto che l’architettura da disciplina puramente tecnicaviene elevata ad una vera e propria SCIENZA, se non addirittura una super-scienza dal momento che in essa sono comprese tante discipline.

IMG_5906Detto questo, è interessante notare come questo Trattato, all’epoca, passiquasi inosservato e continui ad essere ignorato anche nei secoli successivi. Eppure sappiamo che nel Medioevo Vitruvio non è proprio uno sconosciuto: la sua opera, pur se di difficile interpretazione perché scritta in un latino a volte oscuro per la presenza di termini tecnici, greci, arcaici e volgari, è letta e trascritta per opera di monaci e di studiosi, gli stessi Boccaccio e Petrarca ne sono a conoscenza. Ma si tratta di un interesse puramente filologico che nulla ha a che vedere con la progettazione pratica.

Nel XV secolo, con il Rinascimento, si sviluppa in molti campi la tendenza ad ispirarsi a modelli dell’antichità classica greca e romana ed è così che vengono riscoperti Vitruvio e la sua opera.

Buona parte del merito è di Leon Battista Alberti, uomo estremamente eclettico, umanista profondo conoscitore dell’antichità romana, scrittore, matematico, filosofo…e anche architetto. Seguendo le tracce di Vitruvio, scrive il trattato “De re aedificatoria”, in 10 libri. Non una copia, ma lo studio dei modelli antichi a cui l’autore si ispira per cercare poi nuove soluzioni adeguate ai tempi.

In seguito altri grandi architetti si rifanno a Vitruvio, tra questi il Bramante e il Palladio, per citare i più famosi.

Il trattato di Vitruvio, così riscoperto, ha una grande diffusione e una forte influenza suIMG_0167tutta la cultura rinascimentale. Nel 1486 viene stampata l’editio princeps in latino, a cui fanno seguito, in quel secolo e nei successivi, molte altre edizioni, in Italia e in altri paesi. La prima edizione tradotta in italiano è del 1521. Notevole è l’edizione del 1556 stampata a Venezia, formato in folio, con pregiate incisioni. Non sono però i disegni originale di Vitruvio perché quelli sono andati persi.

Il successo è tale che nel 1542, a Roma, sotto l’egida del Cardinale Ippolito de’ Medici, viene fondata l’Accademia Vitruviana della Virtù che raccoglie tutti i maggiori artisti e studiosi dell’epoca, con lo scopo di rileggere e commentare l’opera di Vitruvio e diffondere le conoscenze artistiche dell’antichità greca e romana.

Da allora il “De architectura” per secoli, in pratica fino al 1800, è stato uno dei principali e fondamentali testi di riferimento in materia.

Concludiamo lasciando la parola allo stesso Vitruvio:

“In tutte le arti, ma particolarmente nell’architettura esiste un binomio fondamentale: il significato e il significante. Il significato è l’opera da costruire, il significante ne è l’illustrazione teorica e sistematica. Il vero architetto dovrà naturalmente avere esperienza tanto dell’uno quanto dell’altro. Dovrà possedere doti intellettuali e attitudini all’apprendere, perché né il talento naturale senza preparazione scientifica, né la preparazione scientifica senza talento naturale possono fare il perfetto artefice.”

Un diario, un figlio e tanti libri: porte che si aprono su un Nuovo Mondo

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Il 20 maggio 1506 a Valladolid, nel nord della Spagna, si spegneva, nel silenzio generale, Cristoforo Colombo.

L’invidia, la gelosia, l’ignoranza, la stupidità e, non ultima, l’avidità avevano sommerso in un mare di polemiche l’uomo e la sua impresa, arrivando a sminuirne il valore e a svilire o addirittura a dimenticare il suo autore. Noi non confuteremo queste posizioni, ci hanno già pensato altri e soprattutto ci ha pensato la storia che, nella costruzione del suo grande puzzle, sa mettere ogni pezzo al suo posto giusto. Noi invece, fedeli al nostro stile, oggi parliamo di un diario, di un figlio e di tanti libri.

Il Diario di Bordo

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Estratto del Diario di Bordo

Il diario è una pregevole edizione del “Diario a de bordo di Cristobal Colombo” edito nel !971 da Alberto Tallone, il quale, grazie alla collaborazione e l’aiuto di esperti dell’Università di Madrid, ebbe accesso al manoscritto originale del diario di bordo compilato da Colombo e lo trascrisse inserendo anche, nell’opera, alcune immagini del manoscritto. L’edizione, in lingua spagnola come l’originale, è numerata e stampata su carta a mano delle antiche Cartiere di Pescia.

Un libro prezioso che ci fa conoscere un documento unico e di inestimabile valore che, più di ogni altro, ha aperto una porta. L’ha spalancata su un Nuovo Mondo e così ha cambiato la conoscenza della nostra terra, ha mutato la storia, la geografia, la politica e anche, per sempre, il modo di vivere di tutta l’umanità, del vecchio e del nuovo mondo.

Oltrepassiamo quella porta e incontriamo subito un personaggio che ci colpisce e ci interessa perché fa onore e rende giustizia allo scopritore dell’America, criticato e dimenticato da molti suoi contemporanei.

Fernando Colombo

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E’ Fernando Colombo, in spagnolo, Hernando Colon, figlio illegittimo di Cristoforo, nato nel 1488 da una relazione con Beatriz Enriquez de Arana.

Colombo ama molto questo suo secondogenito, anche se nato al di fuori del matrimonio, tanto che, nel suo testamento, lo chiama “legittimo” al pari del primogenito Diego. Fernando, dal canto suo, ama e ammira profondamente il padre, segue con slancio le sue imprese ed è molto interessato alla cosmografia e alle scienze matematiche. E’ un ragazzo intelligente, legge molto e nel tempo, come vedremo, svilupperà una vera passione per i libri. A quattordici anni, nel 1502, si imbarca con il padre nel suo quarto e ultimo viaggio di esplorazione della terraferma nell’America centrale.

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Nel 1509, dopo la morte del padre, si imbarca nuovamente per accompagnare a Santo Domingo il fratello primogenito Diego, che in qualità di erede legittimo di Colombo, reclama alcuni suoi diritti e privilegi.

Tornato in Spagna, alterna periodi durante i quali viaggia per l’Europa e altri durante i quali vive in Spagna e assume importanti incarichi per conto dell’imperatore Carlo V.

La biblioteca di Fernando

I viaggi, oltre a soddisfare un innato desiderio di conoscenza, hanno anche uno scopo ben preciso. Fernando, come abbiamo detto, ama leggere e ama i libri. L’invenzione della stampa a caratteri mobili l’ha particolarmente colpito ed affascinato: capisce che si tratta una invenzione che rivoluzionerà il mondo, così come la scoperta dell’America. E allora inizia la sua ricerca, quasi spasmodica, dei nuovi libri stampati, in giro per l’Europa, nelle città dove sono sorte le migliori stamperie, per cercare e comprare le ultime edizioni, quelle più pregiate, stampate con i caratteri più belli e sulle carte più particolari, libri ma anche stampe e carte geografiche. A cavallo, sostando nelle taverne, percorre la Spagna, la Francia, la Germania, la Svizzera e l’Italia. A Venezia, centro d’eccellenza dell’arte della stampa, può rifornirsi anche di testi messi al bando, come quelli luterani.

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Firma autografa di Don Hernando do Colon 

Fernando è un uomo del rinascimento: il suo sogno è quello di creare una biblioteca universale nella quale è rappresentato tutto lo scibile umano passato e presente e dove quindi tutti i libri abbiano il loro posto, non più solo i testi classici ed ecclesiastici, come era nella tradizione medievale. Tra il 1526 e il 1530 fonda a Siviglia la sua biblioteca, chiamata “Hernandina” che arriverà a contare più di 15.000 testi e che è senz’altro la più vasta della sua epoca. Un investimento finanziario enorme se si pensa che i libri a quell’epoca erano merce costosa. L’imperatore Carlo V, che ha avuto modo di visitarla e di ammirarla, ne rimane così colpito che concede 500 pesos d’oro per contribuire ad altre acquisizioni. Tanti libri richiedono una organizzazione e Fernando si dedica anima e corpo al lavoro di catalogazione. Scrive elenchi, indici, annota sull’ultima pagina di ogni libro la data, il luogo d’acquisto e il prezzo, studia la loro disposizione, compila mappe per aiutare gli studiosi nella ricerca.

Alla sua morte la biblioteca passa in eredità al nipote Luis, figlio del fratello Diego. In seguito andrà alla Cattedrale di Siviglia, ma purtroppo, con il passare dei secoli, a causa dell’incuria, dei furti, delle perdite per vari motivi, la collezione si è ridotta a poco più di 4000 testi tra libri e manoscritti. Fernando non è solo un collezionista di libri, è lui stesso scrittore, studioso e uomo di grande cultura. Conosce e intreccia relazioni epistolari con personaggi come Amerigo Vespucci, Erasmo da Rotterdam, Aldo Manuzio, Albrecht Durer, delle cui opere è grande ammiratore e collezionista. Seguendo gli insegnamenti paterni ha sviluppato una passione per la cosmografia, l’astronomia e le scienze matematiche; proprio queste lo aiutano nei suoi studi per identificare un metodo capace di determinare esattamente la longitudine. Per queste sue conoscenze, è molto stimato dall’ imperatore Carlo V che lo nomina cosmografo di corte e gli affida diversi incarichi al fine di risolvere alcuni dei tanti problemi derivanti dai possedimenti spagnoli nel Nuovo Mondo. Fa parte di un collegio arbitrale per definire i diritti di Spagna e Portogallo sulle Molucche, organizza e presiede una commissione di esperti cartografi e di piloti che devono ridisegnare tutte le mappe nautiche, sulla base delle nuove conoscenze. Tali carte marine sono rimaste in uso per molto

Mappa del mondo di Ribero 1529

Mappa del Mondo di Diego Ribero – 1529

tempo e alcune sono giunte fino a noi, tra queste i bellissimi planisferi di Weimar, luogo dove sono ora conservati, opera del famoso cartografo Diego Ribero. Sempre per incarico dell’imperatore, fonda il Collegio Imperial, un’accademia che prepara i giovani all’arte della navigazione.

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La biografia di Colombo scritta dal figlio Fernando – Editio Princeps 1571

Fernando scrive anche molto, compila dizionari, memoriali, studi sugli argomenti più disparati, ma purtroppo della maggior parte di queste opere è rimasto solo il titolo poiché i manoscritti sono andati persi. Una sola opera è stata stampata nel 1571, e quindi postuma dato che Fernando è morto nel 1539 a soli 51 anni. Si tratta delle “Historie della vita e dei fatti di Cristoforo Colombo”, una biografia dell’amato padre. Su quest’opera è sorta però una questione a lungo dibattuta. Infatti il manoscritto originale è andato perduto e di esso non c’è neppure traccia, come titolo, nei precisi ed accurati cataloghi compilati dal meticoloso Fernando. Inoltre nel testo compaiono molte inesattezze che difficilmente possono essergli attribuite. Per questi motivi alcuni studiosi ritengono che in origine si trattasse di appunti e di memorie sparse poi raccolte e rimaneggiate da altri per essere pubblicate.

Figlio di un grande padre, Fernando fu a sua volta un grande uomo. A differenza del padre ottenne, ai suoi tempi, maggior considerazione ed apprezzamento. Accumulò anche una grande ricchezza. I secoli hanno poi ridimensionato le critiche e le accuse rivolte al grande navigatore e gli hanno restituito il giusto merito, facendo di lui uno dei grandi della terra. Fernando invece è rimasto nella sua ombra, ma questo sicuramente non gli sarebbe dispiaciuto, conoscendo quanto amasse e ammirasse il padre.

Di certo Cristoforo Colombo sarebbe stato fiero di questo figlio “bastardo”, come si diceva una volta, che, con i suoi studi e le sue opere ha, in un certo senso, continuato l’opera del padre, contribuendo a traghettare l’umanità in una nuova epoca.

50 anni fa sulla Luna: una foto da cui tutto ebbe inizio

Quasi sempre partiamo da un libro. No questa volta. Oggi è un giorno speciale e il nostro viaggio inizia da una foto.

Ma andiamo per ordine.

Ci sono, nella storia dell’umanità, due eventi che in qualche modo sono molto simili tra loro, per il significato e per le conseguenze che ne sono derivate. Parliamo della scoperta dell’America e della prima discesa dell’uomo sulla Luna. Entrambi rappresentano i primi passi in un mondo nuovo e l’inizio di una nuova epoca. Ma c’è una grande differenza, anche perché tra uno e l’altro evento sono trascorsi quasi 500 anni.

Poche persone hanno preso parte alla scoperta dell’America: solo quelli che parteciparono personalmente all’impresa ed inoltre, in tutto il mondo di allora, solo un’élite di uomini di governo, studiosi e uomini di cultura ne venne a conoscenza e ne potè valutare l’importanza.

IL PRIMO PASSO SULLA LUNA

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Il primo passo dell’uomo sulla Luna, invece, fu visto e vissuto in diretta da milioni di persone in tutto il mondo, di tutte le razze e di tutte le estrazioni sociali, tutti accomunati dalla stessa consapevolezza che qualcosa di grande ed importante stava accadendo e che quella cosa riguardava tutti e avrebbe cambiato il nostro mondo.

Era la notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, esattamente 50 anni fa. Fino ad allora la Luna era qualcosa di ineffabile ed inafferrabile, capace di destare sempre il nostro stupore, così per l’uomo del ‘900 come per quello della preistoria. Un sogno impossibile, misterioso e romantico che ispirava musicisti e poeti e accendeva la fantasia di scrittori.

Quella notte il sogno si avverò: incredulità, stupore, timore perché l’impresa era altamente rischiosa, e poi la grande gioia e la sensazione di onnipotenza dell’uomo che può compiere imprese eccezionali. Chi ha vissuto quei momenti, non li ha più potuti dimenticare, impressi a fuoco nella memoria.

L’impresa fu trasmessa in diretta in mondovisione, si calcola che vi abbiano assistito 900 milioni di persone in tutto il mondo, 20 milioni in Italia, incollati a 7 milioni di schermi televisivi.

La Luna e la RAI

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Tito Stagno, la “voce” della Luna

La Rai organizzò la più lunga trasmissione non-stop della sua storia: 28 ore a cui si devono aggiungere le 10 ore di preparazione in studio. Due giornate di lavoro intenso per tutto il personale. C’era una grande eccitazione nell’aria e forte era il timore che qualcosa potesse andare storto. Prima di tutto che la missione dell’Apollo 11, che doveva portare sulla Luna gli astronauti Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, potesse fallire e, in secondo luogo, che qualcosa disturbasse la telecronaca (i mezzi tecnici dell’epoca non erano così perfezionati come quelli di adesso!). 250 furono le persone coinvolte tra giornalisti, tecnici, esperti e inviati.

La trasmissione andò in onda con inizio domenica 20 luglio alle 19,28: a condurre la diretta, dagli studi di Roma di RAI 3, Tito Stagno, un giovane giornalista molto preparato che, dopo questa esperienza divenne una specie di mito e, in collegamento dalla sala stampa di Houston (Texas), la voce inconfondibile di Ruggero Orlando, colonna del giornalismo televisivo, inviato speciale dagli Stati Uniti.

All’inizio tutto procedette bene. Il momento tanto atteso si stava avvicinando quando, all’improvviso, ci furono 12 minuti di buio durante i quali il collegamento dall’America si interruppe. Non arrivavano più le immagini: panico negli studi, ma Stagno con grande professionalità, forte della sua preparazione, continuò la sua telecronaca raccontando ciò che egli riteneva stesse accadendo.

Ritornarono le immagini e tutti tirarono un sospiro di sollievo, ma la comunicazione audio da Houston era molto difficoltosa, in quei momenti concitati c’erano problemi tecnici. D’un tratto Stagno, fraintendendo una frase poco chiara pronunciata dall’astronauta Aldrin, urlò: “Ha toccato!”. Da Houston Ruggero Orlando lo corresse: “No, non ha toccato!”.  Entrambi avevano usato il verbo toccarecon il significato di allunare. Che cosa era successo? Il modulo lunare non era ancora allunato, ma durante le manovre di discesa aveva toccato con le antenne il suolo lunare. Atterrò dopo 56 secondi, ore 22,17 in Italia, 16,17 di NY e gli spettatori italiani, per il sovrapporsi delle voci dei due cronisti, si persero lo storico annuncio di Armstrong: “Houston, qui base Tranquillità, l’Aquila è atterrata!”.

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La sala controllo di Houston

Ma quello che nessuno si perse fu il grande applauso che scoppiò nella sala di comando di Houston, un boato che si propagò in tutti gli studi e in tutte le piazze del mondo. Dopo sei ore, alle 04,56 del 21 luglio, ora italiana, gli astronauti Armstrong e Aldrin uscirono dal modulo e posarono il piede sul suolo lunare.

Toccò a Neil Armstrong pronunciare la storica frase: “Un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per tutta l’umanità”.

Di questo evento, tanto importante nella storia dell’umanità, ci rimane una ricca documentazione fotografica della Luna, ma anche della Terra vista dalla Luna. Un’immagine emozionante perché per la prima volta l’uomo poteva vedere il suo mondo nella sua interezza, circondato dallo spazio cosmico.

La “prima” foto della Terra dalla Luna

Ed eccoci tornare alla foto citata all’inizio

Per dovere di cronaca va detto infatti che, quella fotografata dagli astronauti dell’Apollo 11, non è però la prima immagine del nostro pianeta. La prima immagine in assoluto della Terra risale al 23 agosto del 1966, tre anni prima della discesa dell’uomo sulla Luna.

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Lunar Orbiter 1

Quel giorno il vettore lunare “Lunar Orbiter I”, la cui missione era quella di raccogliere immagini per creare una mappa fotografica della superficie lunare in vista delle successive missioni spaziali, durante il suo 16° giro di orbita scattò e trasmise alla Terra la PRIMA foto del nostro pianeta visto dalla Luna. La foto fu ricevuta da una stazione radio presso Madrid.

Di questa foto “storica” la Nasa stampò una serie molto limitata, destinata a governi, centri di ricerca e personalità di rilievo mondiale.

“Un souvenir de Solferino” – un uomo, un libro e una grande organizzazione umanitaria

Henry Dunant, Portrait s/wHenry Dunant, nato a Ginevra nel 1828, è un grande filantropo e un imprenditore molto attivo. Nel 1856 fonda in Algeria una società coloniale per la costruzione di alcuni villaggi e dei mulini. L’impresa si rivela più difficile e più costosa del previsto e, nel 1959, Dunant si rivolge all’imperatore francese Napoleone III per avere aiuti. Ma in quel periodo Napoleone è impegnato in Italia dove, con il suo esercito, sostiene le forze piemontesi in lotta con l’Austria: siamo all’epoca della Seconda Guerra d’Indipendenza.

Dunant ha fretta, la sua impresa non può aspettare e allora raggiunge l’Italia e segue l’imperatore nella speranza che prima o poi gli conceda udienza. E’ così che, senza volerlo, si trova ad essere presente a quella che è considerata la battaglia più sanguinosa del Risorgimento italiano.

Il 24 giugno 1959 nella piana presso il paese di Solferino l’esercito francese, comandato da Napoleone III e quello austriaco, comandato da Francesco Giuseppe in persona, si fronteggiano. Alle otto antimeridiane viene dato il segnale di inizio della battaglia.

 E’ l’inizio di una giornata interminabile che, alla sera, vedrà tutta la pianura coperta di migliaia di corpi dei morti e dei feriti.

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L’animo sensibile di Dunant, che ha potuto seguire tutto lo svolgimento delle operazioni, ne rimane sconvolto. Rimane colpito anche dall’intervento della gente del posto che si occupa dei feriti, li raccoglie, li porta nel duomo di Castiglione delle Stiviere e se ne prende cura senza fare distinzione di divisa.

Sono soprattutto le donne che si prodigano con grande generosità.

E’ in questo momento che, nella mente di Dunant, nasce l’idea di una organizzazione che si occupi in maniera esclusiva ed efficiente dell’assistenza ai soldati in guerra. Non si può lasciare al buon cuore di qualche bravo samaritano un’impresa così difficile e importante.

Il “Souvenire de Solferino”

Tornato a casa scrive i suoi pensieri in un libro, “Un souvenir de Solferino”, che nel 1862 fa stampare a sue spese: 1600 copie che non sono in vendita, ma sono distribuite ed offerte per fare conoscere la vera realtà della guerra.

Il libro è diviso in due parti; nella prima parte Dunant fa un preciso resoconto della battaglia, nella seconda racconta quello che ha visto dopo la battaglia, quando la sera è finalmente scesa su quei campi inzuppati del sangue dei soldati: 3492 morti, 23.319 feriti, francesi e austriaci, accomunati da una sofferenza atroce che solo la pietà di pochi volenterosi cerca di alleviare.

Dunant pone l’accento proprio su questa grande opera di soccorso volontariamente messa in atto dalla popolazione, e può descriverla nei minimi particolari avendo lui stesso trascorso la notte in quella chiesa e offerto il suo aiuto.

E’ un libretto senza pretese, ma l’effetto è dirompente. Scuote le coscienze di tutta Europa, molte personalità, Victor Hugo, Charles Dickens e tante altre di diverse nazionalità, esprimono la loro solidarietà. Una seconda edizione, questa volta messa in vendita, ha molto successo e va a ruba.

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Gruppo fondatore – Croce Rossa Internazionale – Ginevra 1864

Sull’onda di questa nuova consapevolezza, a Ginevra viene indetta una Conferenza internazionale: nasce così la Croce Rossa Internazionale, la sua bandiera reca una croce rossa in campo bianco, sono i colori invertiti della bandiera svizzera, croce bianca in campo rosso, per ricordare le sue origini ginevrine.

Nel 1902 Dunant sarà insignito del primo Premio Nobel per la Pace.

 

Solferino, oggi.

Sono trascorsi esattamente 160 anni da quel giorno, ma c’è un luogo dove pare che il tempo si sia fermato.

Ci sono luoghi che “si impregnano” della storia che vivono.

Come spugne si imbevono di fatti, suoni, voci e, come spugne, se solo la si voglia sentire, restituiscono fedelmente l’atmosfera antica.

Sembra che, anche se è trascorso tanto tempo e nonostante gli inevitabili mutamenti, nulla sia cambiato, tutto sia rimasto intatto: la terra che calpestiamo è la stessa e nell’aria vibrano ancora voci antiche e dove ci fu gioia si risente un palpito di gioia, dove ci fu dolore riecheggia un sospiro struggente.

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Piazza Castello – Solferino

Uno di questi luoghi è la grande Piazza Castello di Solferino della Battaglia: un’enorme piazza rettangolare deserta e sprofondata nel silenzio (lontane dallo sguardo e dall’udito sono le strade frequentate), circondata da vecchie e basse case, che recano il segno del tempo, e la grande chiesa posta al centro.

Qui sembra che tutto sia rimasto fermo come in una vecchia stampa un po’ ingiallita e consunta: la Storia, che in questo spazio rarefatto pulsa così evidente, così innegabile, ha cacciato la banalità del vivere quotidiano, ne ha fatto un suggestivo museo all’aperto e le case abbandonate rivivono la loro gloria nelle lapidi che recano.

L’orologio del tempo qui si è fermato il 24 giugno 1859, il giorno della Grande Battaglia, il giorno in cui il Sindaco (tale Giuseppe Casnici) si rifiutò di bruciare il paese così come gli era stato ordinato dal Comando Austriaco. La lapide non dice che cosa accadde poi a questo piccolo, eroico sindaco. Un’altra lapide ricorda la nascita della Croce Rossa.

In fondo alla piazza si passa sotto un arco lanciato tra due edifici. Anche qui una lapide ricorda che il castello, di cui ora restano solo poche rovine di mura e di torri, sommerse ormai dalla vegetazione, è stato costruito nel 1563 da Orazio Gonzaga.

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La torre del Museo spicca in mezzo ai cipressi

Nell’unica torre rimasta in piedi è stato allestito un piccolo Museo della Battaglia del ’59. Negli angusti locali era sistemato il quartier generale francese.

Si può salire e dalla terrazza aperta, dall’alto di questa torre posta in cima alla collina, lo sguardo spazia, senza incontrare ostacoli, sulla solenne pianura e i dolci rilievi, sui prati, sui campi coltivati, sui paesi e le case sparse. In lontananza le acque del lago riflettono i raggi del sole come una lama immobile.

Proprio lì, in quella placida pianura il 24 giugno di 160 anni fa infuriò una delle più atroci battaglie che la storia del Risorgimento italiano ricordi.

Castiglione_delle_Stiviere-Lapide_un_ricordo_di_Solferino-H._Dunant.jpgNeppure la foschia calata con la sera riuscì a nascondere il numero incalcolabile di morti e di feriti francesi e austriaci che ricoprivano quei prati e quei campi inzuppati di sangue.

Ai piedi della torre, in fondo ad un viale di cipressi, sorge, sull’estremità del colle che in questo punto si protende come una penisola sulla pianura sottostante, il Memoriale della Croce Rossa.

Nel grande silenzio si avverte appena, a tratti, il fluire di strade lontane e il sussurro dell’aria tra le fronde compatte dei cipressi.

Improvvisamente, ad un leggero alito di vento, la catenella dell’asta portabandiera batte contro l’alto palo metallico: batte e ribatte lenta, monotona, leggera, ma solenne nel vuoto del silenzio circostante.

Pare di ascoltare una campanella: il rintocco doloroso di una campanella in ricordo di tanti caduti.

Storia di paludi, lettere e gas strani…

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Chi ci segue sa che spesso, partendo da un libro o dal suo autore, ci piace mettere in luce gli aspetti meno conosciuti di una storia o di un personaggio.

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image.pngE’ quello che facciamo anche oggi sfogliando le “Lettere del signor Don Alessandro Volta, patrizio comasco e decurione, sull’aria infiammabile nativa delle paludi”, una prima edizione, stampata a Milano nel 1777, arricchita da splendide illustrazioni.
Tutti conosciamo Volta come l’inventore della pila, il primo generatore elettrico che sia stato realizzato, in pratica il prototipo di una batteria moderna. Meno note sono le altre, e tante, invenzioni e scoperte di questo genio italiano. Una scoperta in particolare ci incuriosisce ora, scoperta da cui sono poi scaturite tante invenzioni.

L’uomo che scoprì il metano

Alessandro Volta nasce a Como nel 1745 da una famiglia patrizia che vorrebbe fare di lui un avvocato o un religioso. Ma Alessandro dimostra presto la sua propensione per gli studi scientifici e questa attitudine viene incoraggiata dai suoi stessi insegnanti che gli mettono a disposizione i mezzi per poter approfondire i suoi studi ed effettuare i suoi primi esperimenti.

Negli anni ‘70 padre Campi, un religioso che può essere considerato uno dei suoi maestri, lo informa di un insolito fenomeno che è stato notato negli stagni di San Colombano al Lambro, presso Milano: passando sulla superficie melmosa una candela, inspiegabilmente, si accendono delle fiammelle. Volta studia la cosa e arriva alla conclusione che deve trattarsi di un fenomeno comune a tutte le zone paludose.

Ne ha la certezza quando, nell’estate del 1776, in vacanza ad Angera sul Lago Maggiore, durante una gita in barca nella palude dell’isolino Partegora, smuovendo il fondo con un bastone vede risalire delle bollicine.

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Isolino Partegora – Angera

Racchiude il gas in provette di vetro e lo analizza. Ha così la conferma che il gas emanato è infiammabile e che, essendo presente in tutte le paludi, si tratta di un prodotto di origine organica, cioè derivato dalla decomposizione di organismi viventi, vegetali e animali.

Dà un nome a questo gas: “aria infiammabile delle paludi”, che altro non è che quello che noi chiamiamo metano,di cui pertanto Volta può essere considerato lo scopritore.

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La targa che la città di Angera ha dedicato allo scienziato 

A questo punto Volta, scopertane la natura, indirizza i suoi studi e i suoi esperimenti su come questo gas possa essere utilizzato in pratica tenendo conto che “…quest’aria arde assai lentamente con una bella vampa azzurrina…”

Ne nascono diverse invenzioni di grande importanza perché, insieme alla scoperta che ne sta alla base, costituiscono il punto di partenza su cui altri scienziati lavoreranno realizzando altre importanti scoperte e invenzioni. Ne ricordiamo due tra i più importanti, Lavoisier e Gay-Lussac.

Senza dilungarci in particolari e approfondite descrizioni tecniche che esulano da questo contesto, citiamo alcune, tra le tante e varie invenzioni messe a punto da Volta, perché ci sembrano particolarmente interessanti proprio per gli sviluppi successivi.

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Prototipo pistola elettroflogopneumatica di Volta

Una è la pistola elettroflogopneumatica con la quale lo scienziato riesce a produrre l’accensione del gas in un ambiente chiuso creando così le basi su cui si fonderanno i sistemi di accensione dei moderni motori a benzina.

Crea poi un particolare apparecchio di laboratorio, l’ eudiometroper lo studio dei gas.

Con la lampada perpetua (conosciuta comelampada di Volta)di fatto lo scienziato diviene un precursore dell’illuminazione a gas. Egli infatti sostituisce l’olio, usato fino ad allora, con il gas.

L’invenzione porterà, a partire dalla prima metà dell’ottocento, alla diffusione dell’illuminazione nelle grandi città dell’America e dell’Europa. Questo fatto produrrà una vera e propria rivoluzione nei costumi e nelle abitudini sociali.

A pieno titolo, quindi, Volta è annoverato tra i maggiori scienziati del nostro Paese e non solo. Egli non è stato solo un ricercatore, un teorico, bensì ha messo a frutto le sue intuizioni e i suoi studi creando una quantità notevole di apparecchiature e di strumenti che, come si è detto, hanno costituito un punto di partenza per altri studi e altre invenzioni. Per questo motivo Volta può essere avvicinato ad un altro grande, Thomas Edison che, all’incirca un secolo dopo, fu inventore, imprenditore e produttore delle sue tante e geniali invenzioni. Per inciso, ricordiamo che Edison fu un suo grande ammiratore.

Alessandro Volta, durante la sua vita, ebbe grandi riconoscimenti, raggiunse fama e onori, eppure rimase sempre un uomo semplice e modesto, come appare da questa sua frase:

“In mezzo a tante cose che devono certo farmi piacere, e che sono fin troppo lusinghiere, io non m’invanisco a segno di credermi più di quello che sono; e alla vita agiata da una vana gloria preferisco la tranquillità e dolcezza della vita domestica”.

Modestia che gli fu sempre riconosciuta; un suo discepolo e amico, Francesco Mocchetti, così scrive:“Nessuno…. ebbe mai a dolersi di lui, come vantatore importuno delle sue scoperte, anzi nemmeno come desideroso di volgere i consueti discorsi a quelle materie, nelle quali avrebbe potuto esser primo, e far pompa del suo ingegno e delle sue cognizioni”.

 

Primo Impiego

terno pioggia

NOTA EDITORIALE:

Questo breve racconto inaugura un nuovo spazio del Blog. Uno spazio dedicato ad alcuni racconti brevi (autore”@palloncinogrigio” da gustare nel tempo di un caffè (non ristretto). I racconti che seguiranno avranno tra loro un legame al pari degli anelli di una catena.

Il viaggio inizia…

Varese – Milano 196… – Autunno

Pioveva. Una pioggia fitta, uguale, che a volte una raffica improvvisa portava fin sotto la pensilina della Stazione Nord.

Qua e là l’acqua ristagnava lucida tra le traversine dei binari e tra i grossi ciottoli grigi, lisci e lucidi anch’essi come la pelle di una biscia.

Sull’ultimo binario, che a fatica si riusciva a scorgere tra le erbacce alte e incolte, sostavano due vecchi vagoni fuori uso, infangati e arrugginiti. Al di là, dietro un muretto mezzo sgretolato, si intravedeva la vecchia stazione delle corriere con i suoi quattro o cinque grandi platani: sui rami le poche ultime foglie gialle e rossastre tremavano sotto la pioggia battente, squallido avanzo di un autunno glorioso non ancora finito, ma già dimenticato.

Continuò a piovere anche quando il treno si mise in moto, prima piano, poi a scatti, sferragliando e traballando sempre più forte, man mano che la velocità aumentava.

Pietro entrò in uno scompartimento di seconda classe: un’aria greve, pregna di fumo di sigarette e di odore di abiti bagnati, lo investì senza lasciargli scampo.

Chiuse lo sportello e avanzò piano tra la gente: alcuni operai dall’aria assonnata, pochi impiegati ingessati in giacca e cravatta e molti studenti perché quella linea, in certi orari, era frequentata per lo più da giovani che si recavano alle Università della vicina Milano.

Pietro li osservò: ridevano e parlavano tra loro concitati. Fino a pochi mesi prima anche lui era uno studente spensierato.

Ora, evitando i compagni, andò a sedersi in fondo al vagone, accanto al finestrino, senza togliersi l’impermeabile tutto bagnato perché temeva di aver freddo. Già sentiva la pelle d’oca salirgli su per le gambe e le braccia. Un brivido lo percorse tutto. Strinse i pugni nelle tasche: odiava il freddo.

Per distrarsi immerse lo sguardo nella campagna che scorreva oltre il finestrino. Il vetro era appannato in più punti e cosparso di piccole gocce di pioggia, irregolari e lucenti come cristallini di strass.

Ora la pioggia era quasi cessata, ma di tanto in tanto una goccia più grossa batteva contro il finestrino e scivolava sul vetro, scodinzolando come un girino.

Pietro guardava senza pensare a nulla. Quando fu stanco di osservare i giochi della pioggia sul vetro, cominciò a pensare ai casi suoi e allora una tristezza così profonda, uno sconforto così insanabile lo colsero all’improvviso e quasi scoppiò a piangere. A stento si trattenne, ma dentro il suo cuore urlava.

Abbandonare l’Università al terzo anno, tutti gli esami superati, e superati brillantemente, lasciare gli studi di ingegneria intrapresi con tanto entusiasmo e profitto. Cercare un lavoro, uno qualsiasi con uno stipendio qualsiasi perché lui non valeva niente, non sapeva fare niente. A che gli servivano ora tanti anni di studi non portati a termine? Il latino, la filosofia e poi la trigonometria e le leggi della fisica. Sarebbe stato meglio che avesse studiato la contabilità e la partita doppia perché ora era quello che gli serviva sapere, quello era l’unico lavoro che aveva trovato.

E poi doveva fare i conti con quella avvilente sensazione di aver ricevuto una elemosina. Qualcuno, dopo la disgrazia, si era interessato a lui e lo aveva presentato al ragionier Costante B., capo contabile di una ditta di import-export con gli uffici a Milano, un uomo sulla quarantina dall’aria pulita e soddisfatta.

Il rag. Costante si era dimostrato comprensivo, gentile, ma distante, come chi ha cose ben più importanti da fare. Comunque gli aveva dato il posto.

Pietro conosceva di vista quell’uomo, anche lui abitava a Varese, qualche rara volta l’aveva intravisto prendere il suo stesso treno, però in prima classe, ma di norma i suoi orari erano diversi.

Altre volte gli pareva di averlo scorto sotto i portici di Varese, fermo accanto ad una colonna, intento a guardare il passeggio. Una delle tante, solite facce.

Ora quell’uomo sarebbe diventato il suo capoufficio, quell’uomo insignificante, roseo e paffuto come un neonato e lui, Pietro, sarebbe diventato il suo scrivano, il suo umile ed inetto scribacchino.

Dove erano finite le grandi opere che avrebbe voluto costruire? Ora bisognava nascondere i sogni di grandezza per non diventare ridicolo. C’è chi, anche nelle avversità, sa stare a galla e chi è destinato ad andare a fondo. Pietro si sentiva tra questi: in fondo l’aveva sempre saputo che all’occorrenza non avrebbe saputo nuotare. Allora meglio chiudere gli occhi e lasciarsi andare, trascinato dalla corrente, senza lottare.

L’azienda di famiglia un tempo florida, poi la crisi, il fallimento, il padre stroncato da un infarto, i debiti. La madre impietrita, incapace di reagire, la sorella troppo piccola, gli amici che, dopo gli abbracci pietosi, si erano defilati piano piano.

Oltre il finestrino continuava a sfilare la campagna fredda e inerte; le zolle, inzuppate d’acqua, giacevano rimosse, sventrate, gli alberi spogli levavano al cielo le loro nude braccia in una tacita preghiera. Lontano, dietri i campi, dietro gli alberi, case piccole e case grandi, casermoni della periferia della grande città che velocemente si stava avvicinando. Quella era la realtà che lo stava aspettando.

Quando giunse alla stazione di Milano riprese a piovere, una pioggia battente che si lanciava sulle lamiere dei vagoni e delle pensiline con gran fracasso, rimbalzando e scivolando giù in lucidi rigagnoli.

Pietro uscì sul piazzale e gli apparve la grande città che conosceva bene, ma ora gli parve diversa. Quando era studente, quella città convulsa, con i suoi cantieri, gli uffici di vetro e ferro rappresentava un mondo pieno di promesse. Ora gli sembrava un meccanismo sconosciuto e indifferente, peggio, ostile, di cui tra breve avrebbe fatto parte anche lui, ma senza orgoglio né piacere, solo una rotella, una delle tante, piccola e insignificante.

Davanti a lui, sul marciapiede, passò una coppia: due giovani camminavano vicini, spediti e leggeri, stretti sotto l’ombrello, ma pareva che sopra di loro splendesse il sole.

Pietro distolse lo sguardo e allungò il passo perché non voleva arrivare in ufficio in ritardo. Proprio il suo primo giorno di lavoro.

Leonardo bibliofilo e la sua biblioteca perduta

Château du Clos Lucé : les ateliers vivants de Léonard de Vinci. L'atelier de dessin.

Atelier di Leonardo a Clos-Lucè

In questi giorni si festeggia un anniversario particolare, mezzo millennio orsono un grande uomo lasciava questa terra. Un anniversario che ricordo come d’improvviso stringendo in mano un libro che, solo apparentemente, nulla avrebbe a che vedere con il personaggio in questione.

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Etimologia – Isidoro di Siviglia – Edizione veneziana del 1493

Il libro che ho preso dallo scaffale è l’Etimologia di Isidoro di Siviglia” in edizione incunabola del 1493. Un testo affascinante che può essere considerata una delle prime enciclopedie e, con riferimento all’epoca in cui fu scritta, VI-VII secolo d.C. , sicuramente una delle più importanti per la quantità di informazioni in ogni campo dello scibile. Un libro che non affascina solo il bibliofilo moderno ma che affascinò anche un lettore particolare circa 5 secoli fa.

Leonardo

2- altro ritratto.jpgIl 2 maggio 1519 si spegneva ad Amboise, cittadina francese sulla Loira, quello che universalmente è riconosciuto come il più grande genio di tutti i tempi: Leonardo da Vinci.

Da allora sono passati esattamente 500 anni, ma l’uomo e le sue opere continuano a suscitare stupore ed ammirazione. Non è facile parlare di Leonardo; tanto è stato scritto e detto su di lui che si rischia di cadere nella banalità e di ripetere cose ovvie e risapute. Il desiderio, tuttavia, di ricordare e di onorare un uomo eccezionale che tanto ha dato all’umanità e, in particolare, tanto lustro ha dato al nostro Paese, ci tenta fortemente. E allora ne parleremo dal nostro punto di vista che è quello del bibliofilo, sì perché anche Leonardo fu un appassionato bibliofilo. Sappiamo che possedeva oltre 150 libri, tra manoscritti, incunaboli e cinquecentine, cifra enorme per quell’epoca, tenendo conto del fatto che la stampa era stata inventata da poco e che una trentina di libri già costituiva, allora, una biblioteca ben rifornita.

Purtroppo tutti questi libri sono andati perduti e a tutt’oggi neppure uno, che rechi inequivocabili segni di appartenenza, è stato ritrovato. Parliamo di appunti e osservazioni che sicuramente l’artista avrà lasciato sulle pagine, segni inconfondibili perché, come si sa, la sua scrittura era molto particolare: egli scriveva all’incontrario, cioè da destra a sinistra.

I Libri di Leonardo

Per la precisione, un testo è giunto fino a noi con osservazioni e appunti scritti da Leonardo: si tratta del manoscritto del “Trattato di architettura” di Francesco di Giorgio Martini che è conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, ma gli studiosi ritengono che il manoscritto non fosse di sua proprietà, bensì sia stato da lui consultato per motivi di studio.

Come è potuto accadere che tutto si sia perso?

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Francesco Melzi

Nel maggio del 1517, Leonardo, accettando l’invito del re di Francia Francesco I, suo grande estimatore, si trasferisce ad Amboise. Il re gli ha messo a disposizione il maniero di Clos-lucè, lo ha nominato premier peintre, architecte e mecanicien du Roie gli ha assegnato una pensione di 5000 scudi. Leonardo ha portato con sé l’allievo e fedele amico Francesco Melzi e tutte le sue cose, compresi i libri. Due anni dopo, come abbiamo visto, muore assistito dall’amico che sarà anche il suo esecutore testamentario e proprio lui sarà l’erede dell’intera biblioteca che comprende tutti gli scritti dell’artista e tutti i suoi libri. Nel successivo mese di agosto il Melzi lascia Amboise e torna nella casa di famiglia a Vaprio d’Adda, presso Bergamo, portando con sé la sua eredità.

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Maniero di Clos-Lucè

Sappiamo che egli tiene in grande considerazione gli scritti del maestro (anche per un motivo affettivo) e quindi ne ha grande cura, ma non sappiamo se altrettanto fa con i suoi libri, per i quali non nutre forse un particolare interesse. E’ possibile, perciò, che una parte dei libri vada persa già durante il trasferimento da Amboise a Vaprio d’Adda. Quello che è certo è che, alla morte del Melzi, il figlio subentra nella proprietà e da questo momento inizia la dispersione di tutto il materiale, non solo dei libri, ma quello che conta di più, anche di tutti gli scritti di Leonardo che se ne vanno in diverse direzioni perché venduti, donati, ma in qualche caso anche sottratti.

Probabilmente in questa fase qualcosa si perde degli scritti originali dell’artista. Ciò che rimane viene raggruppato, da persone diverse e seguendo metodi diversi, nei cosiddetti Codici Vinciani.

Cataloghi & inventari, l’eredità cartacea di Leonardo

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Clos-Lucè – Sala di lettura di Leonardo

Per quanto riguarda la biblioteca di Leonardo è proprio tra i suoi scritti che troviamo traccia dei libri che possedeva. Sappiamo che egli aveva un forte legame con i suoi libri ed era sua abitudine, anche in considerazione dei frequenti spostamenti, compilare degli elenchi non solo dei testi posseduti, ma anche di quelli che intendeva consultare, magari chiedendoli in prestito. Non si tratta di veri e propri inventari sistematici, ma piuttosto di elenchi sparsi che quindi potrebbero non essere completi. Troviamo questi elenchi in alcuni dei Codici che raggruppano le opere dell’artista, i suoi scritti, le annotazioni, le osservazioni e i disegni.

In particolare troviamo:

-nel Codice Trivulziano, conservato nella Biblioteca Trivulziana presso il Castello Sforzesco di Milano, gli elenchi compilati negli ultimi anni del 1480,

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Estratto del codice Atlantico

-nel famoso Codice Atlantico, conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, gli elenchi del 1495,

-nel Codice di Madrid, scoperto solo nel 1967 nella Biblioteca National de Espana di Madrid, gli ultimi elenchi aggiornati al 1503.

Ma perché tanti studiosi si sono interessati a questi elenchi? Perché è così importante conoscere i libri che Leonardo acquistava e leggeva? La risposta è facile, potremmo concentrarla nella frase: “dimmi che libri leggi e ti dirò chi sei”. Conoscendo le sue letture, noi possiamo conoscere meglio l’uomo e la sua storia.

Leonardo comincia la sua attività come pittore nella bottega del Verrocchio. Qui ha occasione di conoscere personaggi del calibro di Raffaello Sanzio, per citarne uno. In questo periodo le sue conoscenze sono pressoché limitate ad una cultura trasmessa oralmente. Ma gli interessi dell’artista sono molteplici e spaziano in più campi. Per soddisfare le sue tante curiosità egli diviene autodidatta, non gli basta più l’esperienza diretta e la cultura tramandata e così comincia il suo stretto legame con i libri. Legge e studia molto. Importanti sono gli anni che trascorre a Milano al servizio degli Sforza. Anche questo capiamo leggendo gli elenchi trovati nel codice Atlantico e in quello di Madrid perché vediamo che il numero dei libri acquisiti, da questo periodo in poi, cresce in maniera cospicua. Si tratta di libri che spaziano in diversi campi dell’umano sapere: trattano, tra le altre cose, di architettura, matematica, geometria, fisica, meccanica, filosofia.

Per dare un’idea della vastità degli interessi di Leonardo citiamo, tra i tanti, alcuni autori, scelti tra quelli più famosi: Aristotele, Euclide, Tito Livio, Ovidio, Plinio, Avicenna, Isidoro di Siviglia (ecco spiegato l’inizio di questo viaggio ed il legame tra l’Etimologia e Leonardo) e poi ancora Dante, Petrarca, Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti  (forse l’autore più stimato).

“omo sanza lettere”

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Appunti “leonardeschi” – Codice Leicester

Troviamo anche, tra i suoi libri, grammatiche e dizionari di latino, come il “Rudimenta grammatices” dell’umanista e filologo Niccolò Perotti. Sappiamo, perché lo dice lui stesso, che Leonardo è un “omo sanza lettere” come si definisce chi non conosce il latino e questo fatto è sentito come una forte limitazione all’apprendimento, dato che la maggior parte dei testi è scritta in quella lingua. L’artista si cimenta quindi anche nello studio del latino, ma non arriverà mai ad acquisirne una buona conoscenza e spesso si farà aiutare dagli amici più dotti.

Per via di questa sua difficoltà, l’artista si orienta preferibilmente verso testi in volgare, oppure ricorre a zibaldoni, cioè a raccolte di pensieri e concetti, in cui i testi sono sintetizzati e condensati. E’ sempre nel periodo milanese che decide di diventare anch’egli un altore(termine che usa con il significato di autore) ed inizia quindi a scrivere. Ma non scriverà mai un vero e proprio libro, si tratta invece di una grande quantità di annotazioni, pensieri e osservazioni personali e poi anche trascrizioni di passi dei manoscritti e dei libri che studia. L’unico libro che ci è pervenuto, “Il libro di pittura”, in realtà è una rielaborazione compiuta dal Melzi che ha sistemato in forma organica tutti gli appunti sparsi del maestro.

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La “terra Piatta” – incisione da “Etimologia di Isidoro da Siviglia – 1493. Leonardo di sicuro l’avrebbe “censurata”

Leonardo fu dunque un bibliofilo appassionato, aveva con i libri un rapporto intenso e costante, era un lettore attento, ma anche dotato di uno spirito critico che ci appare molto moderno. A quell’epoca non era abitudine diffusa confutare il sapere tramandato dai testi antichi, ma Leonardo è quello che noi definiamo un anticonformista.  E’ avido di sapere e di apprendere, però non accetta pedissequamente ciò che la cultura tradizionale gli porge. Ogni affermazione è messa in discussione e, soprattutto viene messa a confronto con l’esperienzadiretta perché questa, alla fine, è la cosa che più conta, quella su cui ogni sapere si deve basare.

E chissà, trovassimo oggi la copia dell’Etimologia posseduta da Leonardo, quali commenti, appunti e critiche leonardesche potremmo trovare in calce alla grande opera di Isidoro. Un tesoro perduto, uno dei tanti.

Ritratto di un autore rifiutato

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Qualche mese or sono, non senza emozione, tornai da Milano con un libro nello zainetto. Un libro particolare, speciale. Un libro “rifiutato” e per questo ancora più importante. Quanti di noi, alcuni magari scrittori amatoriali, pensano di avere un capolavoro della letteratura nel cassetto e di non essere compresi dal mondo editoriale? Tanti probabilmente. Eppure tra di noi qualcuno che veramente ha un “tesoro” nel cassetto esiste. Ed è già successo. Questa è la storia di un cassetto che ha rischiato di non aprirsi, che si è aperto alla fine seppur in ritardo, di un cassetto che ci ha donato un capolavoro della letteratura italiana.

Storia di uno sconosciuto

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Elio Vittorini (1908-1966)

Nel mese di novembre del 1958 la casa editrice Feltrinelli dava alle stampe un romanzo di uno scrittore sconosciuto. Un romanzo postumo perché l’autore era scomparso proprio l’anno prima, senza essere riuscito a pubblicare la sua opera scartata da due importanti case editrici, Mondadori ed Einaudi. In entrambi i casi fondamentale era stato il giudizio negativo di Elio Vittorini, scrittore e critico letterario, consulente dei due editori. Identica sorte che era capitata anche ad un altro capolavoro, sempre scartato da Vittorini, Il dottor Zivago di Pasternak che l’anno prima, nel 1957 era stato poi pubblicato con gran successo sempre da Feltrinelli.

La Feltrinelli era allora una giovane casa editrice, nata nel 1954, ma agguerrita e ben determinata. Il suo direttore editoriale era lo scrittore  Giorgio Bassani. Pubblicare questo libro rifiutato da altri editori più importanti rappresentava una incognita e una sfida, perciò ne furono stampate solo duemila copie. Fu subito un grande successo, l’anno successivo il romanzo vinse il Premio Strega e divenne un best seller con centinaia di migliaia di copie vendute in pochi anni in Italia e all’estero: si trattava del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Le edizioni si sono susseguite nel tempo, tuttora è uno dei libri più letti e  quella prima edizione di duemila copie, andate subito a ruba, è diventata una rarità da collezionismo.

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XIII Premio Strega – sulla lavagna documentata la vittoria (postuma) di Tomasi di Lampedusa e del suo “Gattopardo”

Anatomia di uno scrittore: Tomasi di Lampedusa

Fino al 1958, Tomasi di Lampedusa era stato un perfetto sconosciuto.

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Nato a Palermo nel 1896, Giuseppe Tomasi duca di Palma e Montechiaro, principe di Lampedusa, barone della Torretta e Grande di Spagna, appartiene ad una famiglia dell’alta nobiltà siciliana. Da un ramo della famiglia Tomasi (di origini bizantine) discendono anche i Leopardi di Recanati.

E’ uomo di grande cultura e raffinato, di carattere schivo e tendenzialmente solitario, grande lettore e studioso di letteratura italiana e straniera, soprattutto francese. Inizia studi di giurisprudenza, ma non li porta a termine. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale, viene fatto prigioniero ed internato in un campo di concentramento in Ungheria, da cui riesce a fuggire e ritorna a piedi in Italia. Congedatosi dall’esercito, torna nella sua Sicilia e si ritira a vita privata; non condivide le nascenti idee fasciste e trascorre il suo tempo viaggiando in Italia e all’estero e scrivendo racconti, saggi letterari e la sua biografia.

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Il manoscritto originale del “Gattopardo”

Nel 1954 accompagna il cugino Lucio Piccolo ad un convegno letterario a San Pellegrino Terme. Piccolo è un poeta ed è stato invitato in quella località per ritirare il primo premio di un concorso di poesia. In questa occasione Tomasi ha modo di conoscere intellettuali, critici e scrittori tra cui Eugenio Montale, Maria Bellonci e Giorgio Bassani. Tornato in Sicilia inizia a scrivere “Il gattopardo” che terminerà nel ’56. E’ un’opera che aveva in mente da tempo, un romanzo importante, che definire storico è riduttivo: si tratta di un affresco straordinariamente vivo, e persino attuale, della Sicilia nella seconda metà del 1800, durante l’impresa garibaldina dei Mille. Ed è soprattutto il ritratto di un aristocratico illuminato per descrivere il quale Tomasi si ispira ad un bisavolo paterno.

Il successo postumo di un’opera incompresa

Lo scrittore è convinto del valore della sua opera ed invia il manoscritto a due grandi case editrici, ma come si è visto, viene da entrambe rifiutato e questo fatto lo amareggia moltissimo. Il secondo rifiuto arriva proprio pochi giorni prima della sua morte. Infatti il 23 luglio 1957 Tomasi si spegne a Roma dove si era recato per curare una grave forma di tumore ai polmoni.

Quello che avviene poi ce lo racconta Giorgio Bassani nella bellissima introduzione al romanzo di cui lo scrittore e critico letterario ha curato la stampa per l’editore Feltrinelli. Bassani, come si è detto, aveva incontrato Tomasi a San Pellegrino Terme. Quella fu la prima e l’unica volta che lo vide. Era insieme al cugino Lucio e a un servitore: “ un bizzarro trio” che catturò subito l’attenzione di tutti i partecipanti alla manifestazione e che il Bassani descrive con dovizia di particolari e manifesta simpatia. Due signori sui 50-60 anni, gentili e riservati, d’una eleganza un po’ démodé, inseparabili e sempre seguiti dal servitore che

“ … non perdeva d’occhio gli altri due un momento solo”.

Passeggiavano nei vialetti delle Terme o assistevano silenziosi ai lavori del convegno. Quando Piccolo presentò il cugino a Bassani, il Tomasi

“…si limitò a inchinarsi brevemente senza dire una parola.”

Bassani non sentì più parlare di quell’uomo taciturno. Fino alla primavera del ’58, quando la sua cara amica Elena Croce (figlia del filosofo Benedetto Croce) gli mandò un dattiloscritto anonimo. L’aveva ricevuto, a sua volta, da un conoscente siciliano e, ritenendolo interessante, l’aveva trasmesso allo scrittore che all’epoca era direttore editoriale  per Feltrinelli. Bassani intuì immediatamente il grande valore storico e letterario dell’opera e si recò subito in Sicilia, dove poté risalire all’autore, recuperare il manoscritto originale e conoscere dalla viva voce della moglie di Tommasi la storia della sua vita. Oltre al romanzo recuperò altre carte, tutte inedite: racconti e  saggi vari.

 

Fu così che “Il gattopardo” venne pubblicato  da Feltrinelli e, come si è visto, riscosse immediatamente un gran successo. La prima edizione di 2000 copie andò esaurita in pochi giorni. Subito ne furono stampate altre 4000 copie e altre edizioni si sono susseguite nel tempo. Solo nei primi tre anni furono vendute 400 mila copie. L’opera fu tradotta in moltissime lingue e divenne un best seller internazionale. Nel 1963  dal romanzo fu tratto un film famosissimo con la regia di Luchino Visconti, film che vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes.

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Claudia Cardinale e Burt Lancaster – Scena del ballo

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Prima edizione

E’ curioso notare come anche l’altro romanzo scartato da Elio Vittorini, “Il dottor Zivago” di Boris Pasternak ebbe una storia molto simile. Pubblicato per la prima volta (a livello mondiale) in Italia, sempre da Feltrinelli, ebbe un enorme successo mondiale, procurò al suo autore il Premio Nobel per la letteratura e ispirò nel 1965 un altro film storico colossal che vinse 5 premi Oscar.

Tornando a “Il gattopardo” riportiamo un giudizio di  Giorgio Bassani che, nella citata prefazione, mette in evidenza, insieme al valore letterario dell’opera…

“l’ampiezza di visione storica unita ad un’acutissima percezione della realtà sociale e politica dell’Italia contemporanea…”.

Ci sono alcune frasi che dimostrano chiaramente quanto Tomasi conoscesse a fondo la sua terra, a cui era affettivamente e profondamente legato, ma di cui, nello stesso tempo, riconosceva i limiti.

La prima frase è contenuta nella lettera del 30 maggio 1957 ( due mesi prima della fine) con cui lo scrittore affida all’amico barone Enrico Merlo di Tagliavia l’unica copia del dattiloscritto del romanzo:

“ La Sicilia è quella che è; del 1860, di prima e di sempre”.

La seconda frase è messa in bocca al principe Fabrizio Salina, il protagonista del romanzo il quale afferma:

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Parole che si adattano perfettamente anche ai nostri tempi!

Magna Charta: un italiano (alla Corte d’ Inghilterra) dietro al mito

Per una volta “leportedeilibri” non si occupa di un libro. Eppure la porta che apriamo oggi e che consentirà di viaggiare nel tempo e nello spazio è sempre fatta di carta (in questo caso però pergamena) e inchiostro. E’ una “porta” manoscritta, una pergamena di circa 800 anni fa. Una pergamena che rappresenta un momento cardine nella storia del medioevo.

La “Magna Charta”

Dal 23 marzo al 9 giugno a Vercelli, presso il polo espositivo “L’Arca”, è esposto il documento originale della Magna Charta Libertum, conosciuta semplicemente come Magna Charta.

Una piccola nota: questo post è dedicato a i nostri lettori non vercellesi. Perché a Vercelli, da mesi ormai, è più facile entrare in una panetteria e chiedere informazioni sulla Magna Charta piuttosto che chiedere una pagnotta. Un evento che ha trasformato i cittadini vercellesi in esperti di questo documento.

Si tratta di un evento eccezionale sia perché eccezionale è il documento, sia perché, in tutta la sua lunga vita, solo in rarissime occasioni  la Magna Charta ha lasciato  l’Inghilterra.

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La Magna Charta

Come mai tanto onore per l’Italia e per la città di Vercelli in particolare? Un motivo c’è che forse, però, è poco conosciuto da chi non abita in questa città che vanta origini antiche e prestigiose. E’ nota a tutti l’ importanza di questo documento del 1200, scritto in latino, nel quale si sono voluti sancire i limiti al potere sovrano inglese: a scuola ci hanno insegnato che la Magna Charta pone le basi del moderno stato di diritto e può essere considerata la madre delle moderne costituzioni. Tuttavia, per poter introdurre l’argomento di questo post e rispondere alla domanda che ci siamo posti, è necessario ricordarne brevemente le origini.

Da Robin Hood alla Magna Charta

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Re Giovanni d’Inghilterra

All’inizio del XIII secolo, in Inghilterra era in atto una guerra tra il sovrano, Giovanni Senza Terra (quello di Robin Hood, per intenderci!) e i Baroni, cioè la classe nobiliare che chiedeva più libertà e meno tasse.

Non stiamo ora ad approfondire le cause e le motivazioni che hanno spinto i Baroni a ribellarsi al Re perché questo non riguarda l’argomento del nostro post, ma va detto che Giovanni, che già aveva perso, in Francia, la guerra con la quale aveva sperato di recuperare i suoi possedimenti in quella regione, si trovava ora in una posizione di estrema debolezza. Fu così che, nel 1215, i Baroni, con la mediazione dell’Arcivescovo di Canterbury, riuscirono a far sottoscrivere  al Re un documento, la Magna Charta appunto, con la quale il sovrano riconosceva alcuni diritti e concedeva alcune libertà.

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Re Giovanni sottoscrive la Magna Charta (prima versione – 1215)

In primo luogo abbiamo concesso a Dio ed abbiamo confermato con questa nostra carta, per noi ed i nostri eredi in perpetuo, che la Chiesa inglese sia libera, ed abbia i suoi dirittiintegri e le sue libertà intatte.
Abbiamo anche concesso a tutti gli uomini liberi e consenzienti del nostro regno, per noi ed i nostri eredi di sempre, tutte le libertà sottoscritte, che essi ed i loro eredi ricevano e conservino, da noi e dai nostri eredi”.

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Incoronazione di Enrico III

Questo tuttavia non risolse tutti i problemi e non erano trascorsi neppure tre mesi dalla stesura della Carta che Giovanni e i Baroni lealisti la ripudiarono e i Baroni ribelli scesero in guerra, chiedendo aiuto a Luigi, il figlio del Re di Francia, offrendogli  in cambio la corona inglese. Iniziò così la Prima Guerra dei Baroni.
Ma ad ottobre del 1216 Giovanni morì lasciando erede al trono il figlioletto Enrico di appena 9 anni il quale venne incoronato nella cattedrale di Gloucester il 28 ottobre, alla presenza del legato papale Guala Bicchieri.

Un italiano alla corte d’Inghilterra

Ecco il nostro uomo: Guala Bicchieri, un italiano alla corte d’Inghilterra.

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Guala Bicchieri

E’ ora il momento di saperne di più su questo personaggio di cui poco si parla nei testi scolastici che, al massimo, lo citano per nome e cognome, ma poco ci dicono di lui e dell’importanza della sua opera per l’Inghilterra e non solo.

Guala Bicchieri nasce a Vercelli  a metà del XII secolo. Vercelli è all’epoca una città importante. Si ritiene che le sue origini risalgano al IV a.C. quando i  Liguri si insediarono in questa zona, già abitata dalla preistoria; vennero poi i Celti e nel 42 a.C. è municipium romano. Per la sua posizione strategica diviene un importante centro di traffici commerciali e luogo di sosta delle legioni romane di passaggio. Nel 300 d.C., con la diffusione del Cristianesimo, Vercelli è una tappa sulla via Francigena, la strada che percorrono i pellegrini, provenienti d’oltralpe, che si recano  a Roma. La città diviene sede vescovile: Sant’ Eusebio è il primo Vescovo e a lui si deve la fondazione di una  scuola di chierici, destinata ad assumere, nel tempo,  grande rilievo per la vita culturale della città e di tutta la regione.

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La Via Francigena

In questo contesto nasce dunque e si forma Guala Bicchieri proveniente certamente da una famiglia di una certa importanza.

Poco si sa della sua infanzia e giovinezza. E’ molto probabile che abbia frequentato la “Schola” della canonica di Sant’Eusebio famosa per gli studi teologici e giuridici, forse si reca anche a Bologna proprio per perfezionarsi nel diritto. Quello che sappiamo è che intraprende la carriera religiosa, è creato Cardinale  e dimostra di essere uomo di grande cultura e di possedere eccezionali doti diplomatiche. Sono queste che lo mettono in luce e fanno sì che il Papa Innocenzo III, nel 1206, lo chiami a Roma per affidargli importanti e delicate missioni in Italia e in Francia.

Guala Bicchieri parte per l’Inghilterra

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Il Concilio Lateranense IV

Nel novembre del 1215  Guala Bicchieri partecipa al Concilio Lateranense IV. Uno degli  argomenti più discussi è la situazione che si è venuta a creare in Inghilterra. Il concilio decide di scomunicare i Baroni ribelli e tutti coloro che si prefiggono di occupare il trono inglese (chiara allusione alle rivendicazioni francesi). Il problema inglese preoccupa molto Innocenzo III anche perché ne va del prestigio della Chiesa in quella parte d’Europa e quindi, all’inizio di gennaio, invia sul posto, come suo legato, Guala Bicchieri, confidando proprio nelle sue grandi doti di negoziatore.

Guala, secondo le istruzioni e le decisioni del Concilio, deve fermare la guerra civile che si sta scatenando in Inghilterra, da un lato rinforzando il potere del re Giovanni, impegnandosi anche ad aiutarlo finanziariamente, riconducendo inoltre alla ragione i Baroni ribelli e allontanando quella parte del clero che li sostiene, dall’altro convincendo Luigi, figlio di Filippo VIII e futuro Re di Francia, a rinunciare ad una spedizione militare in aiuto ai Baroni e a desistere dalle sue aspirazioni al trono inglese.

Il 20 maggio 1216 il Cardinale incontra Re Giovanni, mentre inizia l’invasione delle truppe francesi. La situazione è davvero difficile. Intanto a Roma muore Innocenzo III e viene eletto Onorio III. A settembre muore anche Giovanni, lasciando erede al trono il figlioletto di nove anni. Guala prende in mano la situazione: il 28 ottobre procede all’incoronazione  del piccolo Enrico  e ne diviene tutore insieme a Guglielmo il Maresciallo che è nominato “rector regis et regni” al posto del fanciullo.

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Guala Bicchieri, Enrico III (bambino) e Guglielmo il Maresciallo in una rievocazione storica tenutasi a Glocester nel 2016

La Magna Charta del 1216

A novembre Guala, che fa parte del consiglio di Reggenza, convoca gli alti Prelati e i Baroni rimasti fedeli per rinnovare il giuramento al nuovo sovrano. Inoltre riconferma la maggior parte degli articoli della Magna Charta del 1215 e vi appone il suo sigillo insieme a quello del Maresciallo.

Intanto le truppe di Luigi avanzano, ma aumentano le defezioni di nobili inglesi alleati con i francesi, anche perché il Cardinale li ha convinti che il loro giuramento di fedeltà a Luigi non ha alcun valore ed inoltre ha rinnovato la scomunica nei confronti di tutti i nemici di Enrico chiamati “hostes Dei et Ecclesiae”. Tra il 17 e il 19 maggio del 1217 le truppe inglesi e francesi si fronteggiano nei pressi di Lincoln: Guala Bicchieri, che è presente insieme al Re e ad una moltitudine di vescovi, benedice le truppe del Re. Il 20 maggio si svolge la battaglia che segna la sconfitta dei Baroni ribelli e degli alleati francesi.

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La Battaglia di Lincol in un manoscritto medioevale

Molto importante, anzi decisiva, è la presenza di Guala anche nelle trattative di pace, che dopo varie vicende, si concludono l’11 settembre 1217 con il Trattato di Lambeth. I Baroni ribelli depongono le armi e fanno atto di sottomissione al Re; Luigi restituisce nelle mani del Cardinale i castelli che aveva occupato, giura di obbedire alla Chiesa e di non rivendicare mai più pretese sull’Inghilterra. In cambio vengono revocate le scomuniche.

Ma la missione di Guala Bicchieri non è ancora terminata. Partiti i Francesi, egli si dedica a riformare il Clero inglese, rivelando anche in questa opera grande rigore e fermezza. I membri della Chiesa che avevano sostenuto la ribellione contro la Corona vengono puniti, spogliati dei loro benefici, esiliati o incarcerati. Gli ultimi atti compiuti dal Cardinale sono finalizzati a consolidare e garantire la posizione del giovane Re e il suo possesso delle terre ereditate dal padre. In particolare Guala firma personalmente una lettera patente che riguarda l’uso del nuovo sigillo reale che ha fatto realizzare apposta per Enrico III. La sua missione ora è compiuta, e con successo; nel novembre del 1218 lascia l’Inghilterra.

Il Re è molto soddisfatto della sua opera e per ricompensarlo gli attribuisce in perpetuo le rendite dell’Abbazia di Saint Andrew a Chesterton.

La Basilica di Sant’Andrea

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Basilica di Sant’Andrea – Vercelli

Nel 1219 Guala è nella sua Vercelli, città che molto ama e nella quale torna appena può. Ora ha in mente un progetto ambizioso: con le rendite inglesi vuol costruire una grande basilica. Il 19 febbraio del 1219 è posta la prima pietra della futura basilica di Sant’Andrea, la prima in Italia realizzata in stile gotico, sul modello cistercense.

L’opera sarà terminata nel 1227. Nel frattempo Guala torna a Roma e si distingue ancora in numerose altre missioni un po’ in tutta Italia.

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Interno della Basilica di Sant’Andrea – Vercelli

Muore nel 1227: la sua salma viene traslata a Vercelli e sepolta nella nuova chiesa di Sant’Andrea appena inaugurata.

Quest’anno ricorrono dunque gli 800 anni della Basilica di Sant’Andrea.  Quale modo migliore per celebrare il fatto e ricordarne l’artefice che esporre il documento originale della Magna Charta?